BILANCIO EUROPEO: L’OSTRUZIONISMO POLACCO E UNGHERESE

La Commissione Europea ha presentato un progetto ambizioso per il Multi-Annual Financial Framework 2021-27, focalizzato sul pilastro economico, sociale e ambientale. Tuttavia, si tratta di una proposta messa alle strette dall’emergenza Covid-19, che ha spinto gli stati membri e le istituzioni europee a rivalutare le proprie priorità, affermando la necessità di legare questi obiettivi a lungo termine con piani di aiuto immediati. Una necessità che si è concretizzata con la stipulazione di un accordo storico che si è svolto il 10 novembre tra Parlamento e Consiglio, basato sulla proposta della Commissione guidata da Von der Leyen. Si parla di “accordo storico” perché il bilancio racchiude novità peculiari.

In primo luogo, essendo stato approvato in una fase storica altamente delicata, il MFF è accompagnato dalla proposta del noto Next Generation EU (meglio conosciuto come Recovery Fund), uno strumento temporaneo volto alla ripresa e all’aiuto dei paesi europei per un importo complessivo di 750 miliardi di euro. 

In secondo luogo, questo pacchetto finanziario sarà il più grande mai adottato dall’UE, comprendendo un importo totale di 180 miliardi di euro che contribuirà a ricostruire un’Europa duramente colpita dalla crisi sanitaria. 

Infine, la Commissione Europea ha proposto il vincolo della condizionalità allo stanziamento dei fondi. Ciò significa che un paese deve necessariamente rispettare i principi fondamentali contenuti nei trattati dell’Unione (in particolare quello stabilito dall’art. 2 TUE) per accedere e beneficiare degli aiuti e fondi stanziati da Bruxelles. Alcuni leader europei, infatti, hanno sottolineato l’importanza di proteggere i fondi europei (in particolare la cifra del Next Generation EU) e il rispetto dello Stato di Diritto. 

Non si tratta di una novità, poiché da tempo in Europa si parla dell’urgenza di introdurre una condizionalità più forte e stretta, considerando i vari episodi di violazione dei diritti fondamentali che hanno coinvolto alcuni stati membri. 

Veto di Polonia e Ungheria: la condizionalità ha giocato un ruolo fondamentale? 

L’approvazione del MFF e del Recovery Plan si è svolta non senza problemi. Polonia e Ungheria, per la prima volta nella loro vita all’interno dell’Unione, hanno esercitato il diritto di veto, bloccando di fatto tutti i lavori. Budapest e Varsavia sarebbero giunte a questa amara conclusione a causa della clausola di condizionalità imposta dalla Commissione, che avrebbe dunque svolto un ruolo cruciale. Si tratterebbe, infatti, di imporre il rispetto dello Stato di Diritto a paesi che più volte negli ultimi anni hanno promosso riforme anticostituzionali e hanno portato avanti una linea politica del tutto illiberale. Guidati da leader ultraconservatori e nazionalisti, i due governi avrebbero più volte attirato l’attenzione delle istituzioni europee e degli stati membri in seguito a episodi di violazioni dello Stato di diritto, così tanto da arrivare a non essere più considerati delle democrazie a pieno titolo. A tal proposito, non è dunque una sorpresa che Freedom House collochi l’Ungheria come paese “parzialmente libero” nel misurarne il grado di libertà civili e politiche garantite al suo interno. Non desterebbe stupore se alla Polonia toccasse la stessa sorte. 

Prendendo in esame il caso ungherese, è chiaro come l’emergenza Covid-19 abbia rappresentato il culmine di tale incostituzionalità. Un apice toccato proprio dall’esecutivo ungherese che, in piena emergenza, ha conferito tutti i poteri al governo di Orbán. Ciò che più colpisce, e che è ben legato con l’aspetto della condizionalità imposta dall’UE, è la decisione di proclamare uno stato di emergenza illimitato per fronteggiare la crisi sanitaria. Questo “stato di emergenza illimitato” consentirebbe all’esecutivo di scavalcare e surclassare il parlamento (già fortemente indebolito da anni di riforme illiberali) e di governare per decreto. Inoltre, avrebbe il potere di sospendere qualsiasi legge esistente, aspetto da non sottovalutare. Questa è una chiara violazione delle pratiche democratiche, nonché dei valori contenuti nei trattati alla base dell’Unione stessa. 

Non a caso, la reazione del parlamento europeo è stata immediata, tanto che nella risoluzione del 17 aprileha dichiarato le decisioni dell’Ungheria “totalmente incompatibili con i valori europei”. Inoltre, i deputati hanno sostenuto che tutte le misure relative al Covid-19 “devono essere in linea con lo stato di diritto, chiaramente collegate alla crisi sanitaria in corso, limitate nel tempo e sottoposte a controlli regolari”.

Non sorprende che questa non sia la prima risoluzione adottata e discussa in parlamento contro le pratiche antidemocratiche promosse dall’Ungheria, e probabilmente non sarà neanche l’ultima. 

È interessante notare come, nella stessa risoluzione, ci siano anche riferimenti alla Polonia, che nel mezzo della pandemia avrebbe ugualmente permesso lo svolgimento delle elezioni presidenziali (contro il parere del Tribunale Costituzionale), che sono state definite “non libere” e “non eque”, riconfermando Duda alla guida dell’esecutivo. 

Sulla scia ungherese, anche il governo polacco nelle mani del PIS dal 2015 è stato oggetto di aspre critiche, accusato di minare i diritti fondamentali e di ricorrere a pratiche incostituzionali. Esemplare il recente caso riguardo il divieto di aborto in caso di malformazione del feto. Episodio che ha scatenato un importante dibattito politico e che ha innescato una forte reazione da parte dell’opinione pubblica europea, soprattutto tra i più giovani. 

Perché rigettare la condizionalità? 

Da un certo punto di vista, dunque, la condizionalità da parte di Bruxelles non è stata un “fulmine a ciel sereno”, quanto piuttosto il proseguimento di un’azione dura contro alcuni paesi del gruppo di Visegrád, i quali l’hanno tempestivamente respinta. 

Accettare la condizionalità europea potrebbe voler dire rinunciare ad un operato politico unilaterale da parte dei due governi, che non prende in considerazione gli altri organi dello stato, non prende atto dell’opposizione e che spesso rigetta il volere popolare. 

Il caso polacco è certamente meno accentuato di quello ungherese, ma occorre ricordare che sin dalla sua vittoria il partito di governo, analogamente al caso ungherese, ha promosso un accentramento nelle mani dell’esecutivo dei media e dell’apparato giudiziario. Una scelta che ha conseguentemente causato una perdita di credibilità circa l’esistenza e il rispetto dello Stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali nel paese. 

Di nuovo, è necessario sottolineare come una forte condizionalità da parte dell’Europa vieterebbe queste pratiche, considerandole inammissibili e contrarie a tutti i valori dell’Unione, e se infrante comporterebbero un pagamento di sanzioni spesso molto consistenti (soprattutto per l’Ungheria che si inserisce tra i paesi con il PIL più basso d’Europa). 

Tenendo conto di questi particolari, si può dire con certezza che la condizionalità abbia giocato un ruolo fondamentale nel veto posto da Budapest e Varsavia. È un vincolo incompatibile con il sovranismo promosso dai due governi, che potrebbe avere ripercussioni sul futuro dei paesi in analisi. Accettare la condizionalità, che comporterebbe la conseguente abolizione delle pratiche illiberali, porterebbe svantaggi non solo nel breve termine ma anche nel lungo. Basti pensare all’appuntamento politico più atteso: le elezioni. Il meccanismo metterebbe in difficoltà i due leader, che dovranno allentare la presa sulle istituzioni democratiche interne e sull’opposizione, rischiando di perdere e di lasciare i palazzi presidenziali. 

Conclusioni

Contrariamente a quanto affermato fino ad ora, l’idea di una condizionalità più forte è stata una mera illusione, poiché si è dimostrata troppo debole e inefficace. L’Europa, sotto la mediazione della Merkel, si è resa disponibile a fare un passo indietro sul rispetto dello Stato di diritto legato allo stanziamento dei fondi, un passo che ha spinto i 25 stati membri a cercare un compromesso per superare il veto da parte di Varsavia e Budapest. A discapito di molti, le istituzioni europee, in piena presidenza tedesca, hanno nuovamente concesso libertà di manovra ai due governi “ibridi”. 

Mentre i tanti sostenitori del progetto europeo auspicano per una ripresa e un’affermazione più forte dei valori alla base dell’Unione, l’Europa sembra rimanere indifferente, prediligendo l’aspetto finanziario a quello democratico. 

Pertanto, c’è da domandarsi quanto Bruxelles sarà ancora disposta a tollerare, quando ci sarà una presa di posizione vigorosa contro i governi illiberali e, soprattutto, quanto ancora dovranno essere sacrificati gli ideali democratici dell’Unione Europea. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA