ETIOPIA: LA POSIZIONE CONTRADDITTORIA DEL GOVERNO DI ADDIS ABEBA STA STREMANDO LA POPOLAZIONE

Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha definito la situazione in Etiopia estremamente difficile e destinata a peggiorare a causa della forte instabilità dell’area.

Inoltre, nonostante il Governo centrale continui a negare, sarebbero stati segnalati dei combattimenti nella capitale del Tigray, Mekelle, e nelle città di Sheraro e Axum.  Tuttavia data l’elevata criticità dell’area non è possibile, al momento, fornire informazioni certe sulla situazione.

Bachelet ha dichiarato che gli osservatori ONU sarebbero riusciti a ottenere alcune informazioni che confermerebbero le gravi violazioni dei diritti umani, tra cui attacchi indiscriminati contro i civili, saccheggi, rapimenti e continui episodi di abusi sessuali contro le donne. 

Il ​​direttore generale del Comitato internazionale per la Croce Rossa, Robert Mardini, ha dichiarato che la città di Mekelle è ormai ridotta allo stremo e che l’ospedale, Ayder Referral, ha esaurito tutte le sue scorte di farmaci, attrezzature e carburante per i rigeneratori condannando la popolazione alla totale assenza di cure mediche.

La situazione particolarmente critica è aggravata dai “capricci” del Governo di Addis abeba che continua a negare l’accesso al personale umanitario e a farmaci e alimenti di prima necessità, privando la popolazione del Tigray di qualunque forma di assistenza.

La linea dura sarebbe spinta dalla convinzione del Governo di volersi difendere da qualunque tentativo di interferenza esterna. Per questo motivo, nonostante l’iniziale accordo con le Nazioni unite, l’Etiopia ha serrato le sue porte impedendo il passaggio delle Nazioni Unite. 

La posizione del governo sarebbe alle origini delle tensioni che sono esplose martedì quando i militari hanno arrestato alcuni membri del personale ONU che avrebbe tentato di sfondare i posti di blocco per raggiungere le aree verso cui erano destinati gli aiuti.

Il gruppo, composto da sei membri, sarebbe stato detenuto a Humera e rilasciato dopo 48 ore. Secondo le dichiarazioni stavano effettuando dei controlli per la valutazione sul livello di sicurezza delle strade al confine con il Tigray.  Nonostante le gravi accuse, anche in questo caso, il Presidente Abiy Ahmed, ha giustificato l’azione come un atto necessario per la sicurezza e la stabilità nazionali. 

La crisi etiope ha aperto la strada a diversi interrogativi, tra questi, le incertezze sul futuro di Ahmed che è passato da vincitore di un premio Nobel per la pace, alla gestione, per molti incomprensibile, della crisi del Tigray. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, infatti, la posizione di Abiy Ahmed potrebbe essere di difficile interpretazione.

Da un lato c’è il malcontento del TPLF che dichiara di essere stato escluso dai processi decisionali del Paese, al contrario di quanto inizialmente promesso, dall’altro c’è la posizione dei sostenitori del governo che dichiarano che in realtà erano stati estromessi solo gli esponenti sospettati di avere legami diretti con l’oligarchia del movimento, che avrebbero potuto favorire una crisi politica.  Nel mirino del dibattito c’è anche la posticipazione delle elezioni che è stata letta come un tentativo di Ahmed di prolungare il mandato, mentre il governo continua a motivare la scelta definendola una necessità imposta dalla diffusione del covid-19.

Di fronte a queste incertezze diventa difficile prevedere le conseguenze del conflitto. Tuttavia è sempre più evidente quanto i timori, sulle gravi conseguenze che le tensioni potrebbero avere non solo sul piano interno ma anche sull’intera regione, potrebbero essere fondati.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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