2016-2020 (?): LA GUERRA SOTTERRANEA TRA TRUMP E IL “DEEP STATE”. PROMEMORIA PER JOE BIDEN

Nell’accademia politologica, il termine “Deep State” trae origine dallo Stato profondo turco (Derin Devlet), per indicare la fazione secolarista kemalista dell’esercito, della polizia, delle burocrazie e dei tribunali che si opponeva all’Islam politico locale.

Il termine “Stato profondo” è stato generalmente applicato a sistemi istituzionali di tipo autoritario, come il Mukhabarat egiziano – l’efferato sistema di intelligence e sicurezza interna del Cairo – o i silovikirussi, gli ex esponenti del KGB e dei servizi di sicurezza ascesi in politica, oggi rappresentati da un loro figlio, Vladimir Putin, al vertice dello Stato. Ma esso può essere certamente esteso, seppur con le adeguate differenze in termini di finalità e modalità d’azione, anche ai sistemi costituzionali liberaldemocratici. Ogni grande, media e piccola potenza ne dispone – si pensi al Civil Service britannico e alla burocrazia “sacrale” giapponese.

Negli ultimi anni il concetto è divenuto di pubblico dominio, essendo stato strumentalizzato ed utilizzato in modo spregiativo da Trump, da alcuni esponenti paleocon come Pat Buchanan e Alex Jones, da siti espressione dell’Alt Rightcome Breitbart News, per descrivere quei settori delle burocrazie statali (come la Cia, il Fbi, il Dipartimento di Giustizia – DoJ) legati alle ultime Amministrazioni democratiche, i Big Tech californiani e i media mainstream delle coste, che avrebbero colluso contro il Presidente, persino progettandone l’assassinio, per ribaltarne l’elezione, ostacolarne il riavvicinamento alla Russia e minarne l’agenda politica, basata su una retorica anti-establishment e su una promessa di decentramento di potere da Washington D.C. al popolo dell’America profonda.

Sino al delirio escatologico di teorie del complotto, come QAnonnata sul web nell’ottobre 2017 e diffusasi a livello pandemico in parallelo al cammino di Sars-Cov-2. Secondo i suoi seguaci esisterebbe una Cabala internazionalista pluto-massonica che governa il mondo, dedita alla pedofilia, al cannibalismo, alla corruzione e al traffico di droga e composta da esponenti del Deep State (Pentagono, Cia, Fbi), dell’alta finanza (da George Soros in giù), della Silicon Valley, di Hollywood, dei grandi network mediatici e da politici – democratici e repubblicani – anti-trumpiani (da Hillary Clinton a Barack Obama sino a John McCain), contro la cui “dittatura mondiale” Trump, sostenuto e protetto dalle “forze del bene” – il popolo, le Forze Armate e i reparti dell’intelligence militare e dalla Nsa, scese in campo nel 2016 per lottare contro le “forze del male” – i cabalisti, imprigionarli, compiendo così la catarsi e salvando l’umanità dall’apocalisse nel giorno del “Grande Risveglio”.

Frequentemente, lo Stato profondo americano è stato identificato con quel ”complesso militare-industriale”, per usare la famosa espressione del Presidente Dwight Eisenhower, che secondo Mike Lofgren, ex funzionario della Casa Bianca, sarebbe stato concepito, nel passaggio tra le fasi finali del secondo conflitto mondiale e la nascente Guerra Fredda, con il Progetto Manhattan per la costruzione della bomba atomica, elaborato da scienziati e militari nella massima segretezza e nel sincretismo tra Stato e Tékhnē. Michael Glennon, professore di diritto internazionale alla Tufts University, lo ha raffigurato in un “doppio governo”. Il primo, visibile, rappresentato dalle istituzioni plasmate dai padri fondatori (Presidente, Congresso, tribunali). Il secondo, stealth, costituito dalle strutture di sicurezza nazionale che plasmano la direzione generale della politica estera e sulle quali il controllo sostanziale del Presidente è piuttosto sfumato. 

L’idea di un governo parallelo, segreto e potentissimo è affascinante, ma anche abbastanza lontana dalla realtà. Lo Stato profondo, altro non è che l’insieme di funzionari di carriera, come tali privi di vincoli elettorali, che operano al di sotto dei vertici ministeriali di nomina politica soggetti a spoil system e che lavorano per gli apparati di sicurezza nazionale (militari, diplomatici, Intelligence Community e forze dell’ordine) e per le tecnocrazie amministrative (Dipartimento del Tesoro, Dipartimento del Commercio, ecc.). Cui si aggiunge la pletora di lobbisti, analisti di think tank, collaboratori, mercenari e consulenti esterni privati ingaggiati a contratto (contractors) e legati al governo attraverso il c.d. meccanismo di “porte girevoli”.

Deputati a garantire il normale e quotidiano funzionamento del potere esecutivo e la continuità di lungo periodo delle sue politiche, a prescindere dalle contingenze elettorali e dal colore politico dell’Amministrazione al potere, bilanciando le spinte popolari dal basso e il potere presidenziale dall’alto. Attuando, influenzando, manipolando, ritardando ed anche ostacolando attivamente o resistendo passivamente le e alle policies del decisore politico democraticamente eletto, qualora gli interessi politici, espressione della volontà popolare, entrino in conflitto con gli interessi nazionali e con la strategia geopolitica del paese.

Un moloch composto da milioni di persone che ha conosciuto uno sviluppo ipertrofico connesso all’aumento delle funzioni e delle competenze esecutive che la potenza americana andava acquisendo parallelamente alla sua espansione imperiale. Sino a divenire burocrazia dalla giurisdizione e dalla mentalità universale. Talmente vasta da essere descritta come la più “seria minaccia per la sicurezza degli Usa” da Donald Rumsfled, ex Segretario alla Difesa di G.W. Bush. Gli Usa dispongono della struttura governativa più grande del pianeta. Quanto avrebbe sicuramente allarmato i framers, come Madison e Washington, profondamente diffidenti da tutto ciò che risuonasse come statalista, sostenitori di una “Repubblica leggera”, contrari ad un Big Government considerato pericoloso per la libertà individuale. 

Un’architettura di potere contro la quale qualsiasi Presidente che intendesse perseguire agende politiche e tattiche non in linea con la strategia del paese è destinato a cedere. Ciò non vuol dire che gli apparati determinino unilateralmente la politica estera della superpotenza. Questa, infatti, è il frutto di un articolato processo decisionale inter-agenzia che coinvolge Congresso (potere ideologico e di borsa), Casa Bianca (potere di indirizzo) e burocrazie strategiche (Pentagono, Dipartimento di Stato – DoS, Cia, Nsa, ecc.), con un ruolo di mediazione esercitato dal National Security Council (Nsc).

L’espressione “Stato profondo” rischia, inoltre, di portare fuori strada, in quanto arriva a “reificare” lo Stato presumendo che la miriade di dipartimenti ed agenzie che lo compongono agiscano sotto una direzione centrale, come un blocco unitario. Non tenendo conto di come esistano diverse fazioni in lotta fra loro, anche per bieche questioni di potere, di influenza e di risorse. Di come le varie strutture siano portatrici di interessi e di visioni diverse, persino opposte, sulla postura del paese all’estero, sulla scala gerarchica delle minacce strategiche che lo riguardano e sulle soluzioni tattiche da predisporre per affrontare quest’ultime. 

Ad esempio, se per Foggy Bottom e per Langley l’Europa resta il primario teatro geostrategico del globo perché è ancora la Russia il nemico principale della superpotenza, da contenere militarmente e diplomaticamente, per il Pentagono, oggi, la minaccia strategica numero uno è la Cina, cui impedire di trasformarsi in potenza marittima. Da qui la necessità di un ribilanciamento di forze verso l’asse Indo-Pacifico.

Gli scontri tra Casa Bianca e burocrazie statali non sono poi una novità assoluta dell’Amministrazione Trump. Anche se negli ultimi 4 anni l’attrito tra potere politico e burocrazie ha raggiunto inauditi livelli di intensità. Perché estremo era lo iato tra la visione di politica estera, nazionalista e protezionista (America First), del Presidente e quella liberale, imperiale, dell’establishment di politica estera e sicurezza nazionale. 

Trump, figlio di una parte dell’oligarchia newyorkese in battaglia con altri gruppi di potere, è stato, al contempo, uno strumento, un “prodotto e un bersaglio dello Stato profondo”. Gli apparati ne hanno sposato le iniziative ritenute in linea con i propositi strategici della superpotenza. Ne hanno sostenuto l’assedio a tutto campo alla Cina e la “massima pressione” su Iran e Venezuela. Il DoS ne ha sposato l’approccio bastone-carota sulla Corea del Nord e il rafforzamento dell’asse arabo-israeliano in Medio Oriente. La Cia ha apprezzato il rafforzamento delle alleanze indo-pacifiche (Australia, India, Giappone) e l’atteggiamento minaccioso verso Berlino.

Allo stesso tempo, gli apparati ne hanno limitato il progetto “eversivo” di smantellare l’impero per tornare Repubblica convenzionale. Quanto promesso da Trump alla classe media impoverita dalla globalizzazione, ovvero dalla stessa sovraesposizione imperiale del paese, per alleviarne la radicata sofferenza, materiale e psicologica.

Il Pentagono ha costantemente annacquato i ritiri di truppe – dall’Afghanistan alla Germania – ripetutamente annunciati dal presidente. La Cia, l’Fbi e il DoJ hanno avviato una campagna legale “preventiva” contro Trump e i membri del suo entourage per delegittimarne l’elezione, al fine di indebolirlo politicamente e tenerlo sotto scacco. Per scongiurare qualsiasi entente con il Cremlino. 

Questo era lo scopo del “Russiaprobe” – l’indagine avviata dall’Fbi e scaturita nel rapporto del procuratore speciale Mueller sull’interferenza elettorale russa ai danni del Comitato Nazionale Democratico di Hillary Clinton e sulle presunte collusioni con funzionari russi di esponenti del team Trump – e del “Kievgate” – l’indagine sulle pressioni esercitate da Trump e da suoi collaboratori sul governo ucraino affinché avviasse indagini su Hunter Biden per danneggiare politicamente il padre Joe, minacciando, in caso contrario, la sospensione degli aiuti militari e che costerà al tycoon la richiesta di impeachment, poi respinta dal Senato repubblicano.

La Casa Bianca ha reagito a quest’offensiva, provando ad acquisire il controllo sulle strutture federali per paralizzare le azioni degli apparati. Scegliendo lealisti di orientamento conservatore, ospiti fissi di Fox News, al posto di funzionari nominati dai democratici Obama e Clinton, licenziati ovvero beneficiati con il più classico promoveatur ut amoveatur. Si è presentato alla propria base elettorale come vittima di una caccia alle streghe ordita dal sistema di potere washingtoniano per delegittimare quest’ultimo e screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica.

Joe Biden è consapevole di dover ottenere il consenso degli apparati per centrare la propria agenda. Con le sue prime nomine di Gabinetto – che il Senato dovrà confermare o respingere – ha segnalato la volontà di una distensione, selezionando uomini come Antony Blinken e Jake Sullivan, provenienti dal tradizionale establishment internazionalista, legato alle burocrazie federali, per rendere meno imprevedibile la politica estera americana agli occhi di alleati e partner.

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