LA “QUESTIONE IRLANDESE”, ENNESIMO BAGNO DI REALTÀ PER IL MITO DELLA “SPECIAL RELATIONSHIP” TRA USA E UK

Nei giorni a venire i popoli britannico e americano cammineranno insieme per la propria sicurezza e per il bene di tutti a fianco in maestà, giustizia e pace

Winston S. Churchill, Discorso alla sessione congiunta del Congresso degli Usa, 26 dicembre 1941

Stati Uniti e Regno Unito (Uk) sono le due potenze che hanno maggiormente contribuito a plasmare le dinamiche geostrategiche, geoeconomiche e culturali degli ultimi cinque secoli di storia dell’Occidente euro-americano ruotante intorno all’asse transatlantico. Di matrice liberale, illuminista, universalista, capitalista e progressista – sul piano tecnologico e filosofico. Intrisa di messianismo redentore (il “fardello dell’uomo bianco”), la civiltà anglo-americana forgerà le due talassocrazie più grandi della storia e su di esse le ultime due globalizzazioni, la Pax Britannica e la Pax Americana. 

Dall’impero britannico la superpotenza americana erediterà lingua, common law e una mentalità imperiale talassocratica basata su due massimi imperativi strategici. Primo, mantenere un impareggiabile potere marittimofunzionale alla profondità difensiva oceanica del proprio heartland geopolitico e ad una proiezione di potenza logistico-militare e di influenza politica planetaria. Secondo, scongiurare l’ascesa di una potenza egemone in Eurasia che, unificato il continente, possa interdire all’isola anglo-americana il libero accesso ai mari, minacciandone così sicurezza e supremazia navale e finanziaria.  Principi elevati dagli Usa a nuovi domini – aereo, spaziale e cibernetico, sulla scia dei progressi della téchne. 

Gli strettissimi rapporti militari e di intelligence che Uncle Sam e Britannia intesseranno a partire dalla Seconda Guerra Mondiale (WWII), forgiati sull’unitaria esperienza bellica contro il tentativo egemonico della Germania nazista, verrà definito “special relationship” da Winston S. Churchill. Il primo a coniare il termine, nel suo celebre discorso del 5 marzo 1946 tenuto al Westminster College di Fulton (Missouri), per descrivere il particolare legame di sangue, storia, lingua, cultura, tradizione giuridica che, secondo lo statista inglese, avrebbe dovuto unire i paesi dell’Anglosfera in una “associazione fraterna dei popoli di lingua inglese” formata dagli Stati Uniti, dall’impero e dal Commonwealthbritannico per contenere la nuova minaccia sovietica, che avrebbe diviso, lungo una “cortina di ferro”, l’Europa e la Germania in due sfere di influenza.

Nell’obscenum, dietro la sua straordinaria capacità retorica e la sua impareggiata arte oratoria, Churchill conservava una lucidissima visione realista. Consapevole che i legami tra Stati, anche quelli tra nazioni accomunate da un rapporto di fiducia, restano pur sempre determinati dall’incrocio o dallo scontro tra i rispettivi interessi strategici, nascondeva in privato il profondo sentimento di superiorità e di antiamericanismo diffuso nella classe dirigente britannica, la sua irritazione verso la ritrosia americana ad intervenire nei due conflitti mondiali e verso lo squilibrio di una relazione speciale sempre più unilateralmente capeggiata da Washington. 

Convinto imperialista intriso di patriottismo anglo, per metà rampollo dell’aristocrazia inglese da parte di padre e per altra metà figlio della nobiltà nordamericana, da parte di madre, Churchill impersonificava il difficile rapporto tra il Leone inglese e l’Aquila americana. Chiamato dalla storia al titanico compito di gestire il declino dell’impero sul quale “non sarebbe mai tramontato il sole”, si illuderà di poter gestire la traslatio imperii tra le due sponde dell’Atlantico, guidando l’ascesa degli Usa.

Per lungo tempo la Corona britannica è stata la storica rivale della nascente nazione americana. Sin dai tempi della guerra rivoluzionaria (1775-1783) e anche dopo la resa inglese nell’ottobre del 1781, il riconoscimento ufficiale dell’indipendenza americana con la firma del Trattato di Parigi del 1783 e lo stabilimento di relazioni diplomatiche nel 1785. Nel 1812, gli Usa mossero guerra all’ex madrepatria, che aveva inflitto un embargo navale al commercio americano verso l’Europa e ne ostacolava l’espansione verso i territori del nord-ovest popolati dai nativi indiani, appoggiati da Londra, la quale mirava a creare uno stato cuscinetto tra il Canada britannico e gli Usa. Durante la battaglia della baia di Chesapeake (1813-1814) le truppe anglo-canadesi riusciranno a conquistare Washington risalendo il fiume Chesapeake grazie alla loro superiorità navale, arrivando ad incendiare il Campidoglio e l’Executive Mansion (l’attuale Casa Bianca), in quello che sarà l’ultimo attacco via mare subito dagli Usa.

La rivalità anglo-americana sopravviverà per tutto l’Ottocento, principalmente per i timori degli Yankees sul legame commerciale e politico tra Londra e il Sud anglicano-evangelico. L’impero della regina Vittoria, all’apice della sua epopea, sebbene dichiaratosi neutrale, sosterrà la causa secessionista degli 11 Stati Confederati nella guerra civile del 1861-1865, per ostacolare la nascita di una potenza compiuta che, acquisito il controllo del continente nordamericano, avesse potuto contestare la supremazia marittima inglese sull’Atlantico. Gli interessi strategici della giovane potenza americana si ponevano in contrasto con quelli dell’ex madrepatria. Sarà la parallela ascesa navale e tecnologica del Secondo Reich, unificato a Versailles nel 1871, a porre le premesse del graduale allineamento degli interessi di Londra e Washington.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale gli Usa rimarranno neutrali. Etnicamente spaccati sul piano interno si limiteranno a sostenere finanziariamente e commercialmente gli Alleati. Solo nell’aprile 1917, quando apparve chiaro che la guerra di trincea non avrebbe impedito alla Germania guglielmina di assurgere all’egemonia nel Vecchio Continente, gli Usa, le cui rotte marittime transatlantiche erano finite sotto il fuoco degli U-boot della Kaiserliche Marine, decideranno di intervenire a fianco degli Alleati, dando un decisivo contributo alla vittoria finale grazie all’impatto materiale e psicologico che il continuo afflusso di nuovi soldati sul fronte avrà sui tedeschi, portandoli alla resa.

Nel dopoguerra gli Usa manterranno una nutrita sfiducia verso le intenzioni inglesi e arriveranno ad elaborare alcuni scenari di guerra come il War Plan Red che analizzava una potenziale invasione britannica attraverso il Canada. L’opinione pubblica statunitense, contraria ad un nuovo e costoso impegno bellico nell’eterna guerra civile europea, conserverà una posizione isolazionista anche alla deflagrazione della WWII. Per oltre un anno un costernato Churchill, rimasto solo nell’ora più buia della storia umana, tentò di coinvolgere F.D. Roosevelt ad intervenire militarmente contro le potenze dell’Asse. 

Una stremata Inghilterra, in pieno tracollo finanziario per i costi e le distruzioni dei bombardamenti aerei perpetrati dalla Luftwaffe, aggravato dai pagamenti in contanti pretesi dagli americani per le prime forniture belliche, sarà costretta a barattare l’impero e a trasferire in locazione all’ex colonia le basi sull’Atlantico per ottenere in prestito vitali aiuti economici, cibo e nuovi asset militari con il varo del programma Lend-Lease Act da parte del Congresso nel marzo 1941. Sino al risolutivo intervento bellico americano dopo gli attacchi giapponesi a Pearl Harbor (7 dicembre 1941).

Nel secondo dopoguerra il Uk diverrà la più fidata provincia dell’impero americano nel contenimento dell’Urss. Nel 1946 il patto UkUsa creava all’interno dell’Anglosfera il nucleo di quella che diventerà la più grande rete spionistico-militare del pianeta, i Five Eyes (Usa, Uk, Australia, Canada, Nuova Zelanda) e nel 1949 Londra sarà tra i fondatori della Nato. Ma l’abbraccio strumentale della causa della decolonizzazione da parte degli Usa porrà nuovamente in contrasto gli interessi dei due “alleati”. Nel 1947 Londra dovette rinunciare al Raj indiano, la perla dell’impero. 

Con la crisi di Suez del 1956 perderà anche il controllo del Mediterraneo, quando l’Amministrazione Eisenhower bloccherà l’invasione congiunta anglo-francese-israeliana dell’Egitto, in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser. Il Uk aveva “perso l’impero e non aveva ancora trovato un ruolo”, sentenziò nel 1962 l’ex Segretario di Stato di Harry Truman, Dean Acheson. Londra proverà a trovarlo nella prosperità economica, in cambio di una parziale cessione di sovranità, con l’ingresso nella CEE (1973). Caldeggiato dagli statunitensi, che ne faranno il ponte transatlantico, agente sabotatore dell’integrazione politica europea, “cavallo di Troia americano”, in chiave di dual conteinment di Germania e Russia. 

Oggi, con il Brexit gli inglesi intendono recuperare la sovranità ceduta verso l’alto con l’integrazione comunitaria e verso il basso con la devolution di poteri ai parlamenti delle home nations in seguito all’Accordo del Venerdì Santo (GFA) del 1998. Mediato dall’Amministrazione Clinton, il GFA ha chiara matrice anti-inglese, prevedendo espressamente la possibilità di un referendum sull’unità irlandese qualora i cattolici diventino maggioranza nell’Ulster.

Obiettivo degli inglesi è riportare sotto il loro contro le spinte separatiste di scozzesi e nordirlandesi cattolici. Recuperando una maggiore libertà d’azione e una proiezione mondiale, rafforzando i legami commerciali, culturali e militari con le nazioni del Commonwealth (“Global Britain”). Sfruttando ciò che resta dello strumentario di potenza globale (nucleare, Marina, Intelligence, finanzasoft power, una rete mondiale di basi militari d’oltremare, seconda solo a quella della superpotenza).

Gli Usa sosterranno il tentativo inglese di salvare ciò che resta dell’impero in cambio di un maggiore impegno nel contenimento marittimo, tecnologico e diplomatico della Cina. Ma non al prezzo del ripristino di un confine fisico tra Eire e Ulster, potenzialmente foriero del ritorno di quelle violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani che insanguinarono l’isola celtica nei 30 anni di Troubles (1968-1998) e che oggi destabilizzerebbero il Vecchio Continente, distraendo la superpotenza dalla competizione strategica con Cina e Russia e dall’esigenza di ricompattare il “fronte interno”.

La “questione irlandese” tocca direttamente il cuore degli interessi nazionali inglesi. Perché una Scozia autonoma e un’Irlanda riunificata costituirebbero una minaccia strategica esiziale, portando alla decomposizione del Regno, privandolo di profondità difensiva contro attacchi provenienti da nord e da ovest, tranciando le ambizioni di Global Britain, impossibili da sostenere con un fronte interno in destrutturazione. Mentre non intacca quelli americani. Per Washington il confine doganale va segnato sul Mare d’Irlanda, tra Ulster e Gran Bretagna. 

Il futuro presidente Biden, cattolico di origini irlandesi, ha già tracciato la linea rossa invalicabile: “non possiamo permettere all’accordo del Venerdì Santo che ha portato la pace in Irlanda del Nord di cadere vittima del Brexit”, collegando le possibilità di concludere l’accordo commerciale bilaterale al rispetto del GFA. Impasse che potrebbe condannare il Uk all’implosione.

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