UNO STATO IN SOSPESO: GIORDANIA E ISRAELE SI INCONTRANO AL CONFINE

I ministri degli Esteri di Giordania e Israele si sono incontrati agli inizi di dicembre sul Giordano. Sul tavolo, l’invito della Giordania a riprendere i negoziati per la soluzione dei due Stati, e tanto altro.

Lo scorso 3 dicembre, il ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi e il suo omologo giordano Ayman Safadi si sono incontrati al confine tra i rispettivi paesi, sul Ponte Allenby/King Hussein. Il colloquio è avvenuto poco dopo il breve tour del leader palestinese Mahmud Abbas in Giordania ed Egitto, volto a rinnovare il sostegno alla causa palestinese in seguito all’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. Il cambio di amministrazione alla Casa Bianca, infatti, unito alla progressiva normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e molti paesi arabi, rendono sempre più attuale e tempestiva per l’ANP e i suoi sostenitori la negoziazione di un accordo auspicabilmente definitivo circa il destino di un futuro Stato palestinese sovrano e indipendente. 

Per la Giordania di Abdallah II, d’altra parte, il raggiungimento di un’intesa permanente tra Israele e l’Autorità palestinese rimane una priorità esistenziale e inderogabile. “Non c’è alternativa alla soluzione dei due Stati come modo per raggiungere una pace giusta e globale, che è una necessità regionale e internazionale”, recita il comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri hashemita, uscito in seguito all’incontro tra i due diplomatici. La speranza di rivivificare gli sforzi per giungere alla two-state solution si fa dunque più sentita alla luce della mutata amministrazione statunitense. In un colloquio telefonico intercorso tra re Abdallah II e Joe Biden, il neoeletto ha dichiarato di voler rafforzare la partnership strategica con la Giordania, e si è impegnato in favore della soluzione dei due Stati.

Tornare a collaborare?

L’incontro tra Gabi Ashkenazi e Ayman Safadi si comprende meglio alla luce della decisione dell’Autorità nazionale palestinese di riprendere la cooperazione economica e sulla sicurezza con Israele, annunciata a metà novembre. Tale collaborazione, infatti, era stata interrotta lo scorso maggio da Mahmud Abbas in segno di protesta contro i piani unilaterali di annessione di parti della Cisgiordania propugnati dal premier Netanyahu. Tale sospensione dei rapporti aveva contribuito non poco ad aggravare una situazione economica già compromessa da mesi di emergenza sanitaria. La conseguenza forse più penalizzante è stata l’interruzione dei trasferimenti di denaro mensili (nell’ordine dei 100 milioni di dollari) da Israele all’ANP – somme che alimentavano le casse dell’autogoverno palestinese, contribuendo al 60% circa del suo bilancio.

Alla luce della ritrovata cooperazione tra Israele e l’Autorità palestinese, il ministro degli Esteri Safadi ha evidenziato dinanzi al suo omologo israeliano la necessità di tornare al tavolo dei negoziati. Ciò al fine di “trovare un vero orizzonte per raggiungere una pace giusta”, in accordo con il diritto internazionale, che si basi sulla soluzione dei due Stati. Tale assetto geopolitico, secondo il comunicato ufficiale giordano, dovrà includere uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme, sui confini del 4 giugno del 1967 – precedenti, cioè, alle conquiste israeliane della Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967). In tale ottica, la Giordania chiede ad Israele di fermare tutte le misure che ostacolino il raggiungimento della pace, incluso il rispetto dello status storico e legale della Moschea al-Aqsa e della Spianata delle Moschee. Del resto, il Regno hashemita assicura che “continuerà a compiere ogni sforzo possibile per […] proteggere l’identità araba, islamica e cristiana di Gerusalemme e dei suoi luoghi sacri”. Di recente, la presa di posizione della Giordania è stata sostenuta anche da una risoluzione presentata all’UNESCO sulla Città Vecchia di Gerusalemme, secondo quanto riporta il Jordan Times. E nel propugnare il suo ruolo di custode di al-Aqsa, la Giordania guarda con diffidenza alle recenti trattive tra Israele e Arabia Saudita, che potrebbero mettere in discussione il suo ruolo di garante dello status quo a Gerusalemme.

Un’agenda fitta, un futuro incerto

Al centro del colloquio tra Ashkenazi e Safadi vi sono state anche altre questioni in sospeso tra i due paesi – secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri giordano e dal quotidiano nazionale al-Dustur, ma senza maggiori dettagli da parte israeliana. I due diplomatici avrebbero discusso dell’eliminazione delle restrizioni alle esportazioni giordane verso la Cisgiordania e della fornitura da parte della Giordania di quantità aggiuntive di elettricità all’Autorità palestinese. All’ordine del giorno anche la riorganizzazione della mobilità tra Giordania, Territori palestinesi e Israele, compromessa dalla chiusura dei punti di confine per il contenimento del Covid-19, ma anche le contese riguardanti lo sfruttamento delle acque del Giordano. Del resto, la cooperazione nella gestione delle risorse idriche comuni rappresenta, da decenni, una delle sfide più significative per i due paesi, ma anche – in potenza – uno dei terreni d’incontro più promettenti, quando non politicizzato, per raggiungere pace e stabilità nella regione levantina.

Con la progressiva normalizzazione tra Israele e i paesi arabi, “Il Medio Oriente sta cambiando completamente”, ha affermato il Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz in un recente videomessaggiorivolto ai palestinesi, invitandoli a riprendere i negoziati con Israele. Eppure, il ministro Safadi in occasione dei Mediterranean Dialogues ha sottolineato come l’impatto degli Accordi di Abramo dipenderà dal modo in cui Israele reagirà alla normalizzazione. Secondo il diplomatico giordano, insomma, gli accordi funzioneranno se lo Stato ebraico saprà farne buon uso. Cioè se, con il favore del mutato scenario geopolitico, Israele saprà farsi promotore e catalizzatore di un sistema di alleanze che non dimentichi lo Stato “in sospeso”, quello dei palestinesi. 

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