L’AFRICA COME TERRITORIO DI PROVA DEL SOFT POWER CINESE

Dall’inizio del nuovo millennio la Cina si presenta in Africa come nuovo donatore e partner commerciale. Oltre alle mere motivazioni economiche, sembra che il continente africano rappresenti per la Cina un terreno di prova ed affinamento del proprio soft power.

Le opportunità del nuovo millennio

Con il fallimento del Washington Consensus, l’inizio degli anni 2000 sembrano rappresentare un punto di svolta per la sorte del continente africano. Se in precedenza i Paesi africani si dichiaravano vittime dello sfruttamento delle loro risorse da parte dell’Occidente, il fallimento dei Piani di Sviluppo ha offerto loro l’opportunità di ridefinire la propria posizione contrattuale all’interno del panorama internazionale.

Tale opportunità si è espressa nell’immediato con l’istituzione dell’Unione Africana che ha il ruolo di guidare lo sviluppo sostenibile dell’Africa, nel rispetto dei principi democratici, del buon governo e dei diritti umani. All’interno di essa i singoli Stati mantengono il proprio potere decisionale e possono agire singolarmente. 

Grazie a un’interazione fortuita di avvenimenti a livello internazionale l’Africa si è trovata a poter ottenere una posizione contrattuale migliore a livello internazionale. Oltre al riconosciuto fallimento dei Piani di Aggiustamento strutturale, è comparso un forte interesse da parte delle economie emergenti per i Paesi ricchi di materie prime. Questi ultimi rappresentano, in un mondo fortemente globalizzato, il mezzo per sollevare le proprie economie rendendole sempre più competitive a livello internazionale. L’ondata di globalizzazione cominciata alla fine degli anni ’80 continua negli anni 2000, ma gli equilibri di potere si modificano.

Questo significa che se negli anni ’80 l’occidente era in grado di dettare i valori e le norme democratiche da rispettare per poter accedere ai prestiti, con l’ascesa economica di Paesi non democratici i governi dei Paesi africani hanno l’opportunità di discostarsi dai valori democratici che vedono come un’imposizione esterna e non condivisa. Di fronte a una globalizzazione che è sempre più politica, oltre che economica, anche i Paesi occidentali, prima fortemente determinati ad erogare i prestiti esclusivamente in cambio del rispetto delle clausole, hanno iniziato a fare alcune concessioni che hanno diminuito il loro impegno nel garantire il rispetto dei diritti umani e dei valori democratici. 

I Governi africani, che spesso hanno utilizzato la retorica dello sfruttamento occidentale per giustificare, di fronte ai propri elettori, la loro incapacità di diminuire il divario ricchi/poveri o di migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini, si sono trovati nella condizione di potersi allontanare dall’Occidente senza perdere però i benefici economici.

Il ruolo della Cina

Diversi Paesi con economie emergenti hanno volto il proprio interesse verso le materie prime africane, come ad esempio India e Brasile. La loro presenza sul territorio africano era già presente, ma è nel nuovo millennio che viene posta maggiore enfasi sull’economia sud-sud. Tuttavia, è la Cina che dal 2000 si dimostra essere il principale partner e investitore in Africa, nonché uno dei principali donatori internazionali. Questa diversa situazione internazionale offre effettivamente l’opportunità al continente africano di reinvestire l’afflusso di denaro nello sviluppo del territorio, ma spesso si presentano due diversi impedimenti correlati tra loro.

Il primo è che a capo di molti Stati vi sono governi non realmente democratici, che mantengono il controllo del territorio e della popolazione grazie ad una fitta rete burocratica che viene finanziata grazie al denaro straniero. La seconda ragione è che avere investitori e donatori non interessati al rispetto di valori morali ed etici equivale a maggior autonomia politica per i singoli Governi, ma non necessariamente a maggior autonomia economica.

La Cina ha sviluppato il “modello cinese” adeguandolo ai contesti africani. Tale modello è stato accolto positivamente sul territorio, sia perché si discosta da quelli occidentali e viene visto come meno coercitivo, sia perché è stato studiato ad hoc. Esso si sviluppa su due filoni: il primo enfatizza i valori etici del maoismo, su cui si basa la cooperazione sud-sud; il secondo sottolinea il concetto di soft power. Grazie a questo modello la Cina si presenta come Paese in Via di Sviluppo, vicino quindi ai Paesi africani, ma allo stesso tempo sottolinea il suo Status di Potenza globale. Il soft power,inteso come influenza e attrazione di una Nazione a livello internazionale, diventa un concetto chiave per la Cina nel momento in cui comprende di non essere abbastanza forte da sfidare la potenza americana. Essa necessita quindi di un territorio dove affinare le proprie tecniche. 

Con soft power la Cina intende qualsiasi misura esuli dall’ambito militare e dalla sicurezza, includendo così tecniche economiche e diplomatiche coercitive come, ad esempio, gli aiuti allo sviluppo. Per l’Occidente il soft power ha una connotazione culturale e di diplomazia pubblica. 

Mantenendo una linea di non interferenza e non condizionalità per ciò che concerne investimenti e prestiti, la Cina ha ottenuto ampi consensi in Africa e preoccupato notevolmente gli investitori Occidentali che hanno dovuto rivalutare le condizioni imposte ai Paesi africani, spesso relegando il rispetto dei diritti umani a fattore di importanza secondaria rispetto ai vantaggi economici. La Cina, che non ha legato i prestiti al rispetto di condizioni politiche, ha però garantito la costruzione di infrastrutture e l’elargizione di prestiti in cambio dello sfruttamento di terre e miniere per periodi lunghi fino a 99 anni. Inoltre, qualora non venissero ripagati eventuali debiti, il Paese donatore ha il diritto di riappropriarsi di infrastrutture e attività. 

Il nuovo millennio si è davvero aperto con la possibilità per l’Africa di ridefinire la propria posizione contrattuale a livello internazionale e di agire, anche grazie all’istituzione dell’Unione Africana, per garantire uno sviluppo sostenibile e il rispetto dei diritti umani in ogni Stato membro. Ma la comparsa di donatori alternativi, quali la Cina, non ha determinato un reale cambiamento economico per il continente in esame. La Cina ha fatto leva sulla non condizionalità dei propri prestiti e investimenti per ottenere consensi e sulla famosa retorica dello scramble for Africa per sottolineare la sua estraneità rispetto alla colonizzazione dell’Africa e all’espropriazione delle sue risorse.

I Governi africani hanno così potuto allentare il rispetto dei valori democratici e dei diritti umani, che già in precedenza veniva spesso aggirato, fallendo così nel proposito dichiarato dall’Unione Africana di incentivare uno sviluppo sostenibile e una completa e diffusa democratizzazione. Inoltre, la presenza cinese sul territorio, non ha determinato una forte crescita economica per i Paesi africani, ma ha determinato un’ulteriore espropriazione delle risorse del continente, questa volta con l’esplicita approvazione dei singoli Governi coinvolti. Il risultato sembra essere, al momento, una crescita della Cina come potenza mondiale che dimostra così il successo del suo modello di soft power.

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