PATRICK ZAKI: UN DÉJÀ VU DA SCONGIURARE

La vicenda di Patrick Zaki, attivista egiziano, detenuto nel carcere di Tora, è l’ennesimo campanello d’allarme sulle violazioni dei diritti umani, in Egitto

Patrick Zaki resterà in carcere per altri 45 giorni, questa la decisione dei giudici del Cairo. Respinta, quindi, l’istanza della difesa, con la quale era stata chiesta l’immediata scarcerazione del giovane attivista egiziano, ricercatore per l’ Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), organizzazione indipendente con sede al Cairo che, dal 2002, si occupa di  salvaguardia dei diritti umani.

Non si tratta solo di una sconfitta per la tutela dei diritti umani, ma anche di un campanello d’allarme che dovrebbe allertare l’intera comunità internazionale. Da anni, in Egitto, si assiste ad un’atroce offensiva, sferrata dal presidente Al Sisi, a danno di chiunque contesti l’operato del governo; in base al report di Human Rights Watch, il numero di attivisti e giornalisti arrestati con l’accusa di crimini terroristici si attesterebbe tra i 60.000 ed i 100.000.Un dato, ormai, tristemente comune: la denuncia della verità, in merito al regime autoritario egiziano di Al Sisi, si paga con la libertà e soprattutto con pesanti torture fisiche e psicologiche.

La vicenda di Patrick Zaki

Patrick Zaki è un attivista e ricercatore egiziano, dal 7 febbraio 2020, in detenzione preventiva in Egitto, fino a data da destinarsi. Recentemente, i giudici hanno reiterato la sentenza detentiva per ulteriori 45 giorni, che si aggiungo ai più di 300 già trascorsi, nel carcere di Tora, soprannominato “la tomba”, a 30 km dal Cairo. 

La vicenda coinvolge, indirettamente, anche l’Italia, dal momento che il ricercatore stava perfezionando il suo percorso di studi, presso l’Università di Bologna, nella quale dal 2019 seguiva il Master GEMMA, in Studi di Genere e sulle Donne. Lo scorso febbraio, durante un soggiorno nel suo paese d’origine, viene arrestato all’aeroporto del Cairo, dagli agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA). Bendato ed ammanettato per 17 ore, durante lo svolgimento di un violento interrogatorio, viene privato della possibilità di contattare familiari o legali (ai quali per la prima volta avrà accesso dopo un mese). 

Al termine dell’interrogatorio che, secondo l’EIPR, ha previsto l’uso di tortura fisica, elettroshock e minacce di violenze sessuali, viene rilasciato, per poi essere nuovamente arrestato il giorno successivo, l’8 febbraio, a Mansura , città natale di Patrick, nella quale il P.M. ne ha ordinato la detenzione preventiva, in attesa di indagini, volte a verificare l’effettivo coinvolgimento di Zaki, nei reati contestatigli.

A partire da quel momento, prende avvio l’iter comunemente seguito dall’autorità giudiziaria egiziana, nei confronti dei prigionieri di coscienza. Dopo i primi 150 giorni, la Procura suprema chiede ai “tribunali speciali antiterrorismo” la reiterazione della sentenza, che impone la detenzione preventiva, per periodi più o meno brevi, utilizzando la cosiddetta tattica del Tadwir(rotazione).

La detenzione preventiva dura, in media, 345 giorni, ma in taluni casi si è estesa fino a 1263 giorni, al termine dei quali può avvenire il rilascio del detenuto, senza alcun tipo di processo, salvo poi consentire alla Procura suprema di procedere ad un nuovo arresto, con un’accusa che si discosta leggermente dalla precedente.

Durante questo lasso di tempo, i detenuti vengono sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, costantemente interrogati, nel tentativo di estorcere informazioni sui loro legami in Egitto o in Europa, o anche semplicemente per distruggerne la forza emotiva.

Da nove mesi, Patrick dorme per terra, chiede medicinali che gli vengono negati, manda lettere ai familiari spesso neppure consegnate e teme che, a causa della patologia asmatica di cui soffre, un possibile contagio da Covid-19 possa mettere a rischio la sua vita.

Le torture lasciano segni fisici e psicologici indelebili, tanto da avere indotto alcune vittime al suicidio, una volta uscite dal carcere. È il caso di  Sarah Hijazi, giovane attivista per la parità di genere e i diritti umani, arrestata a causa di una sua foto con la bandiera arcobaleno postata sui social network. Dopo una lunga lotta contro la depressione, nella quale era sprofondata, in seguito alle torture subite dalla NSA, Sarah si è tolta la vita in Canada. 

Le accuse ed il ruolo della Procura suprema

Nei confronti dell’attivista era stato spiccato un mandato d’arresto, già nel settembre 2019, ovviamente mai notificato e del quale il diretto interessato era del tutto ignaro.  Nel mirino delle autorità egiziane, già da qualche tempo, per aver pubblicato un lungo articolo in lingua inglese sulla violazione dei diritti delle persone LGBT in Egitto, nel quale venivano messe in evidenza le rappresaglie nei confronti di chi aveva esposto le bandiere arcobaleno, al concerto della rock band libanese Mashrou’ Leila.

Quello che l’attivista denunciava, nel suo report, era un notevole aumento degli arresti di persone appartenenti alla comunità LGBT, nel periodo 2013-2017. Tale denuncia gli è valsa l’accusa di “rovesciamento del regime di potere”, ben più grave dell’accusa di terrorismo, e per la quale è prevista la pena del carcere a vita. 

Zaki, a detta delle autorità egiziane, avrebbe pubblicato notizie false sul governo, con l’intento di “disturbare la pace sociale”, nonché di incitare proteste contro l’autorità pubblica, veicolandole attraverso i social network, allo scopo di istigare alla violenza ed al terrorismo. Tuttavia, i legali di Zaki assicurano la falsità di quei 10 post, in quanto l’account risulterebbe falso ed in nessun modo ricollegabile al loro assistito. 

Non si può certo dire che questo sia un caso isolato, anzi rientra nel modus operandi adottato dalle autorità egiziane, ormai da diversi anni, per reprimere i dissensi ed evitare che all’estero possa diffondersi un’immagine autoritaria dell’Egitto, ben diversa da quella di paciere tra Israele e Palestina, della quale vorrebbe ammantarsi agli occhi della comunità internazionale. 

Dal rapporto di Amnesty International, è emerso che l’Agenzia per la Sicurezza nazionale si è resa responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate, al fine di incutere terrore agli oppositori, mettendo a tacere qualsiasi dissenso, anche quelli pacifici. Già a partire dal 2016, nel reportage “Egitto: ‘Ufficialmente, tu non esisti’”, Amnesty aveva rivelato come, negli ultimi anni, fossero stati per lo più studenti, manifestanti (compresi minorenni) ed attivisti a sparire nelle mani dello stato, senza lasciare alcuna traccia.

I numeri sono inquietantemente alti e la Procura suprema assume un ruolo peculiare, dal momento che sistematicamente rifiuta di disporre indagini sulle denunce, presentatele dalla varie ONG, di sparizioni forzate e torture. Emerge, infatti, che la Procura suprema non abbia indagato su 46 casi di maltrattamenti e tortura, sollevati da Amnesty e che ometta, sistematicamente, di informare i detenuti riguardo ai loro diritti, negando l’accesso agli avvocati e sottoponendoli ad interrogatori coercitivi. 

Gli ambigui rapporti tra Europa ed Egitto

Sanguina una ferita ancora aperta, quella di Giulio Regeni, dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso al Cairo nel 2016, per il quale si invoca, ancora oggi, verità e trasparenza. È stato reso noto dai familiari di Patrick  che fra le varie domande, rivolte al figlio, durante i suoi estenuanti interrogatori, ce ne sarebbero state alcune proprio relative ai rapporti con la famiglia Regeni. 

Eppure le due vicende, pur avendo dei forti punti di contatto, vanno considerate in maniera differente. Difatti, mentre la nazionalità italiana di Regeni consentiva facilmente un intervento dell’Italia, il fatto che Zaki sia un cittadino egiziano complica la situazione: un’eventuale azione italiana sarebbe percepita come un’ingerenza negli affari interni del Paese.

D’altro canto, l’Italia ha ben altri affari in ballo con l’Egitto per poter prendere una posizione decisa. Basti pensare alla recente scoperta del giacimento di gas Zohr, da parte di Eni, nelle acque egiziane, ma anche alla presenza di circa 130 aziende italiane che operano in Egitto, producendo un fatturato di 2,5 miliardi di dollari e ad un ingente numero di commesse militari. L’Italia, insomma, anziché ridurre i rapporti con il Cairo li ha addirittura intensificati.

A Parigi, intanto l’Eliseo ha riservato un’accoglienza in pompa magna, per il presidente egiziano. Un lungo tappeto rosso, strette di mano e persino la Gran Croce della Legion d’Onore. Immagini che da Parigi hanno cercato di occultare, minimizzando la portata dell’incontro tra Macron ed Al Sisi, diffusesi perché trasmesse dalle tv egiziane, e che imbarazzano i francesi. 

Il presidente Macron ha, poi, specificato che tra i due Paesi si è stabilita una “partnership strategica” essenziale “alla stabilità regionale” e che gli evidenti disaccordi in materia di diritti umani non potranno, in ogni caso, condizionare i settori di difesa ed economia. Appare quantomeno ipocrita che un’ Europa, impegnata negli ultimi mesi a battagliare su Stato di diritto e valori democratici all’interno dell’UE, resti ferma a guardare mentre, poco distante, uno governo autocratico violi così gravemente democrazia e diritti umani, in nome di esigenze puramente economiche. 

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