IL GIORNALISMO IN MEDIO ORIENTE

Spesso viene riportato come fare il giornalista in zone di guerra sia estremamente pericoloso e difficile, ma ciò che invece risulta essere ancora più complicato è fare giornalismo in regioni dove la libertà di espressione e parola non sono una libertà. Solo nel 2020, sono morti 26 giornalisti, considerando coloro defunti anche per motivi ignoti, il numero sale a circa 43 persone in tutto il mondo; invece imprigionati e/o accusati, vi sono circa 258 giornalisti.

In questo contesto, il Medio Oriente risulta essere uno dei luoghi più pericolosi, e la recente esecuzione di Ruhollah Zam in Iran, la scomparsa e ricomparsa di Basma Mostafa in Egitto e i +120 giornalisti trattenuti in carcere in Turchia (alcuni per aver semplicemente riportato i casi da Covid-19), ne sono la prova. Questo studio vuole analizzare cosa significa fare giornalismo in Medio Oriente considerando i casi più importanti degli ultimi anni, e rimarcare i principi internazionali del giornalismo moderno e la sua importanza per la società. 

Siria, Iran, Arabia Saudita, Bahrain, Yemen, Egitto…

… Libia, Iraq, Turchia. Secondo i Reporters without Borders, nove paesi del Medio Oriente risultano essere tra i venticinque con il più basso tasso di libertà di espressione. Analizzando la Siria, solo nel 2018 sono stati uccisi più di 10 giornalisti, alcuni dei quali in circostanze sconosciute o all’interno di carceri governative. I giornalisti in Siria sono diventati negli ultimi anni i bersagli non solo del governo centrale – che ha appositamente creato delle corti penali per i crimini online – ma anche di diverse organizzazioni terroristiche, e non, presenti sul campo. Lo Stato Islamico, Hayat Tahrir al-Sham, i militari turchi, e tanti altri, considerano i giornalisti un gruppo di opposizione, e dunque un nemico.

Un esempio che ha catturato l’attenzione dei media negli ultimi anni è stata la detenzione, nel 2012, di un giornalista freelance statunitense, Austin Tice, catturato ad un checkpoint a Damasco e mai rilasciato. Nonostante la autorità statunitensi credano sia ancora in vita, dettagli sul suo rilascio e sul suo stato di salute, non sono mai stati rilasciati. Questo esempio, dimostra come i giornalisti non siano tutelati dalle leggi siriane, e che molto spesso vengono considerati dissidenti solo per aver riportato informazioni sulle questioni domestiche ai media internazionali.

L’Iran, invece, negli ultimi cinquant’anni, non ha mai migliorato la sua posizione sul World Press Freedom Index, e dal 2019 ha iniziato una discesa irreversibile, diventando, prima della Siria, il 174esimo su 180 per tasso di libertà. Dalla nascita dello Stato Islamico dell’Iran, i dati pubblici riportati sulle esecuzioni di giornalisti iraniani e non, sono di circa 860 persone. Se in Siria i giornalisti sono i bersagli principali delle fazioni terroristiche, in Iran è il governo che controlla tutti i media e i canali d’informazione.

La guardia rivoluzionaria iraniana è stata più volte accusata di crimini contro l’umanità per aver trattato in modo inumano i giornalisti detenuti nelle carceri, ma anche per aver portato avanti esecuzioni ‘vergognose’ – parole che Al-Jazeera ha utilizzato per l’uccisione di Ruholla Zam. Infatti l’ultima esecuzione del governo è stata quella del giornalista Ruholla Zam, accusato di aver sparso fake news sul governo centrale e di essere stato il promotore principale delle proteste del 2019. La sua uccisione è stata condannata da tutto il mondo, sia per il processo abbreviato portato avanti dalla guardia rivoluzionaria, sia per l’uccisione brutale a cui è stato sottoposto. 

Senza analizzare tutti i paesi sopra citati, che riportano le medesime caratteristiche della Siria e dell’Iran, è importante sottolineare la situazione della Turchia. La Turchia, considerando la sua volontà di entrare a fare parte dell’Unione Europea, ha l’obbligo di rispettare i principi di democrazia e i diritti riportati sulla carta europea. Nonostante questi doveri, dal 2016 Istanbul ha aumentato il controllo sui media e sui gruppi di opposizione presenti nel paese, ponendo particolare attenzione ai giornalisti appartenenti alla minoranza curda. I Reporters without Borders hanno sopranominato questo contrasto con i giornalisti una vera e propria caccia alle streghe, sottolineando come la Turchia sia il paese con il più alto tasso di persecuzioni, incriminazioni e incarcerazioni di giornalisti al mondo.

Il lancio della scarpa

È opportuno sottolineare come il giornalismo non è sempre una forma di protesta verso le istituzioni locali, ma anche un modo per informare i cittadini in modo diretto e coinvolgere la società nelle scelte domestiche. Inoltre, colui giornalista, ha la libertà di esprimere il proprio giudizio sulle situazioni, in modo chiaro e raggiungibile a tutti, così da creare dibattito nella popolazione. Il 14 Dicembre è stato l’anniversario di un evento ritenuto importante per il giornalismo moderno in Medio Oriente: il lancio della scarpa a George W. Bush. Infatti, nel 2008, il giornalista iracheno Muntadhar al-Zaidi, lanciò la sua scarpa al Presidente USA in visita a Baghdad durante una conferenza stampa, urlando il suo dissenso verso l’occupazione militare USA in Iraq.

Nonostante l’Iraq sia uno dei 25 paesi con il più basso tasso di libertà di espressione, Muntadhar al-Zaidi non fu ucciso, anzi, ebbe un processo giusto con un avvocato per la difesa, ricevette una sentenza in carcere per nove mesi, dopo i quali fu rilasciato e tutt’ora continua la sua professione da giornalista e politico. Questo esempio mira a riflettere sulla condizione del giornalista in Medio Oriente, facendo notare come, nonostante la situazione sia repressiva, non sempre vi è una violazione di diritti umani e che la situazione è in procinto di miglioramento. 

L’assenza di leggi

Non esiste una fonte primaria unica che precisa il ruolo del giornalista a livello internazionale e la sua tutela, ma ogni paese può decidere se avere una propria normativa che vincola i suoi diritti e doveri. Ad esempio, in Italia il ruolo del giornalista è regolamentato dall’inizio del 1920 e vi è anche un albo d’iscrizione, in Francia la norma è prevista dallo Stato, invece in Belgio, Germania, Grecia e altri paesi europei non vi è nessuna normativa che regolamenti la figura e il ruolo del giornalista. Nonostante l’assenza di leggi internazionali che tutelino il giornalismo, negli ultimi anni, specialmente con la crescita dei social media, la loro parte è diventata sempre più funzionale e importante per la società. 

Per tutelare la funzione del giornalista internazionale, negli anni, molte organizzazioni hanno cercato di difendere il loro ruolo e di combattere per i loro diritti, come ad esempio Amnesty International e i Reporters without Borders; e, il più delle volte, sono proprio queste organizzazioni che sono intervenute al posto dello stato per denunciare un abuso di potere. Tuttavia, l’assenza di una normativa unica ha permesso al giornalismo contemporaneo di approfittarsi dell’utilizzo dei social media, e utilizzare queste piattaforme per scopi che vanno al di là dell’informazione. A tal proposito, molti paesi, come gli Stati Uniti, hanno iniziato a introdurre nuove regolamentazioni sulla disinformazione per limitare quelle che vengono definite fake news, cercando, al contempo, di non violare il diritto di espressione di ciascun individuo. 

Per quanto riguarda il Medio Oriente, i diritti da introdurre, come semplicemente la salvaguardia e la libertà di un individuo di agire volontariamente ed esprimersi, sono normative che andrebbero discusse ed inserite con l’aiuto della comunità internazionale. Certamente, gli obbiettivi primari di molti paesi nella regione sono la risoluzione pacifica dei conflitti, ma nonostante questo, già alcuni stati hanno iniziato a regolamentare il diritto di informazione, dando speranza a coloro che vorrebbero vedere affermato il ruolo del giornalista.

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