LA DIPLOMAZIA SANITARIA DI PECHINO NEL SUO PIANO DI ESPANSIONE AFRICANO

Le crisi riescono spesso ad evidenziare gli aspetti più sinceri nei nostri legami con gli altri. Quelli che in condizioni di normalità appaiono come rapporti di reciprocità e sostegno, possono rafforzarsi nei periodi difficili o deteriorarsi fino al loro punto di rottura. Questa tendenza si manifesta tanto per gli uomini quanto per i sistemi politici e soprattutto in questi ultimi, ci permette di capire logiche e interessi celati dietro apparenti intese.  In Africa, in virtù della recente pandemia, assistiamo a importanti rivolgimenti geopolitici di grandi potenze come la Cina, che nel continente ha recentemente elaborato un imponente piano di espansione della sua influenza. Un piano che a ragion veduta diversi autori hanno definito “diplomazia del vaccino”, ma che ad uno sguardo più attento ricorda (con le parole di Fabio Marco Fabri) “la funzione di quel bellissimo manufatto greco che era il Cavallo di Troia”.

La pandemia da Covid-19 ha avuto un pesantissimo impatto sulle nostre vite e le nostre società. In brevissimo tempo la condizione di diffuso benessere a cui la maggior parte di noi era da sempre stato abituato (tanto da darla spesso per scontata), ci è scivolata dalle mani costringendoci a un nuovo stile di vita rigidamente regolamentato e scandito da pratiche inusuali e ripetitive, che volente o nolente abbiamo dovuto accettare e fare nostre.

Dopo le contrapposizioni iniziali, le accuse e il sovrapporsi delle teorizzazioni in merito alla genesi del virus, l’onda lunga della sua diffusione ci ha uniti nella speranza che tutto potesse finire al più presto. Nonostante una prima fase di profondo smarrimento dei governi davanti al nuovo nemico, soprattutto nei Paesi più avanzati è iniziata un’instancabile corsa alla soluzione del problema. Migliaia di scienziati hanno lavorato alacremente per giorni, settimane, mesi, al fine di pervenire nel minor tempo possibile ad una conoscenza tale del fenomeno da poterlo combattere con la creazione di un vaccino.

La competizione fra i gruppi scientifici più accreditati ha così portato in brevissimo tempo risultati che nessuno si sarebbe mai aspettato. In meno di un anno è stato possibile sviluppare soluzioni che in condizioni di normalità si sarebbero realizzate in un tempo cinque volte maggiore. Oggi, a circa dieci mesi dalla comparsa dell’agente patogeno, le principali case farmaceutiche mondiali hanno annunciato la scoperta di un vaccino capace di inibirne gli effetti, passando la palla ai governi per quanto attiene alla produzione e alla diffusione dello stesso su scala globale.

Questi ultimi due aspetti (produzione e distribuzione) conferiscono al problema una connotazione squisitamente politica. Con un breve rimando geografico innanzitutto, possiamo notare come la distribuzione dei centri scientifici, alla stregua degli attuali centri di potere globali, sia multipolare. Stati UnitiEuropaCina e Russia, si contendono infatti la leadership planetaria sul tema attualmente più rilevante in ambito internazionale, la sanità.

Ricoprire un ruolo di prim’ordine in questo frangente ha una profonda valenza geopolitica. Alcuni Paesi come quelli del blocco occidentale sembrano perseguire il prestigio e gli aspetti meramente profittevoli della corsa al vaccino, altri come la Cina invece, dimostrano di voler sfruttare la crisi per aumentare la propria influenza politica in aree di chiaro interesse per il Paese, una di queste è l’Africa.

Come messo in evidenza da Danilo Taino in una recente pubblicazione per ISPI, nonostante la Cina sia stata battuta nei tempi, per quanto attiene la corsa al vaccino, ha da subito messo in campo una strategia orientata a cambiare la narrazione che la vede “responsabile” nella crisi globale. Dopo la prima fase acuta del contagio infatti, il governo di Pechino ha inondato il mondo con risorse e strumenti utili a fronteggiare l’avanzata del virus, come presidi medici e personale sanitario. 

In Africa l’approccio orientale ha avuto un riverbero senza precedenti. Per poterlo comprendere, dobbiamo necessariamente fare un passo indietro e chiarire, almeno per sommi capi, i cardini del posizionamento cinese nel continente. Quest’ultimo è da tempo al centro di una massiccia campagna di investimenti da parte di Pechino, che in virtù di un accesso privilegiato alle risorse di cui l’Africa è ricchissima, ha promesso (e realizzato) un imponente piano di infrastrutturazione reciprocamente vantaggioso per le parti.

Siffatta strategia è oltremodo enfatizzata dal vuoto lasciato nel continente dalle potenze occidentali, con un Europa largamente autocentrata e gli Stati Uniti che in ragione dell’ormai prossimo al tramonto ”America first” sembrano cedere il passo al gigante orientale. Con questo piano, la presidenza cinese ha sfruttato l’epidemia per stringere nuovi legami con governi e associazioni africane, che verosimilmente proseguiranno oltre la pandemia.

La chiave di Pechino per far breccia nella mente dei governi africani è stata quella di impostare il rapporto su basi egualitarie e di fiducia fra le parti. Per la prima volta i leader dell’Africa si sono sentiti coinvolti in progetti orientati al proprio benessere, non mancando di esternare questo sentimento di reciprocità. Il 15 ottobre di quest’anno ad esempio, alcuni capi di Stato e di Governo africani sono stati invitati a Beijing per visitare i laboratori della Sinopharm, la casa farmaceutica che produrrà il vaccino anti-Covid. L’incontro, di grande valore simbolico e promozionale, ha rinsaldato la fiducia africana nell’amministrazione cinese, rilanciando la cooperazione in innumerevoli settori oltre quello scientifico e sanitario, primo fra tutti quello commerciale.

La Cina ha oltretutto sostenuto le sue promesse dando immediato inizio alla costruzione di fabbriche per aumentare in modo esponenziale la produzione del suo vaccino, garantendone l’approvvigionamento ai Paesi in via di sviluppo, da tempo al centro del suo interesse strategico. La forte impronta geopolitica della diplomazia cinese è riassumibile con una recente dichiarazione del governo di Pechino, che identifica il vaccino come “bene pubblico globale”, estendendo enormemente la portata del suo intervento.

Questo contributo alla soluzione del problema è un tassello fondamentale del progetto di espansione geopolitica cinese attraverso il suo soft-power. Tramite la diffusione della cultura e degli ideali cinesi, il gigante asiatico mira alla leadership globale usando forme di attrazione piuttosto che di coercizione e lo fa in un continente in cui per innumerevoli ragioni si giocheranno le principali partite del futuro.

Comprendere questo stato di cose dovrebbe se non altro spingere i governi del blocco occidentale a ridefinire le proprie strategie in termini globali. Questo non significa arginare l’avanzata asiatica in maniera pragmatica, contrastando le singole politiche al fine di indebolirne la portata. Significa invece farsi portatori di una nuova narrazione, costruendo un nuovo progetto di diffusione dei valori della libertà, della dignità umana, del rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza, tendendo la mano a chi è più in difficoltà col fine esclusivo di sostenerne la ripresa, condividendone le difficoltà oggi per poterne condividere i successi domani. 

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