USA 2020: ORA E’ IL MOMENTO DEI GRANDI ELETTORI

Dopo le elezioni presidenziali, gli Stati Uniti sono stati teatro di profondi scontri politici e numerosi ricorsi legali. Dopo il respingimento della causa del Texas da parte della Corte Suprema, Trump ha concluso definitivamente la sua battaglia per tentare di ribaltare il voto. Il 14 dicembre il Collegio Elettorale metterà un punto su queste elezioni.

Il 14 dicembre si riunisce il Collegio Elettorale degli Stati Uniti d’America. Esso è composto da 538 grandi elettori, per ogni Stato in numero pari alla propria delegazione al Congresso, ed ha come unica finalità l’elezione del Presidente e del suo Vice, che entreranno formalmente in carica il 20 gennaio 2021. I grandi elettori sono figure individuate dai vertici dei partiti e sono persone considerate di estrema fiducia. Il tema chiave che ruota intorno a questo momento, è il raggiungimento della quota di elettori necessaria per ottenere la maggioranza: il 7 novembre, a 4 giorni dall’Election Day, Biden aveva superato il minimo di 270 grandi elettori indispensabili per l’elezione. I grandi elettori esprimeranno il proprio voto per il ticket presidenziale presso la capitale del proprio Stato. Ognuno di essi regolamenta in modo autonomo l’espressione di questo voto, ad esempio il Nevada quest’anno convocherà i suoi 6 elettori in una riunione Zoom. I voti vengono poi inviati all’Archivio Nazionale e al Congresso che il 6 gennaio, nel corso di una seduta congiunta di Camera e Senato, ratifica la votazione dichiarando il nome del futuro Presidente.

Come arrivano gli USA a questo importante appuntamento? Non nel migliore dei modi.

Quello che si è consumato in queste settimane è qualcosa di inedito per la storia di questo Paese: il Presidente uscente ha negato l’esito del voto condannando la stessa procedura elettorale, appoggiato e sostenuto da molti Governatori, membri del Congresso ed elettori. Trump in questi 4 anni ha consolidato un elettorato che gli è rimasto fedele anche in questa lunga crisi politica. Quell’elettorato è arrivato a mettere in dubbio lo stesso ordinamento statale e federale, cosa lo ha fatto discutere sull’efficacia dello stesso impianto democratico di uno degli Stati democratici più longevi del globo. Non basta “l’amore” per un politico ad innescare tutto questo, i problemi vengono da lontano e la sfiducia di una larga fetta dell’elettorato nei confronti del sistema è sempre più eclatante. Di contro a tale questione, si è aggiunta poi la critica mossa da tempo su più fronti sull’inadeguatezza del sistema elettorale statunitense, considerato obsoleto e fallace.

Un altro aspetto inedito è stato quello che ha visto protagonista il Texas. Il procuratore generale Ken Paxton ha presentato una causa alla Corte Suprema contro Michigan, Wisconsin, Georgia e Pennsylvania, denunciando che tali Stati avrebbero illegittimamente modificato le proprie leggi elettorali. Il problema si focalizzava sulla decisione di accettare i voti per posta arrivati successivamente al 3 novembre, purché spediti entro quella data. Questo ricorso, alla più alta Corte degli Stati Uniti, è arrivato dopo più di 50 battaglie legali perse dal tycoon per ribaltare l’esito del voto. La Corte Suprema ha respinto la causa senza nemmeno analizzarla. La questione si rivela inedita perché uno Stato come il Texas, storicamente avverso al potere federale e alle sue ingerenze sulle materia di competenza statale, presenta alla Corte Suprema un ricorso che lede direttamente l’autonomia di altri Stati. Il Texas non è stato solo: 17 Stati e 126 membri del Congresso lo hanno seguito.

Che nulla avrebbe mai potuto ribaltare un esito del voto ormai assodato da più di un mese, era chiaro a molti. Il respingimento della causa del Texas rappresenta il 57° fallimento legale dei team legali supportati e vicini al Presidente. Il sistema, nonostante quest’ultima sentenza e il voto del Collegio Elettore che consegnerà la Presidenza a Joe Biden, ne esce in crisi. Il neo Presidente si troverà davanti non solo un’America politicamente divisa come mai prima d’ora, ma anche una parte del Paese che ha messo in discussione lo stesso ordinamento democratico, aspetto per cui servirà un duro lavoro di ricomposizione dell’immagine pubblica dello Stato. Nel frattempo Biden ha proseguito con l’assegnazione degli incarichi di governonominando Xavier Becerra come Segretario alla Salute, Rochelle Walensky a Direttrice del centro per il controllo e la prevenzione delle patologie,  Vivek Murthy come Chirurgo Generale, Marcia Fudge a Segretario per l’Edilizia e lo sviluppo urbano, Tom Vilsack Segretario per l’Agricoltura, Katherine Tai come Alto Rappresentante per il Commercio, Denis McDonough Segretario degli Affari dei Veterani e Susan Rice come Direttrice del Consiglio della Politica Interna. Alcuni di essi necessiteranno del vaglio del Senato.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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