CLASSIFICA INTERNATIONAL RESCUE COMMITTEE 2020: YEMEN E REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO TRA I PEGGIORI

Secondo l’International Rescue Committee (IRC), lo Yemen e la Repubblica Democratica del Congo sono i Paesi con il rischio più elevato di andare incontro ad una catastrofe umanitaria nel 2021. Nella classifica i due paesi sono seguiti da: Afghanistan; Siria; Etiopia; Burkina Faso; Sudan del Sud; Nigeria; Venezuela e Mozambico.

La vice coordinatrice dell’IRC, Abeer Fowzi, vice coordinatore nutrizionale dell’IRC, ha manifestato le sue preoccupazioni denunciando l’atteggiamento della comunità internazionale che “Di fronte a una minaccia senza precedenti, ha voltato le spalle allo Yemen.”

Mark Lowcock, responsabile degli affari umanitari per le Nazioni Unite, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che lo Yemen nel 2020 ha ricevuto il 50% degli aiuti in meno rispetto all’anno scorso, nello stesso periodo. 

Lowkock ha aggiunto che oltre l’80% della popolazione in Yemen ha bisogno di sostegno e vive in estrema povertà. Gli yemeniti in una situazione di forte sicurezza alimentare, inoltre, sarebbero circa 13,5 milioni, di cui 16.500 in una situazione di carestia. 

Lo Yemen si era attestato in una posizione così negativa anche l’anno scorso. Le ragioni sono da ricercare principalmente nella difficile situazione interna. Il Paese infatti è impigliato in un difficile conflitto civile tra le forze degli Huthi, che controllano la capitale Sana’a, alleate con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, e le forze governative alleate a Abd Rabbuh Mansur Hadi, con sede ad Aden.

Un quadro altrettanto preoccupante è quello che emerge dal Congo, che si attesta al primo posto in Africa per quanto riguarda il rischio di catastrofe umanitaria. Oltre il 70% della popolazione infatti vive in condizioni di povertà e non ha accesso a beni e alimenti di prima necessità.

Nel 2020 inoltre il Paese è stato costretto ad affrontare oltre al Covid-19 altre epidemie come il morbillo che solo ad aprile ha causato oltre 6.400 vittime. Ad aggravare la situazione ha contribuito anche l’epidemia di Ebola che negli ultimi mesi ha provocato più di 2000 morti. 

L’esplosione epidemica nel Paese ha quindi schiacciato il sistema sanitario già sofferente, privo di strutture e di personale. Un dato significativo è, tra l’altro, quello che riguarda le donne che muoiono di parto (quasi 20 su 100). Ovviamente la situazione dei due Paesi è stata aggravata dal covid-19. 

In Yemen, secondo HRW, il sistema sanitario è inefficiente, schiacciato dal conflitto e privo di farmaci e strumentazione. Stessa sorte per il Congo che vive in una condizione di estrema arretratezza ed è  dotato di strutture sanitarie inadeguate.

Mentre in occidente si apre il dibattito sul vaccino e su quali saranno i suoi effetti questi Paesi rappresentano rispettivamente la difficile situazione della Penisola araba e dell’Africa, che da quasi un anno affrontano la pandemia, nell’indifferenza della comunità internazionale, con alle spalle un contesto già complesso. Si pone quindi la necessità di fornire assistenza sanitaria di emergenza e responsabilizzare le autorità con il fine di scavalcare i conflitti e avviare una riabilitazione politica, economica ma soprattutto sanitaria. Il rischio, altrimenti, sarà quello di una narrazione storica, e forse orientalista, della vittoria contro la pandemia che ancora una volta ha ignorato una parte del mondo. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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