COVID-19 IN CANADA: PRIMI CASI NEL NUVANUT

Il virus raggiunge anche l’unica regione canadese (e forse del mondo) che non lo aveva ancora incontrato.

Il Nuvanut, regione artica del Canada con il territorio più vasto di tutto il paese; soltanto 39.000 abitanti, pochi centri abitati, molti dei quali difficilmente raggiungibili. Eppure il COVID-19 ha colpito anche qui. Una rigida politica di isolamento, con quarantene forzate e restrizioni agli ingressi, ha tenuto il Nuvanut fuori dalla pandemia fino a novembre, quando nella regione sono stati individuati i primi casi. Il caso del Nuvanut si pone in controtendenza rispetto a tutto il resto del pianeta, per la sua estraneità a qualsivoglia tipo di contagio. La prima cosa di cui bisogna tener conto è che, le imposizioni delle autorità regionali hanno retto bene, ed altrettanto bene hanno agito i cittadini, perlopiù Inuit della regione. Certo, sicuramente la precarietà infrastrutturale, evidente nei collegamenti del territorio artico canadese, la scarsa densità abitativa e l’esiguo numero di abitanti della regione, hanno impedito la diffusione del virus;  però il merito va anche alle misure di sicurezza applicate, che hanno retto fino a novembre

Negli ultimi giorni comunque, sembra che dei 219 casi riscontrati nel Nuvanut, ne rimangano attivi solo 51, ma la preoccupazione non è destinata a calare e la tensione resta alta.  Gli ingressi vietati agli stranieri e la quarantena per i pendolari, ha funzionato ma poi, da qualche parte si è creata la falla che ha permesso l’ingresso del virus che adesso preoccupa questa remota regione. Le autorità locali hanno tutte le motivazioni per essere preoccupate: pochi e piccoli centri abitati, mal collegati; un solo ospedale nella capitale Iqaluit con 35 letti, nessun reparto di terapia intensiva. Qua e là nella regione ci sono pochi ambulatori, ma nulla che possa reggere il confronto. Va da se che, in caso di recrudescenza del virus, la situazione potrebbe divenire esplosiva.

Altra preoccupazione deriva dallo scenario sociale del Nuvanut: la popolazione del luogo, paga secoli di politiche coloniali e decenni di mancati finanziamenti governativi, che lasciato la regione in condizioni di arretramento rispetto a quelle meridionali. Nella zona sono frequenti problematiche di disagio sociale e abbandono, con scarse cure mediche e precari interventi. L’emergenza abitativa è stata tamponata anni addietro con alloggi sociali, in cui sono frequenti questioni di sovraffollamento, una condizione che va a braccetto con la diffusione virale. Tenendo conto che il resto del Canada ha dovuto pagare un peso abbastanza alto in termini di contagio da COVID-19, complici anche i collegamenti con gli Stati Uniti, il Nuvanut ha giocato una partita migliore grazie soprattutto al suo isolamento ed all’assenza di confini prossimi. Fino a poco fa, questo poteva essere un caso di resistenza da portare come modello, in alternativa alla “soluzione cinese”; tuttavia, l’applicabilità delle misure di sicurezza intraprese dal Nuvanut sarebbe da valutare caso per caso e, non sempre verificabile. 

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) ed ho una laurea Magistrale in Scienze Politiche Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali.
La macroarea di cui mi occupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori.
Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ARTICO