ROMANIA, TRA RESISTENZE SOCIALISTE E RITORNI DELL’ULTRA-DESTRA. QUALE IL FUTURO NELL’UNIONE EUROPEA?

Le recenti elezioni romene hanno disatteso molti dei prognostici ipotizzati dagli analisti di tutto il mondo. Innanzitutto, il Partidul Național Liberal (PNL), che si era attestato come il primo partito del Paese negli ultimi quattro anni e che solo a settembre aveva vinto le amministrative nella capitale, ha perso la maggior parte dei suoi sostenitori, al punto che non solo non ha raggiunto una percentuale tale da poter governare da solo il Paese, ma si è anche fermato dietro al Partidul Social Democrat(PSD), che negli ultimi anni aveva invece toccato i mini storici in termini di apprezzamento e appoggio da parte della popolazione romena. D’altra parte, il partito di nazionalista e conservatore di estrema destra, Alianța pentru Unirea Românilor(AUR), ha ampiamento superato lo sbarramento del 5% e si è attestato come il quarto patito del Paese. Due risultati – questi – che pongono diversi quesiti sul futuro di Bucarest; non per ultimo, come evolveranno i rapporti con l’Unione Europea.

Elezioni 2020, tra ritorni inaspettati e diffidenza diffusa

Lo scorso 6 dicembre, la popolazione romena è stata chiamata – in piena crisi pandemica – a eleggere un nuovo Parlamento. Una scelta che alcuni avevano criticato a causa dell’elevato indice di contagio, che ormai sta piegando la Romania da mesi e che non pare segnare un netto miglioramento delle tragiche condizioni in cui verte il Paese. Ciò nonostante, il presidente Klaus Iohannis ha deciso di indire comunque nuove elezioni, convinto – probabilmente – che il suo protetto Ludovic Orban, presidente del Partidul Național Liberal, avrebbe vinto. Gli stessi istituti di sondaggistica e molti analisti avevano – in realtà – ipotizzato il medesimo risultato, sostenendo che l’ex-Casa del Popolo si sarebbe tinta del giallo del PNL, quantomeno per un terzo dei suoi seggi. Gli sfogli, tuttavia, hanno disatteso le aspettative: il partito di Orban si è attestato al secondo posto sia alla Camera dei Deputati (25,19%) sia al Senato (25,58%), battuto in entrambi i casi dal Partidul Social Democrat, rispettivamente al 28,90% e al 29,32%.

Dietro di loro, si sono posizionati – in ordine – l’Alianța USR Plus (15%), l’Alianța pentru Unirea Românilor (9%) e la Uniunea Democrată Maghiară din România (circa 6%). Al di fuori del Parlamento sono, invece, rimasti i partiti di Traian Basescu e Victor Ponta, che solo otto anni fa erano gli uomini più potenti della Nazione; nello specifico, il Partidul Mișcarea Populară di Basescu ha di poco superato il 4,5%, mentre il Partidul Pro România di Ponta ha raggiunto un misero 4%. Risultati per lo più confermati anche dalla diaspora romena, che quest’anno – per la prima volta – ha avuto la possibilità di votare per due giorni consecutivi nei circa 750 seggi organizzati dal Ministero degli Affari Esteri.

In seguito allo sfoglio, Orban non solo non è stato confermato Primo ministro dalla stragrande maggioranza dei voti, ma si è dovuto – addirittura – dimettere dalla carica. Nel discorso di commiato, ha giustificato la propria scelta sostenendo che – seppur il PNL potrebbe formare la colonna vertebrale del nuovo governo – è necessario che egli non si ‘aggrappi’ alla poltrona, ma accetti invece e faccia fronte alla diffidenza espressa nei suoi confronti dalla popolazione romena.

Ed è proprio la diffidenza nei confronti del Partidul Național Liberal ad aver giocato un ruolo preponderante nelle ultime elezioni: il PSD, infatti, non ha visto un sostanziale aumento nel numero dei suoi sostenitori, confermando il proprio bacino di appoggio nelle zone rurali del Paese, soprattutto in quelle meridionali. Diversamente, il PNL ha perso i propri sostenitori del ceto medio urbano – soprattutto a Bucarest, Cluj e Iași -, che in grande maggioranza hanno deciso di astenersi dal voto (tant’è che l’affluenza al voto ha superato di poco il 30%), spinti probabilmente dall’incapacità dimostrata da Orban nel gestire la crisi dovuta al diffondersi del Covid-19.

La scena politica romena all’indomani delle elezioni

In seguito alle elezioni, il Parlamento non è guidato da una maggioranza certa: nessun partito può governare da solo ed è indubbio che nelle prossime settimane si susseguiranno incontri e colloqui volti a stipulare nuove alleanze.

Il PNL e PSD insieme supererebbero la soglia del 50% e potrebbero assicurarsi un’opposizione praticamente priva di qualsiasi forza. I loro programmi, seppur differenti, hanno alcuni punti di incontro, che potrebbero favorire un accordo sullo sviluppo delle infrastrutture e della digitalizzazione della burocrazia e dell’educazione, così come il miglioramento della scuola e della sanità[1]. Inoltre, una buona parte dei politici liberali ha un passato socialista, per cui i due gruppi sono meno differenti di quanto si pensi. Tuttavia, è bene ricordare che i due partiti si sono sempre professati nemici, contrapponendosi l’un l’altro, per cui non è detto che il loro elettorato accetti di buon grado una loro unione, neppure se fosse temporanea, giusto il tempo di superare la pandemia.

Più facile si prospetta un’alleanza tra Partidul Național Liberal e Alianța USR Plus, che si sono già presentati in liste condivise a livello locale. I due partiti hanno programmi molto simili – basati, per lo più, sul miglioramento del sistema del lavoro con incentivi alle imprese, contratti personalizzati e digitalizzazione; sviluppo dei sistemi sanitario, educativo e dello sport; politiche energetiche e di protezione – e si contendono ormai lo stesso elettorato, per cui l’ipotesi di una loro unione non pare così impossibile.

Tuttavia, con i voti ottenuti, assieme non raggiungerebbero il 50% dei seggi e dovrebbero cercare un terzo alleato, se vogliono assicurarsi maggior stabilità. Difficile pensare che i liberali volgano il loro sguardo verso l’estrema destra dell’AUR, che stabilito i propri obiettivi su patria, famiglia e religione e che si professa apertamente antieuropeista. Più probabile, quindi, che il PNL e l’USR+ cerchino un contatto con l’Uniunea Democrată Maghiară din România – che ormai da anni ricopre il ruolo di bilanciere nella politica di Bucarest -, magari offrendo una maggior autonomia alle minoranze, come – ad esempio – la possibilità di apprendere una seconda lingua a scuola.

Bucarest-Bruxelles, il rischio di una collaborazione meno proficua

Le differenti soluzioni di governo potrebbero avere effetti diversi sulla gestione della politica interna, così come dei rapporti con Bruxelles. Negli anni, la Romania si è dimostrata un ottimo membro per l’Unione Europea, distaccandosi – in primis – dalle posizioni oltranziste del blocco di Visegrad, soprattutto in tema di immigrazione. Bucarest, infatti, non si è mai opposta alla ridistribuzione dei richiedenti asilo all’interno dei Paesi dell’Unione (come hanno, invece, fatto Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), ma ha richiesto solo che ciò avvenga su base volontaria, ovvero su una richiesta esplicita da parte del migrante[2].

Non solo, la Romania è divenuta un’ottima alleata per contrastare l’avanzare della Russia verso l’Europea, ponendosi come ultimo baluardo di Bruxelles. Con la creazione di una buona politica energetica, implementata – non da ultima – dalla costruzione di gasdotti e nuovi reattori nucleari per le sue centrali, oggi Bucarest può – ad esempio – offrire un appiglio alla vicina Moldova, che sarebbe finalmente libera di staccarsi dall’influenza di Mosca, senza doverne temere ripercussioni. 

Ciò nonostante, solo il Partidul Național Liberal e l’Alianța USR Plus sono ancora degli strenui sostenitori del progetto europeista, mentre il Partidul Social Democrat che l’Alianța pentru Unirea Românilor – seppur con sostanziali differenze di idee – si rivolgono principalmente all’interesse nazionale e all’identità romena. L’AUR – in particolare – ha presentato nel suo programma elettorale il progetto della România Mare, della Grande Romania unita con la piccola sorella Moldova; un progetto sempre più ben visto e che – oggi -, dopo la vittoria a Chișinău di Maia Sandu sul filorusso Igor Dodon, suona meno utopistico di qualche anno fa.

Le incertezze sul domani

Le prossime settimane saranno cruciali nella vita politica romena: la nuova alleanza di governo avrà necessariamente un peso rilevante nelle scelte interne, così come in quelle internazionali. Delle varie alleanze possibili, quella tra Partidul Național Liberal e Alianța USR Plus appare la più probabile, grazie a una condivisione di ideali e intenti, così come una passata collaborazione a livello locale. Tuttavia, il partito di Orban non deve sottovalutare l’amico: pare impossibile che l’USR+ non chieda di ricoprire ruoli di primaria importanza – e non semplici ministeri minoritari -, quando il suo aiuto risulta così fondamentale per insidiarsi al governo. Per cui, le attuali ipotesi sui possibili candidati al ruolo di Primo ministro potrebbero essere anche stravolte; forse, un bene, considerando il ventilato nome di Florin Citu, attuale Ministro delle Finanze.

La gestione economica e finanziaria ha, infatti, ricoperto un ruolo notevole nella disfatta elettorale del PNL: la sconfitta dei liberali, più che alla crescita del consenso dei loro avversari, si deve proprio alla mancanza di fiducia del loro elettorato, soprattutto del ceto medio urbano. Una sfiducia che, se non contrastata nei prossimi mesi con efficaci misure anti-Covid e strumenti volti alla ripresa economica del Paese, potrebbero far crollare del tutto il sostegno ai due partiti di centro-destra; una situazione di cui gioverebbero i due avversari, il PSD e l’AUR, entrambi più interessati a progetti nazionali che europeisti. Bruxelles, quindi, non deve sottovalutare l’attuale situazione di Bucarest, che – a livello internazionale – potrebbe arrivare a decidere di distaccarsi da un’appartenenza (monca) all’Unione Europea in favore di altri progetti, come – ad esempio – l’atlantismo. È, infatti, indubbio che tra Stati Uniti e Romania vi sia una buona intesa, confermata anche dalle recenti decisioni statunitensi di finanziare la costruzione della centrale nucleare di Cernavodă, così come del continuo impegno di Bucarest nel sostenere e sviluppare la politica militare della NATO.


[1] PNL, “Program Guvernare PNL 2020-2024”, online, https://media.hotnews.ro/media_server1/document-2020-11-19-24428854-0-program-guvernare-pnl-2020-2024.pdf; PSD, “Proiectul PSD”, online, https://www.psd.ro/proiectul-psd/

[2] M. Mussetti, Àxeinos! Geopolitica del Mar Nero, ed. goWare, Firenze, 2018

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