LA CRISI POLITICA GHANESE, UNO SCENARIO PREANNUNCIATO

Anche se il Ghana è considerato una delle democrazie più stabili del continente, le tensioni stanno aumentando nel paese a fronte del comunicato della Commissione Elettorale del Ghana in cui si riconferma la carica di presidente all’uscente Nana Akufo-Addo, leader del New Patriotic Party (NPP) e la sconfitta di John Mahama, ex presidente della Repubblica ghanese fino al 2017 e leader del National Democratic Congress (NDC).

Ma il dibattito che si sta sviluppando in questi giorni non è una novità nel paese dell’Africa occidentale: dopo l’indipendenza, la democratizzazione del Ghana ha portato a una netta divisione tra due blocchi politici: l’NDC, a tendenza socialdemocratica, che rappresenta l’etnia degli Ewe insediati principalmente nella regione del Volta, e l’NPP, di orientamento conservatore e liberale che rappresenta l’etnia Ashanti, stabilita nella regione di Ashanti. 

Tale divisione si riscontra nelle campagne elettorali dei due principali partiti; un esempio riguarda proprio la diatriba inerente al settore minerario nel Ghana e, in particolar modo, la risoluzione della questione dei Galamseyer, minatori illegali che nel corso degli anni hanno distrutto la copertura forestale del Ghana e le loro attività hanno inquinato anche i corpi idrici a causa della natura grezza e non regolamentata del processo minerario. In questo quadro, le politiche minerarie di Mahama si sono basate sostanzialmente non sulla persecuzione dei minatori illegali, ma sulla promulgazione di leggi che avrebbero dovuto regolamentare la loro organizzazione e le loro attività; tale politica risulta in completo contrasto con la recente Operazione Vanguard del governo dell’NPP, la quale ha previsto la costituzione di una task force congiunta della polizia militare (JTF) istituita da Akufo-Addo per combattere i Galamseyer. 

Sotto questo profilo, i sostenitori dell’NDC affermano che la politica mineraria dell’NPP non solo è risultata un completo fallimento nella lotta contro gli illeciti dei Galamseyer ma ha derubato i piccoli minatori del loro sostentamento.

Nonostante gli screzi tra le due fazioni politiche, gli osservatori elettorali erano assolutamente convinti che si sarebbe trattato di elezioni pacifiche in quanto il Ghana, a differenza delle vicine Guinea e Sierra Leone in cui la violenza ha interrotto i recenti processi elettorali, ha effettuato con successo i trasferimenti di potere democraticamente per quasi due decenni. Tra l’altro, a sostegno di questa posizione, i due principali candidati avevano firmato un accordo simbolico per risolvere eventuali controversie in tribunale e per evitare possibili tensioni e violenze; inoltre, più di 60.000 addetti alla sicurezza erano di stanza nei seggi elettorali per mantenere l’ordine.

Ma queste speranze sono state disattese: in primo luogo, secondo quanto riportato dai media locali, cinque persone sono state uccise a seguito dello scoppio delle tensioni durante il processo elettorale; infatti, la polizia del Ghana ha confermato che ci sono stati più di 60 incidenti dal 7 dicembre, giorno delle votazioni.  In secondo luogo, i leader dei due partiti si accusano vicendevolmente di brogli elettorali: di fatto, le tensioni sono salite martedì sera quando Mahama ha puntato il dito contro il suo avversario intimandolo a non “rubare” le elezioni, insinuando che il presidente in carica abbia usato i militari per intimidire gli elettori. Durante una conferenza stampa nella capitale Accra, il leader dell’NDC ha dichiarato: “Non si può usare l’esercito per cercare di rovesciare alcuni dei risultati nelle circoscrizioni in cui abbiamo vinto. Resisteremo a qualsiasi tentativo di sovvertire la volontà sovrana del popolo ghanese”; d’altra parte, il ministro dell’informazione di Akufo-Addo, Kojo Oppong Nkrumah, ha risposto sostenendo che le accuse sono totalmente false e “irresponsabili” in quanto insinuazioni del genere avrebbero potuto compromettere il normale processo democratico.

Questa mancata accettazione dei risultati elettorali è un leit motiv dello scenario politico internazionale dell’ultimo periodo: i commenti di Mahama, infatti, sono speculari a quelli del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha perso le elezioni presidenziali nel mese di novembre e ha accusato il suo rivale di rubare le elezioni, minando la fiducia nella democrazia americana. 

Ad ogni modo, è palese che questa crisi politica possa mettere in serio rischio la reputazione democratica del Ghana; sotto questo profilo, prima che la Commissione Elettorale pubblicasse i risultati, il direttore delle comunicazioni dell’NDC, Sammy Gyamfi, ha sostenuto che la Commissione non stava facendo il suo lavoro correttamente e che stava camuffando la volontà del popolo. D’altro canto, John Boadu, segretario generale dell’NPP ha controbattuto alle accuse provenienti dell’NDC: “La creazione di insinuazioni crea una mancanza di credibilità su tutto il nostro processo elettorale”.

In questo contesto, è importante sottolineare il fatto che questa situazione si presenta come un vero e proprio déja-vunella storia politica del Ghana: i due politici si sono scontrati per la prima volta nel 2012; nella prima corsa alle presidenziali, Mahama è diventato inaspettatamente il candidato del suo partito, dopo che il presidente John Evans Atta Mills era morto appena cinque mesi prima del sondaggio presidenziale, e ha poi sconfitto Akufo-Addo. Anche in quell’occasione i risultati sono stati contestati in tribunale per frode elettorale, ma dopo otto mesi la Corte Suprema del Ghana ha confermato la stretta vittoria di Mahama. Successivamente, nel ritorno elettorale del 2016, Akufo-Addo, ha ottenuto la sua rivincita con il 53,85% dei suffragi.

In ogni caso, il neoeletto Akufo-Addo deve ora affrontare molteplici sfide: prima di tutto, ha il compito di tirare fuori la nazione dalla crisi del coronavirus che ha infettato 52.622 persone nel paese. In aggiunta, il leader liberal-conservatore ha l’arduo compito di recuperare l’economia che ha subito una grave caduta a causa della crisi. Sotto questo profilo, è importante evidenziare che il leader dell’NPP partiva da un solido sistema economico rispetto agli altri paesi dell’Africa occidentale prima dell’avvento del coronavirus: di fatto, in un paese in cui la produzione di oro e cacao ha dominato le esportazioni per decenni, la produzione di nuovi giacimenti petroliferi ha spinto la crescita economica sopra il 6% per ciascuno dei settori di produzione negli ultimi tre anni. Inoltre, l’inflazione è rallentata a meno del 10% per la prima volta in sei anni nel 2018 ed è rimasta al di sotto di tale livello fino ad aprile di quest’anno; dopodiché si è assistito ad una battuta d’arresto. 

Sotto questo profilo, gli investitori si aspettano che Akufo-Addo rimetta in sesto un’economia devastata non solo dalla pandemia di Covid-19, che ha spinto il rapporto tra debito e PIL del Ghana al 71% a settembre (il più alto in quattro anni), ma anche perché l’Africa occidentale era già sotto pressione fiscale a causa dei costi di risanamento del settore bancario e delle passività del settore energetico. L’NPP di Akufo-Addo ha promesso che ridurrà il deficit di bilancio all’8,3% del PIL nel 2021 e che il governo, che è stato costretto ad abbandonare una norma fiscale introdotta nel 2018 per contenere il disavanzo al 5% del PIL, scenderà al di sotto del massimale entro il terzo anno del nuovo mandato presidenziale. 

Sfide economiche e politiche complesse per il neoeletto che possono essere affrontate solo con un dialogo aperto e trasparente con l’opposizione, come dovrebbe essere, almeno in teoria, in un sistema democratico. 

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