COSA SUCCEDE IN YEMEN E PERCHÉ

Circa 233 mila persone sono morte nella guerra civile in corso nello Yemen, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Il conflitto, iniziato nel 2014, ha devastato l’economia del Paese e ha creato la peggiore crisi umanitaria del mondo. Più di 131 mila vittime sono decedute per cause indirette come la mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture. Le ostilità hanno coinvolto decine di migliaia di civili. 3.153 neonati e 5.660 bambini sono morti nei primi cinque anni. Nel 2020 le vittime civili segnalate sarebbero invece oltre 1.500. 

Lo Yemen è abitato da oltre 24 milioni di persone e la vita di circa l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari. Milioni di persone soffrono a causa della carestia. Tuttavia, per comprendere la complessa situazione in cui si trova oggi questo paese è necessario fare un passo indietro. 

Dov’è la legge?

È importante evidenziare che gli attacchi portati avanti nel conflitto non si conformano al diritto internazionale applicabile. Essi non solo provocano sofferenze e perdite assolutamente non proporzionali al vantaggio militare ottenuto ma prendono deliberatamente di mira la popolazione civile o le infrastrutture civili. Vengono altresì portati avanti attacchi indiscriminati contro gli ospedali, vengono impiegate mine terrestri, lanciati razzi, missili e colpi di mortaio in aree densamente popolate. Tra le violazioni più gravi è possibile fare riferimento alla privazione arbitraria della vita, l’esercizio di violenza di genere, il reclutamento di minori poi coinvolti nelle ostilità, l’uso della tortura, la detenzione arbitraria e le sparizioni forzate. 

Anche durante i conflitti armati, in cui viene applicato il diritto bellico, rimane vigente il diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Lo Yemen come gli altri paesi coinvolti nei combattimenti è parte di una serie di trattati sui diritti umani, tra cui la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione contro la Tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Ciò sfortunatamente non impedisce il protrarsi delle ostilità e di massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani. Evidentemente, la peggiore crisi umanitaria in corso nel mondo ancora non ha scioccato a sufficienza la coscienza dell’umanità. 

Le origini della guerra

Il conflitto ha le sue radici nel fallimento di una transizione politica che avrebbe dovuto portare stabilità nel Paese in seguito ad una serie rivolte sviluppatesi nel corso della Primavera Araba. Queste avevano costretto l’allora presidente, Ali Abdullah Saleh, a cedere il potere al suo vice, Rabbo Mansour Hadi, nel 2011. In qualità di nuovo leader dello Yemen, Hadi si è trovato ad affrontare una lunga serie di problemi, tra cui il contrasto agli attacchi jihadisti di un movimento separatista radicato nel sud, la dubbia lealtà del personale di sicurezza di Saleh, nonché corruzione, disoccupazione e insicurezza alimentare.

In questo contesto, il movimento Houthi – noto formalmente come Ansar Allah – è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il gruppo, rappresentante della minoranza musulmana sciita all’interno dello Yemen, aveva già portato avanti una serie di ribellioni contro Saleh durante il decennio precedente. Nondimeno, nel 2014, approfittando della debolezza del nuovo presidente, ha deciso di prendere il controllo della provincia settentrionale di Saada e delle zone confinanti. Così una porzione della popolazione, disillusa e delusa dalla transizione politica ancora in corso, ha deciso di sostenere gli Houthi, permettendo al gruppo di giungere gradualmente alla conquista della capitale, Sanaa, all’inizio del 2015.

Con l’aiuto delle forze di sicurezza fedeli a Saleh, il 19 marzo 2015, Ansar Allah ha tentato di prendere il controllo dell’intero paese, costringendo Hadi a fuggire all’estero. L’escalation del conflitto ha portato alla partecipazione di diversi attori regionali e non solo. L’Arabia Saudita e almeno altri otto stati, per lo più arabi sunniti, tra cui il Bahrain, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania, il Kuwait, il Marocco, il Qatar e il Sudan, hanno deciso di avviare una campagna aerea mirata a sconfiggere gli Houthi. Dal momento che il gruppo in questione, è presumibilmente sostenuto in termini militari dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane, Hezbollah, il fine ultimo della coalizione è porre fine all’influenza sciita nello Yemen e ripristinare il governo di Hadi. Per questo, gli stati arabi sopracitati hanno ricevuto supporto logistico e di intelligence anche dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Francia.

Lo sviluppo delle ostilità

All’inizio della guerra i funzionari sauditi prevedevano che il conflitto sarebbe durato solo poche settimane. Sono seguiti quattro anni di empasse. Il governo di Hadi ha provveduto a stabilire una sede temporanea ad Aden, ma fatica ancora a fornire servizi di base e un minimo standard di sicurezza. Il presidente stesso infatti continua a risiedere in Arabia Saudita. Nel frattempo, gli Houthi non si sono spostati da Sanaa e dallo Yemen nordoccidentale. Sono stati in grado di mantenere l’assedio della città di Taiz e di lanciare regolari attacchi con missili balistici e droni contro l’Arabia Saudita.

L’alleanza tra gli Houthi e Ali Abdullah Saleh è crollata nel novembre 2017 a seguito di una serie di scontri mortali per il controllo della più grande moschea di Sanaa. I combattenti Houthi hanno lanciato un’operazione per prendere il pieno controllo della capitale e Saleh è stato ucciso.

Nel giugno 2018, la coalizione ha tentato di sbloccare la situazione sul campo di battaglia lanciando un’importante offensiva per sottrarre agli Houthi la città di Hodeidah, il cui porto sul Mar Rosso è la principale fonte di salvezza e approvvigionamento per quasi due terzi della popolazione dello Yemen. Non a caso, ‘Organizzazione delle Nazioni Unite aveva dichiarato che la distruzione del porto avrebbe costituito un “punto di svolta” oltre il quale sarebbe stato impossibile evitare una massiccia perdita di vite umane a causa della carestia.

Dopo altri sei mesi di scontri, il 13 dicembre 2018, le parti in conflitto hanno concordato un cessate il fuoco durante una serie di colloqui tenuti in Svezia, risultati nell’accordo di Stoccolma. L’intesa richiedeva una redistribuzione delle forze Houthi, le quali avevano accettato di abbandonare i tre porti principali del Paese: Hodeidah, Ras Isa e Saleef. L’obiettivo dell’accordo era porre fine alle tensioni provocate dal gruppo sciita e permettere alla delegazione delle Nazioni Unite di svolgere le attività di monitoraggio e amministrazione del territorio.

Tuttavia, le speranze di una soluzione politica che ponesse fine alla guerra civile sono state presto disilluse. Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 c’è stata un’improvvisa escalation delle ostilità tra gli Houthi e le forze guidate dalla coalizione, con combattimenti su diverse linee del fronte, attacchi missilistici e incursioni aeree. Come se non bastasse, nel settembre 2019, sono stati attaccati i giacimenti petroliferi orientali di Abqaiq e Khurais in Arabia Saudita. L’offensiva ha interrotto quasi metà della produzione di petrolio del Regno, circa il 5% della produzione mondiale. Gli Houthi hanno rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran. In questo contesto, i militanti di al Qaeda nella penisola arabica (AQAP) e gli affiliati locali del gruppo rivale dello Stato Islamico hanno approfittato del caos, impadronendosi di alcune porzioni di territorio nel sud del Paese e portando avanti svariati attentati terroristici, in particolare ad Aden.

Il clima di tensione, confusione e complessità che affligge lo Yemen ha subito un ulteriore tracollo, quando alla fine del 2019 il Consiglio di Transizione Meridionale ha dichiarato di voler istituire un governo autonomo nelle province meridionali del Paese. Il movimento di resistenza armata ha seminato caos in due diverse fasi. La prima terminata con l’accordo di Riad, firmato il 5 novembre 2019, e la seconda terminata il 22 giugno 2020. In entrambe le occasioni, le forze separatiste e il governo yemenita hanno siglato un’intesa per il cessate il fuoco, rinnovando l’intenzione di dare forma ad un nuovo governo, teoricamente ormai alle porte. Lo stesso mese, l’Arabia Saudita ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale a causa della pandemia, ma gli Houthi lo hanno respinto, chiedendo la revoca dei blocchi aerei e marittimi a Sanaa e Hodeidah.

Ad oggi, la coalizione internazionale a guida saudita ha reso noto che le disposizioni contenute nell’accordo di Riad saranno rese esecutive nel breve termine. Sarà perciò data la precedenza agli assetti relativi all’ambito della sicurezza e in materia militare, per poi procedere con la formazione di un nuovo governo.

Perché interessarsi allo Yemen?

La lunga ricostruzione dei fatti appena proposta può essere giustificata dal fatto che pochi si interessano allo Yemen. I media danno poca risonanza ad un problema che non solo è molto lontano dal mondo occidentale ma inoltre appare di natura prevalentemente interna. La realtà delle relazioni internazionali, tuttavia, suggerisce diverse ragioni per interessarsi a questo Paese.

In primo luogo, ciò che accade nello Yemen può esacerbare notevolmente le tensioni a livello regionale, potenzialmente espandendo il conflitto da una dimensione intra-statale ad una inter-statale. In secondo luogo, la guerra preoccupa l’Occidente a causa della minaccia di attacchi terroristici, da parte di gruppi come al-Qaeda o l’ISIS. È noto infatti che un paese instabile sia terra fertile per lo sviluppo, la diffusione e l’organizzazione di enti terroristici. In terzo luogo, ciò che accade nello Yemen non assume i tratti di una vera e propria guerra civile, piuttosto si configura come una proxy war, ovvero una guerra per procura tra la corrente sciita e quella sunnita. Ciò da spazio a una perversa dinamica di confronto/scontro difficile da interrompere in modo definitivo. Infine, è opportuno sottolineare l’importanza geostrategica dello Yemen, in quanto il Paese ha una collocazione particolare. Esso affaccia sullo stretto di Bab el Mandeb, il quale collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, attraverso il quale passano gran parte delle spedizioni petrolifere mondiali.

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