POSSIBILI VIOLAZIONI DELLO IUS IN BELLO NEL CONFLITTO FRA ARMENIA E AZERBAIJAN

I comportamenti tenuti da Armenia e Azerbaijan, durante il conflitto armato degli ultimi mesi, sollevano preoccupazioni internazionali sui possibili crimini di guerra perpetrati. Occorrono, dunque, indagini più approfondite.

L’ultimo conflitto tra Armenia e Azerbaijan, a cui ha fatto seguito un accordo di pace negoziato a Mosca lo scorso ottobre, ha sollevato molte preoccupazioni. Le Nazioni Unite e tutta la comunità internazionale si sono interrogati e hanno mostrato timore in merito alla conduzione delle ostilità e ai possibili crimini commessi durante il conflitto consumato nella regione Nagorno-Karabakh. I rapporti bellicosi, fra i due attori coinvolti, infatti, affondano le radici in vecchie tensioni risalenti alla dissoluzione dell’ex Unione Sovietica, tuttavia le relazioni fra i due paesi, nei passati mesi, sono state molto più che acrimoniose. Ciò che emerge, dalle prime indagini sono i presunti ripetuti attacchi armati che hanno letteralmente stravolto la vita dei civili, vittime indiscusse dei ripetuti colpi e contraccolpi, che sono stati sferrati da ambedue le parti.

I recenti allarmismi sono tutti incentrati sulla possibilità che siano stati commessi crimini internazionali durante il conflitto, nello specifico: crimini di guerra. Ganja è stata una delle città dell’Azerbaijan più prese di mira dal conflitto e dalla raccolta di prove e informazioni, emergono fatti preoccupanti. Il conflitto fra Armenia e Azerbaijan sembra esser stato consumato attraverso attacchi reiterati contro i civili, con danni alle infrastrutture di collegamento e continui attacchi a luoghi altamente sensibili quali scuole, abitazioni e ospedali. 

Numerose sono, oggi,  le persone che vivono in condizioni di alta precarietà. Sembrerebbe che il conflitto sia stato consumato violando apertamente le norme del diritto internazionale umanitario che specifica, per l’appunto, il modus operandi dei conflitti armati internazionali e interni. Il diritto internazionale umanitario, pertanto, stabilisce precisi criteri su come questi conflitti debbano essere condotti e su quali determinati individui e gruppi di persone è possibile estendere lo status identificativo di ‘soggetti degni di protezione internazionale’. Le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, le note Geneva Conventions  insieme ai tre Protocolli Aggiuntivi, costituiscono, di fatto, il corpus giuridico dello ius in bello.

Nello specifico, le Convenzioni contengono le regole di diritto internazionale più importanti e fondamentali relativi allo svolgimento dei conflitti armati con l’obiettivo di contenere e circoscrivere l’escalation di violenza e brutalità. Le quattro Convenzioni mirano a fornire protezione internazionale alle parti non coinvolte completamente nel conflitto, ovvero i civili, ma garantiscono tutele anche ai prigionieri di guerra e gli hors de combat, ovvero coloro che non prendono più parte al conflitto armato. In aggiunta, grazie alle suddette Convenzioni sono stati stabiliti precisi criteri e simboli identificativi a protezione di soggetti, mezzi e luoghi vulnerabili e sensibili. Quest’ultimi, infatti, non devono in alcun modo diventare bersagli di attacco, poiché godono di una protezione internazionale speciale. 

E’ importante sottolineare, a questo punto, che sia l’Armenia sia l’Azerbaijan hanno ratificato le Geneva Conventions nel 1993, tuttavia l’inclusione di questi due attori nell’elenco degli Stati-Parte delle suddette Convenzioni, non sembrerebbe aver contribuito a bilanciare i comportamenti durante il conflitto. Entrambi i paesi hanno, infatti, attaccato obiettivi sensibili e colpito individui non coinvolti direttamente negli scontri armati, infrangendo, di conseguenza, diverse norme di diritto internazionale umanitario.

In aggiunta, alcune prove raccolte testimonierebbero una serie di trattamenti crudeli, inumani e degradanti perpetrati ai danni dei prigionieri di guerra (Prisoners of War, POW), tali comportamenti violerebbero apertamente le disposizioni contenute all’interno dello ius in bello. Un altro fattore preoccupante, che emerge da alcune osservazioni e prove, raccolte dalle Nazioni Unite, è l’aver utilizzato munizioni a grappolo durante gli scontri.

La Convenzione sulle munizioni a grappolo, The Convention on Cluster Munitions (CCM), adottata nel 2008 e ratificata da 100 Stati, è diventata legge internazionale vincolante a partire dal 1 agosto 2010, data della sua entrata in vigore. Le munizioni a grappolo sono, infatti, espressamente vietate dal diritto internazionale umanitario poiché producono attacchi indiscriminati, costituendo di fatto un grande pericolo soprattutto per i civili. La particolarità di queste armi sta nella loro capacità di disperdersi e rimanere inesplose, la loro pericolosità, invece, è paragonabile a quella delle mine antiuomo che già in passato hanno causato seri danni ad altre popolazioni.

E’ chiaro ed evidente che, nonostante recentemente sia stato siglato un accordo fra i due attori coinvolti nel conflitto, dando spazio di fatto ad una tregua, le indagini sulla conduzione delle ostilità sono fondamentali quanto necessarie. Il diritto internazionale umanitario non lascia spazio alle interpretazioni o ai blandi e volubili tentativi di adeguamento al rispetto delle norme internazionali in materia, pertanto è indispensabile un’indagine più approfondita. 

Nell’eventualità di ulteriori conferme a queste primordiali prove relative allo svolgimento del conflitto nella regione Nagorno-Karabakh, non potrà essere esclusa la possibilità di un’apertura di un tribunale militare speciale per valutare il caso specifico. Una decisione del genere sarebbe diretta a indagare quelli che, di fatto, sembrerebbero delinearsi come veri e propri crimini di guerra in violazione del diritto umanitario internazionale. Le violazioni, perpetrate da ambedue le parti, richiedono un serrato esame sui passati attacchi e un monitoraggio delle relazioni in corso fra i due paesi. 

Quanto risulta inequivocabile, di certo, è il coinvolgimento sia dell’Armenia sia dell’Azerbaijan nell’inottemperanza alle suddette norme. Non è possibile, quindi, tralasciare la possibilità di una supervisione internazionale super partes all’interno della regione, al fine di garantire maggiore chiarezza e, soprattutto, il rispetto delle norme del diritto internazionale umanitario. 

Federica Gargano

Federica Gargano, classe 1994, dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali ha proseguito il suo percorso accademico ottenendo una laurea magistrale in International Relations con curriculum in International Studies, un corso di studi interamente tenuto in lingua inglese e conseguito con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi incentrata sul diritto penale internazionale e la crisi dei Rohingya. Scrive per un giornale online ed è attualmente Capo Redattore della redazione di Diritto Internazionale dello I.A.R.I, dove nello specifico tratta argomenti relativi al diritto penale internazionale, diritto internazionale, diritti umani e rifugiati.

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