NOLUNTAS E VOLUNTAS ARTICHE

COP24: TRA EVIDENZE SCIENTIFICHE E INTERESSE GEOPOLITICO

I paesi sottoscrittori della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici concordano che serva tenere la temperatura sotto i 2 gradi dei livelli preindustriali, ciò può essere raggiunto solo riducendo le emissioni di gas serra. Nel dicembre del 2018 c’è stata a Katowice, in Polonia, la Cop24. Ciò che con estrema, o quasi, sicurezza si può affermare è che essa risulterà l’ennesima dichiarazione di intenti, consapevoli che il meccanismo bottom up delle ultime Conference of the Parties resta molto teorico, considerato che esso consiste in una dichiarazione di impegno da parte dei singoli stati, senza obblighi, poiché l’ultima parola sta ai singoli paesi. 

Su ciò che riguarda le emissioni, quello che interessa di più le persone maggiormente attente ai cambiamenti climatici, possiamo dire che è stato un flop. La prima revisione sarà solo nel 2024, alquanto tardi se teniamo conto dell’urgenza che il fenomeno impone. La Russia? Come si è comportata? Essa emette, tra le grandi potenze, il 5% dei gas serra mondiali ed appare come probabilmente la meno importante in campo climatico. La risposta è presto detta, forse: la posizione della Federazione appare ambigua per due ragioni.

La prima è che le possibilità economiche della Russia rispetto alla transizione energetica sono scarse, soprattutto da un punto di vista squisitamente tecnologico; la seconda ragione è che lo scioglimento dell’artico e del permafrost potrebbe apportare non pochi vantaggi in termini energetici, soprattutto da combustibili fossili, la cui esportazione in Russia riveste un ruolo di prim’ordine. Cionondimeno, come si legge nell’articolo di Limes Cosa (non) aspettarsi nel 2019 dalla diplomazia sul Clima , “la Russia ha sofferto ondate di siccità che rischiano di metterne in discussione l’autosufficienza alimentare” e aggiunge che si deve “rilevare anche come la siccità russa del 2010, spingendo verso l’alto i prezzi del grano, abbia contribuito all’esplosione del malcontento in Medioriente poi culminata con il rovesciamento di diversi regimi, un’evoluzione che Mosca ha sempre dimostrato di non gradire”.

PERCHE’ NON C’E’ UNA CORSA ALL’ARTICO

Tutto ciò che riguarda la fatidica corsa all’Artico ha assunto un alone di mistero e di interesse quasi effimero. Dopo decenni, anzi secoli, di isolamento, il surriscaldamento globale ha portato a galla nuovi conflitti rimasti ibernati da sempre. Questo non solo per ciò che il grande nord potrebbe significare da un punto di vista geopolitico, ma soprattutto per ciò che concerne le nuove possibili rotte marittime che si aprirebbero e ciò sarebbe di grande importanza dato che il 90% degli scambi commerciali globali avviene su acqua. 

Delle nuove rotte a settentrione vorrebbero dire meno giorni di navigazione per tutta una serie di rotte via mare, nonché il controllo delle stesse da parte dei paesi che avrebbero il privilegio (o la sfortuna) di ritrovarsi nel bel mezzo del commercio mondiale. Quel che appare chiaro se teniamo conto della geografia, è che la rotta artica non potrà mai essere concorrenziale alle altre rotte, data la sua circoscrizione, ma sarà al massimo complementare rendendo agibili passaggi prima inesplorati ( ad esclusione dei famosi passaggi a nord est e nord ovest), come quello della Rotta Artica, al momento usata solo poche volte, poiché i costi delle rompighiaccio che sono state utilizzate sono esorbitanti, oltre alla lentezza della rotta stessa, avendo come ostacoli ghiacci molto spessi.

Come esempio di come però la Rotta Transpolare potrebbe apportare benefici, riportiamo quello che cita Andrea de Sanctis sul numero di Limes: La febbre dell’Artico: “un mercantile salpato dal porto nipponico di Yokohama e diretto alla volta di Amburgo che dovesse scegliere una delle rotte artiche in luogo di quella meridionale […] potrebbe infatti guadagnare fino a dodici giorni di navigazione seguendo la transpolare, undici giorni con il passaggio a nord-ovest e nove col la rotta marittima settentrionale”. Inutile citare quindi il grande risparmio di soldi e tempo che se ne guadagnerebbe.

Tuttavia, restano molte incognite, sia logistiche (molti passaggi vicino alla costa siberiana hanno una distanza tra superficie e fondale non molto alta, così come le coste frastagliate del nord canadese restano tuttora un problema e un rischio, insieme agli iceberg che a causa del caldo si stanno staccando dalla banchisa creando un rischio non di poco conto). Ciò dimostra il perché “le visioni più ottimistiche profetizzano che dovranno passare almeno altri dieci-quindici anni prima che le rotte artiche” possano essere considerate un’alternativa valida ai commerci.

Altra grande incognita resta la centralità strategica della zona polare, sia in termini di risorse, che in termini geopolitici. Lo scioglimento dei ghiacciai riserva alle potenze che vi si affacciano, e non solo, un enorme potenziale simbolico e militare. La Russia si ritroverebbe a dover pensare di proteggere anche il nord del suo paese e non più solo il già circondato ovest russofobo e le altre zone accerchiate dalla NATO.

Lo scioglimento del permafrost porterebbe sì a far venire alla luce riserve energetiche mai usate, ma purtroppo darebbe il via anche a tutta una serie di fuoriuscite di metano che creerebbero non pochi problemi alle terre di Putin e a tutto il globo. 

E qui veniamo al perché non vi sarebbe una corsa all’Artico: la zona è sì capiente di risorse, idrocarburi, ma queste sono già contenute nelle zone economiche degli stati rivieraschi e le sole risorse energetiche presenti in tale porzione di mondo non paiono sufficienti a far scoppiare un conflitto. Ricordiamo che i due maggiori, in termini di potenza, stati rivieraschi, gli Stati Uniti e la Russia, posseggono la bomba atomica e non è nell’interesse di nessuno dei due far scoppiare una tale reazione a catena.

Di certo collocare la regione polare nel proprio immaginario nazionale, tramite un mito e una narrazione, sarà di aiuto per andare alla volta del grande nord ed è qui che entra in atto l’uso strategico dell’identità artica: Aleksandr Dugin ne espone a pieno l’idea.

Filosofo e geopolitico di stampo conservatore sostiene che la Russia sia la vera erede degli iperborei ed il popolo russo compirebbe quindi “una missione geopolitica di intento iperboreo e comunitario”.

Per questa corrente di pensiero il polo servirebbe per compiere la rinascita spirituale russa e il suo totale compimento come stato e come attore geopolitico. Stessa cosa viene affermata da Aleksandr Prokhanov che coniuga comunismo con ortodossia. Per lui l’orizzonte iperboreo resta lo spazio che la Russia potrebbe e dovrebbe prendersi come rivincita dalla guerra fredda; una nuova idea nazionale e chi conosce un pochino i problemi identitari russi sa bene come collocarsi per l’ex URSS sia vitale, oltre che necessario per un paese che voglia perseguire una strategia, ricordiamo che il mito della nazione è linfa per uno stato.

 Le correnti solo molte, quel che appare (quasi) certo è che Mosca è stata un impero e un ex impero tenderà sempre verso quel vettore. 

CONCLUSIONI E CONSIDERAZIONI

Ciò che è stato delineato lungo questa analisi è di come la Russia, e gli stati artici in genere, usino e tengano conto dell’artico non solo da un punto di vista commerciale, poiché quello delle risorse appare abbastanza lontano ancora, ma anche come continuazione e tentativo di ritrovare ed ampliare la propria identità nazionale: il mito della nazione.

Vorrei conchiudere dicendo che, seppur nobile, la questione delle energie rinnovabili, a mio modesto parere, appare lontana e l’autonomia energetica da fonti alternative pure. Questo non perché la ricerca non abbia fatto passi avanti, ma perché l’energia è una questione squisitamente geopolitica e alla base di essa vi sono le relazioni tra stati che rendono i paesi ciò che sono.

L’autonomia energetica darebbe sì più potere contrattuale agli stati (come l’Italia che dipende in larga misura da importazioni), ma una totale autonomia farebbe venire meno il reale paradigma che rende gli stati tali: relazioni diplomatiche e non. 

Uno stato come la Russia che deve la sua ricchezza quasi esclusivamente alle esportazioni di gas e idrocarburi, se mai si dovesse arrivare a non averne più bisogno, cadrebbe in una tragedia economica che possiamo lontanamente delineare.

La diversificazione energetica resta a parere mio l’unica via affinché si possano mitizzare gli effetti dei cambiamenti climatici ed evitare che gli stati diventino isolazionisti e vengano meno le relazioni vitali che lo hanno, fin dai tempi antichi, reso tale.

BIBLIOGRAFIA

[1]«Limes,» La febbre dell’Artico, Gennaio 2019. 
[2]Geopolitica.info, La Gepopolitica ai tempi della transizione energetica. [Registrazione audio]. 2020.
[3]F. Petroni, La febbre dell’Artico. [Intervista]. Gennaio 2019.

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