I TAKFIRI DEL SINAI NON SI FERMANO

I recenti avvenimenti riguardanti la Penisola del Sinai confermano la forte resilienza dei gruppi armati in essa presenti, i quali, nonostante le ingenti operazioni di contrasto, continuano a sferrare attacchi contro ‘’il nuovo faraone dell’Egitto’’

Secondo quanto riportato da fonti locali, Mahmoud Reda – il comandante delle operazioni della Brigata di difesa aerea egiziana – è stato ucciso sabato scorso da alcuni cecchini nei pressi di Al-Arish, località situata nel Sinai settentrionale. Considerando il blackout mediatico che caratterizza quest’area periferica dell’Egitto, non esiste ancora alcuna notizia ufficiale in merito.

Lunedì scorso, invece, alcuni membri delle forze di sicurezza egiziane sono stati feriti in un’esplosione avvenuta nei pressi della postazione militare di Sheikh Zuweid, a nord del Sinai. L’accaduto arriva settimane dopo il bombardamento lanciato da Wilayat Sinai, organizzazione terroristica nata nel 2014 come affiliazione dello Stato Islamico, sempre nei pressi di Al-Arish. L’attentato in questione è avvenuto in concomitanza con la riunione che il presidente Abdel Fattah Al-Sisi ha tenuto con il Consiglio supremo delle forze armate, in cui si è discusso di diverse questioni relative al contrasto del terrorismo al livello statale regionale. 

Il governo egiziano si riferisce ai gruppi armati del Sinai con il termine takfiri (terroristi). Nel corso degli anni, quest’ultimi hanno cambiato più volte la loro organizzazione interna affiliandosi prima ad Al-Qaeda e poi allo Stato Islamico. Tuttavia, indagare sulla natura dell’insorgenza armata della Penisola limitandosi a questa denominazione non aiuta a fare chiarezza sulla natura dei gruppi armati in essa presenti, i quali hanno sempre accusato il governo egiziano di attuare politiche discriminatorie ai danni delle tribù beduine del nord.

Con il ritiro di Israele dal Sinai nel 1982, a seguito degli Accordi di Camp David, mentre al sud il governo di Mubarak si è adoperato nello sviluppo del settore turistico, al nord ha invece disposto la militarizzazione delle aree al confine con la Striscia di Gaza oltre che controlli serrati della polizia. Gli attacchi terroristici avvenuti in quegli anni nelle località turistiche del sud, tra cui Sharm Al-Sheikh, hanno incentivato gli arresti arbitrari e le azioni di punizione collettiva, favorendo l’avvicinamento delle tribù beduine del nord alle reti alle reti jihadiste che già da tempo trafficavano sul territorio.   

vuoti di potere che sono conseguiti allo scoppio della Primavera araba e la forte repressione interna messa in atto dall’attuale governo egiziano hanno spinto i residenti del Sinai a considerare la militanza jihadista come il solo strumento di lotta politica nonché di riscatto sociale, rendendo l’area un prezioso hub regionale per i flussi di armi e combattenti tra il Nord Africa e il Levante arabo. Le recenti ingenti operazioni di contrasto, in particolare Comprehensive Operation Sinai del 2018, non hanno di certo favorito la de-radicalizzazione e la de-militarizzazione delle comunità locali generando anzi una vera e propria crisi umanitaria, come descritto dall’ultimo report di Human Rights Watch.

Gli avvenimenti delle ultime settimane confermano la forte resilienza dei gruppi armati del Sinai, in gran parte affiliati allo Stato Islamico, i quali, in nome della lotta contro ‘’il nuovo faraone dell’Egitto’’, ovvero il presidente Al-Sisi, continuano a sferrare attacchi ai danni delle forze di sicurezza presenti sul territorio e dei residenti locali che non condividono l’ideologia jihadista salafita.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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