PATRICK, GIULIO E IL CINISMO DI STATO

A dieci anni dalle prime rivolte arabe, le recenti vicende politiche disvelano la miopia strategica dei Paesi europei nel considerare ancora gli uomini forti, come al-Sisi, alleati indispensabili. 

Le vicende politiche delle ultime settimane hanno riportato al centro del dibattito le relazioni e gli interessi che legano l’Egitto all’Italia e al resto dei Paesi europei. Si tratta di giorni critici per le nostre democrazie, la cui qualità rischia di essere profondamente minata dal cinismo di stato – o “realismo accattone”, come descritto da Mario Del Pero – che sta guidando l’Italia, la Francia e l’Europa tutta nel loro rapporto con l’Egitto del generale al-Sisi. I Paesi europei sembrano in difficoltà nel problematizzare i loro obiettivi e interessi nazionali, tanto da sacrificare il rispetto sostanziale dei diritti umani in nome di un immediato bisogno di sicurezza e stabilità. Eppure, l’unica cosa che al-Sisi potrà assicurare è l’aumento dell’instabilità regionale con conseguenze inevitabilmente globali. 

La “storia sbagliata” di Patrick a Giulio 

L’11 dicembre la procura di Roma ha presentato le conclusioni riguardo la morte di Giulio Regeni, il ricercatore trovato morto al Cairo il 3 febbraio 2016, dopo essere stato torturato per circa nove giorni nella stanza n.13 della Sicurezza Nazionale egiziana, l’agenzia di intelligence che esercita un controllo capillare sulla società civile nel Paese. Sono quattro i responsabili della morte e tortura del giovane, individuati dai giudici italiani: il generale Taqir Sabir, in servizio presso il Dipartimento di Sicurezza Nazionale; il colonello Uhsam Helmi, in servizio presso la Direzione di Sicurezza Nazionale; il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e il colonnello Mohamed Ibrahim, già capo delle Investigazioni Giudiziarie del Cairo. Di questi, ad oggi irreperibili, il regime egiziano ha fornito soltanto il numero di identificazione militare, continuando così a depistare impunemente le indagini – perché preoccupato di coprire i responsabili in quanto esponenti diretti dei suoi apparati di potere -, umiliando l’Italia a livello internazionale, ma soprattutto calpestando ulteriormente la dignità di Giulio. Tuttavia, nemmeno queste ultime novità hanno scosso il silenzio assordante e imbarazzante dell’Italia attorno alla violazione sistemica dei diritti umani da parte del regime di al-Sisi, con il quale, al contrario, si continuano a intrattenere solide relazioni diplomatiche e commerciali. Finora, infatti, soltanto il presidente Roberto Fico ha confermato la rottura dei rapporti diplomatici tra la Camera dei deputati italiana e il Parlamento egiziano. 

Sulla pelle di Giulio, al-Sisi ha misurato in questi anni la disponibilità italiana a scendere a compromessi col suo regime, sentendosi così libero da potersi permettere di alzare la posta in gioco, giusto qualche anno dopo l’omicidio di Giulio, con il trattenimento arbitrario e ingiustificato di Patrick George Zaki  –  anche lui studente di 28 anni, arrestato il 7 febbraio scorso all’aeroporto del Cairo, in occasione di un rientro per vacanze nella sua città natale. Patrick si era trasferito a Bologna, dall’ agosto 2019, per frequentare il master Erasmus mundus, finanziato dall’UE, in studi di genere e storia delle donne. Oltre a essere uno studente bolognese, Patrick è attivista dell’ EIPR – Egyptian Initiative for Personal Rights, una delle più famose ONG egiziane nel campo della difesa dei diritti umani. Dopo il fermo in aeroporto, non si sono avute più sue notizie per circa 24h, durante le quali è stato picchiato, torturato, sottoposto ad elettroshock, per poi essere trasferito negli uffici dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale a Mansura. Qui, i giudici egiziani – presentando un mandato di cattura mai notificato – hanno ordinato la sua detenzione preventiva sulla base di accuse quali: la pubblicazione di notizie false con l’obiettivo di minare alla pace sociale; incitamento alla protesa, alla violenza e al terrorismo; gestione di un account social volto alla destabilizzazione dell’ordine sociale. Dal 5 marzo, Patrick è rinchiuso nella tristemente famosa prigione di Tora, ancora in attesa di un’udienza preliminare; costretto a dormire a terra ed asmatico, le sue condizioni psicofisiche sono maggiormente a rischio a causa dell’attuale situazione pandemica, come quotidianamente denunciato dalla campagna internazionale #PatrickLibero, immediatamente organizzatasi in favore della sua liberazione. 

In questi dieci mesi, abbiamo assistito al susseguirsi di udienze convocate e rinviate, quindi nei fatti a un continuo rinnovo della detenzione preventiva, ormai diventata a tutti gli effetti uno strumento governativo di intimidazione e repressione del dissenso in Egitto, perché permette di estendere nel tempo il trattenimento in carcere senza alcuna garanzia di processo. Nei giorni scorsi, il rilascio di alcuni dirigenti dell’EIPR – in seguito a una campagna internazionale capitanata da diverse star di Hollywood – aveva fatto sperare anche nella liberazione di Patrick, ma niente: detenzione prorogata per altri 45 giorni e, peraltro, annunciata in contemporanea alla visita di al-Sisi in Francia e a pochi giorni dalla chiusura delle indagini sull’uccisione di Giulio. I quattro dirigenti erano stati arrestati a novembre – come fa notare Andrea Teti –  in seguito a un loro incontro con 13 ambasciatori e diplomatici europei e nello stesso periodo di pubblicazione del piano d’azione dell’UE sui diritti umani e la democrazia 2020-2024. Inoltre, come già ampiamente scritto e dimostrato, considerato il tempismo della loro liberazione, con essa al-Sisi ha voluto mandare un messaggio agli Usa, ed in particolare al loro nuovo Presidente eletto, e contemporaneamente facilitare all’alleato francese la giustificazione del rafforzamento della cooperazione bilaterale, quanto meno agli occhi dell’opinione pubblica. 

La situazione generale in Egitto 

Per capire perché l’Egitto di al-Sisi non sia strutturalmente in grado di assicurare la sicurezza e la stabilità ricercata dagli europei, un breve focus sulla sua situazione interna può essere d’aiuto. 

Secondo Human Rights Watch, ad oggi, i prigionieri e le prigioniere politiche in Egitto sono oltre 60.000; aumentano di giorno in giorno le sparizioni forzate ed inoltre, soltanto ad ottobre, sono state eseguite circa 50 condanne a morte. Tra queste si contano almeno 15 persone condannate per motivi politici, molte delle quali a seguito di processi di massa assolutamente iniqui, oltre che basati su confessioni estorte con metodi disumani e\o sotto tortura. Questo recente aumento delle esecuzioni pare sia avvenuto a seguito di un incidente , il 23 settembre scorso, all’interno del carcere di massima sicurezza di Tora – dove è trattenuto Patrick –, che ha causato la morte di quattro prigionieri e 4 membri delle forze di sicurezza, e che, a detta delle autorità ufficiali, è stata la risposta a un tentativo di fuga. Questo, tuttavia, non è stato accertato da alcuna indagine indipendente, sebbene si stia continuando ad utilizzare l’accaduto come giustificazione per la riduzione dei già scarsi e precari servizi igienico-sanitari nelle prigioni di tutto il Paese. È inutile, inoltre, sottolineare quanto queste condizioni siano particolarmente critiche a maggior ragione alla luce dell’attuale situazione pandemica. In ogni caso, le informazioni e i numeri reali riguardo ad esecuzioni, sparizioni forzate e torture restano a noi in larga parte sconosciuti.

Quel che è certo è che a partire dal massacro di Rabaa Al-Adawiya nel 2013, con le prime proteste contro il colpo di Stato, il regime ha avviato una vera e propria guerra al dissenso, caratterizzata dall’aumento della violenza di stato sotto ogni sua forma possibile: dal sempre più rigido controllo del potere politico-militare su quello giudiziario fino alla ratifica di leggi, quali la “cyber crime law” o la legge 70 contro le ONG, volte a criminalizzare e bloccare qualsiasi tipo d’azione politica indipendente. In questo senso, quello di al-Sisi è a tutti gli effetti un regime strutturalmente debole che, incapace di far fronte alle richieste di cambiamento sistemico espresse dalle piazze del 2011, fa della repressione uno strumento esistenziale ed essenziale di governo, favorendo così direttamente lo sviluppo di quelle condizioni di instabilità e possibilità di radicalizzazione, che l’Europa stessa afferma di voler evitare e combattere ad ogni costo. Pertanto, lo stringere alleanze, scegliendo, da parte europea, l’immediatezza del presente come misura di metodo e orizzonte temporale, per rispondere al bisogno interno di stabilità e sicurezza, si risolverà ben presto col rendere i Paesi europei vittime – oltre che complici – della “trappola mortale” di al-Sisi.

Le risposte europee 

Nonostante questo, i Paesi europei continuano ad intrattenere normali relazioni con l’Egitto: l’interscambio commerciale di armamenti con l’Italia si attesta attorno ai nove miliardi circa; la Germania è il suo secondo partner commerciale e dal 2017 ha rafforzato la collaborazione tra la sua polizia e gli apparati di sicurezza egiziani; l’Unione stessa a marzo scorso ha confermato le sue relazioni strategiche con i vicini mediorientali, compreso l’Egitto, e non si può dimenticare la Francia, per la quale le ultime affermazioni di Macron non sono dopotutto una novità. Gli ultimi attacchi terroristici assieme alla prospettiva di un peggioramento della crisi socioeconomica generale, dovuta all’acuirsi di storture sistemiche presenti già nel periodo pre-pandemico, hanno rinvigorito l’ansia di sicurezza e stabilità dei governi europei.

La loro evidente difficoltà nel rispondere a vecchi e nuovi bisogni, provenienti dalle società che governano, ha determinato un aumento della securitizzazione delle loro azioni e scelte politiche, politica estera inclusa. Questa mancanza di lungimiranza politica europea, fatta passare come pragmatismo o concretezza, rischia in realtà di rafforzare forze xenofobe e  uomini forti, a cui si continua a far riferimento in momenti di crisi ed in particolare quando si parla di Medio Oriente, incastrando gli europei in uno spettacolo già visto e con un finale facilmente prevedibile. 

Ecco perché chiedere verità e giustizia per Giulio, l’immediata liberazione di Patrick e ricordare i tanti attivisti e le tante attiviste rimaste vittime del regime egiziano – come Sarah Hegazi – significa delegittimare il cinismo occidentale e la miopia di stato per rilanciare un nuovo agire politico europeo, capace di cogliere nella loro complessità gli esercizi di democrazia, giustizia e dignità, inaugurati con le piazze arabe del 2011, leggendone finalmente tutta la loro portata e prospettiva epocale e sistemica.  

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