I PONTI DELLA DISCORDIA

La Cina e l’India stanno combattendo una battaglia economica ad armi pari sulla Repubblica delle Maldive; stabilire un vinto e un vincitore appare tuttavia estremamente difficile.

Lo scorso 13 agosto i rispettivi ministri degli esteri delle Maldive e dell’India hanno siglato un accordo storicoper la realizzazione di una maestosa opera di ingegneria civile denominata Greater Malé Connectivity Project. Tale opera consisterà nella costruzione di un ponte di 6,7km, provvisto di strada sopraelevata, che connetterà la capitale maldiviana, Malé, a tre importanti isole dell’arcipelago. Il progetto, che comprenderà inoltre la realizzazione di un nuovo porto e di una nuova area industriale, verrà finanziato dall’India tramite una sovvenzione pari a 100 milioni di dollari e un prestito equivalente a 400 milioni di dollari.  Nonostante tale progetto paia inserirsi in un ampio contesto storico caratterizzato da una stretta collaborazione economica e politica tra i due paesi, molti esperti del settore hanno invece sottolineato come la realizzazione di questo enorme ponte possa facilmente essere interpretata come un guanto di sfida lanciato alla Repubblica popolare cinese (RPC).

Nel 2018 infatti la Repubblica popolare aveva ultimato, tramite i propri fondi e l’impiego di una propria impresa statale, la costruzione di un altro ponte sul territorio maldiviano: il cosiddetto “ponte dell’amicizia Cina-Maldive” o ponte Sinamalé. Il progetto cinese, come riportato da un dettagliato articolo della CNN, aveva visto l’impiego da parte del “Dragone” di una sovvenzione pari a 116 milioni di dollari e un prestito di 72 milioni di dollari concessi al più piccolo stato asiatico, che avevano permesso la costruzione di un ponte strategico atto a collegare la capitale maldiviana al proprio aeroporto internazionale situato nella vicina isola artificiale di Hulhumalé.

Le prove del fatto che la realizzazione delle due imponenti opere ingegneristiche non sia stata dettata solo da calcoli puramente economici, o da fini prettamente umanitari, sono facilmente deducibili da una rapida analisi dello storico politico maldiviano. Non a caso, infatti, la realizzazione del ponte cinese fu annunciata per la prima volta già nel “lontano” 2008 quando al governo dell’arcipelago sedeva Maumoon Abdul Gayoom (dittatore del paese tra il 1978 e il 2008) ma i lavori iniziarono solo quando, nel 2013, il paese cadde nuovamente nelle mani di un presidente autocratico, Abdulla Yameen.  Yameen, durante la sua presidenza, si distinse per una politica spiccatamente filocinese e un allontanamento progressivo nei confronti del suo partner storico, l’India. Nel 2018, proprio l’anno in cui l’opera cinese poté finalmente giungere a conclusione, Yameen venne sorprendentemente sconfitto alle elezioni dal suo rivale Ibrahim Mohamed Solih sotto il quale, invece, i rapporti economici con l’India vennero ampiamente restaurati.

Dal quadro appena evidenziato parrebbe quindi chiaro come i due giganti asiatici stiano tentando a più riprese di contendersi i favori dei governi a capo della Repubblica più piccola e meno popolosa dell’intero continente. Ciò perché l’arcipelago si trova in una posizione geopoliticamente e economicamente strategica: intorno alle isolette maldiviane passano infatti alcune tra le principali rotte commerciali della Indian Ocean Region (IOR), tramite le quali l’India gestisce l’80% dei suoi scambi internazionali e importa il 50% delle sue risorse energetiche; similmente, tramite le stesse rotte la Cina importa il 62% del proprio greggio proveniente dal continente africano e dai paesi mediorientali. Mantenere una buona collaborazione e stabilire una partnership commerciale con la Repubblica delle Maldive risulta pertanto essenziale a entrambe le potenze in gioco, anche ovviamente per questioni politiche e di sicurezza internazionale.

Specialmente l’India non vede di buon occhio la recente espansione dell’area di influenza cinese alle porte dei propri territori nazionali. Numerose sono le critiche che lo stato indiano ha rivolto al suo “avversario” geopolitico nel corso di questi ultimi anni in merito ai numerosi progetti economici che la Cina di Xi Jinping pare portare avanti senza sosta. Il più ambizioso di tali progetti è senza ombra di dubbio La Nuova Via della Seta o The Belt and Road Initiative (BRI) alla quale nel 2013 anche lo stato delle Maldive ha felicemente aderito a seguito di brevi negoziazioni.

È interessante notare come prima di tale anno, come riportato dal sopracitato articolo della CNN, la Cina non disponesse nemmeno di una propria ambasciata nell’arcipelago. L’ambasciata cinese a Malé è stata formalmente istituita solo nel 2014, lo stesso anno in cui il presidente Xi si è per la prima volta recato a Malé in visita ufficiale sottolineando in quell’occasione l’importanza strategica del piccolo paese insulare nell’ambito della maestosa iniziativa cinese. Proprio contro i milioni di dollari affluiti nella Repubblica maldiviana nel contesto della BRI paiono riversarsi le principali critiche dell’attuale primo ministro indiano, Narendra Modi, il quale accusa la Cina di stare attuando la ormai famosa “trappola del debito” contro il suo storico e quasi indifeso alleato.

Simili preoccupazioni sono state ufficialmente espresse anche dallo stesso presidente del Parlamento maldiviano, Mohamed Nasheed, il quale teme che il proprio paese possa fare una fine simile a quella dello Sri Lanka. Lo Sri Lanka, a seguito della propria guerra civile conclusasi formalmente nel 2011, aveva ricevuto numerosi aiuti dallo stato cinese sotto forma di prestiti volti alla creazione di nuove infrastrutture. Fra queste spicca la costruzione di un porto dal costo di 1,5 miliardi di dollari che poi è risultato economicamente insostenibile per il paese, il quale ha dovuto quindi cedere il 70% delle concessioni dello stesso alla Cina insieme a un vasto territorio in cui la RPC ha installato una propria Zona Economica Speciale.

Lo stesso ammontare del debito maldiviano nei confronti della Repubblica popolare è inoltre oggetto di aspre contese fra i due paesi: secondo Nasheed, il debito stesso è stato inflazionato passando da un valore reale di circa 1,1 a 3,1 miliardi di dollari. I rappresentanti cinesi hanno velocemente confutato tale stima sostenendo invece che il debito si aggiri intorno ai 1,4 miliardi, i quali secondo l’India rappresentano comunque una somma enorme per un paese quale quello maldiviano. Numerosi prestiti cinesi godono inoltre di “garanzia sovrana”: in parole semplici, se un’impresa maldiviana destinataria di suddetti prestiti fallisce spetta alla Repubblica delle Maldive ripagarne le relative somme. Per tale ragione nel 2018, lo stato indiano ha offerto ingenti somme di denaro al suo alleato insulare volte alla riparazione del debito cinese, mossa assolutamente non apprezzata dalla controparte in questione.

A ciò si aggiungono alcune speculazioni, presentate nuovamente dal governo indiano, che vedrebbero i progetti cinesi come una sorta di cavallo di Troia atto a allargare il controllo militare della RPC sull’oceano indiano. A questo proposito vengono citate le costruzioni di svariati resort ad opera di imprese cinesi nelle isole maldiviane che secondo le autorità indiane non rappresenterebbero altro che potenziali basi di tipo militare. Tuttavia, tali sospetti parrebbero essere già stati dissolti da alcune foto satellitari che mostrano chiaramente come le strutture in questione non siano altro che delle strutture esclusivamente a uso turistico.

A questo proposito, se da un lato gli ingenti aiuti indiani risultano estremamente apprezzati dall’attuale presidente maldiviano e considerati internazionalmente più trasparenti, dall’altro non bisogna però sottovalutare la potenziale spinta economica derivante dalle numerose infrastrutture ad opera cinese, specialmente nel corso dell’attuale pandemia di covid-19. Le Maldive, infatti, basano la propria economia principalmente sul settore del turismo il quale si trova oggi in uno stato di profonda crisi: secondo un’analisi rilasciata dalla BBC, l’ammontare di turisti stranieri presenti nella nota meta turistica asiatica tra aprile e giugno di quest’anno è arrivata a toccare quota zero con una perdita potenziale di 700 milioni di dollari.

Alla luce di ciò parrebbe quindi quasi impossibile, a detta di numerosi esperti, che le Maldive rigettino la propria partnership con la Cina per rifugiarsi totalmente nelle braccia del loro alleato indiano. Per tali ragioni, l’India ha per la prima volta permesso l’inserimento degli Stati Uniti nella propria area di influenza dando il proprio benestare su un accordo di difesa firmato tra le autorità maldiviane e statunitensi lo scorso settembre. Tale accordo non ha fatto altro che inasprire maggiormente le rivalità esistenti fra i due colossi asiatici, specialmente in seguito al rinnovarsi di alcuni contrasti di tipo militare sul confine himalaiano avvenuti nel corso di quest’estate. Le carte potrebbero tuttavia rimescolarsi alla luce degli ultimi risvolti elettorali statunitensi: sebbene non si prevedono grandi cambianti per quanto concerne le relazioni sino-statunitensi, Biden a differenza di Trump potrebbe necessitare una maggiore collaborazione da parte della RPC per affrontare alcune problematiche mondiali evidenziate dallo stesso neopresidente nel corso della sua campagna elettorale, come la lotta al cambiamento climatico.

Riesaminando la situazione appena evidenziata, risulta possibile che le Maldive possano beneficiare enormemente dello scontro in corso fra le due potenze asiatiche, soprattutto in termini economici. Entrambe le potenze in gioco stanno sicuramente fornendo per i propri fini politici gli strumenti necessari alla piccola repubblica per rilanciare la propria economia quanto prima possibile. Tuttavia, ciò richiederà non solo ottime capacità imprenditoriali da parte delle autorità maldiviane ma anche una buona dose di astuta diplomazia. 

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