L’ITALIA E GLI ATTACCHI TERRORISTICI

In occasione dei recenti attacchi terroristici di matrice fondamentalista a Vienna, Nizza e la ricorrenza degli attacchi di Parigi, avvenuti il 13 novembre 2015, sembra legittimo chiedersi perchè l’Italia non si ancora stata vittima di attentati terroristici di matrice jihadista. 

Sebbene al momento sembra rimanere inalterato il livello di rischio di attacchi terroristici allo Stivale, bisogna ricordarsi che nessun paese può ritenersi oggettivamente al sicuro e inattaccabile, questo per due motivi.

Il primo motivo è che la minaccia dell’Isis è da considerarsi “globale”. Infatti, la sua capacità di essere ovunque è accentuata dall’azione di soggetti che, in nome della difesa della loro religione, compiono attentati in ogni angolo del mondo, aumentando così la capacità di proiezione dell’Isis.  Per “capacità di proiezione” si intende la capacità di uno Stato o di una organizzazione, non fisicamente presenti su un dato territorio, regione o Stato, di proiettarvisi, al fine di mantenerne il controllo o far sentire una forte presenza. 

Esempi di ciò sono gli attacchi del terrorista di origini cecene al professore Samuel Paty e gli attacchi degli ultimi mesi del 2020 a Nizza e a Vienna. Tutti e tre gli attacchi sono stati perpetrati da singoli individui, non direttamente in contatto con l’Isis, che di propria iniziativa hanno compiuto attentati e uccisioni. Solo in un secondo momento queste azioni sono state rivendicate dell’organizzazione terroristica. 

Il secondo motivo è come i jihadisti considerano l’Occidente, ovvero come “terra di infedeli”. Questa concezione, che fa capo solo ai musulmani più radicali, “giustificherebbe” la violenza nei confronti dell’Occidente perché il Jihad, erroneamente interpretato dalle ali più radicali dell’Islam come “Guerra Santa” verrebbe messo in atto “attraverso la spada”.  In questa ottica, nessun paese può ritenersi escluso dalla minaccia jihadista.

Si deve tenere presente, mentre si analizzano i fatti, che l’Italia è stata chiamata a confrontarsi con il terrorismo, sebbene non di matrice jihadista, molto prima degli altri Stati. Già alla fine degli anni Sessanta, infatti, le Brigate Rosse cominciavano ad imporsi nel panorama politico italiano attraverso proteste e manifestazioni, che se in un primo momento avevano carattere studentesco, in un secondo momento diventano di matrice terroristica. 

E’ proprio in questi anni difficili che l’Italia si arma con le leggi antiterrorismo. Il 22 maggio 1975 viene approvata la “legge Reale”, dal nome del ministro della Giustizia di allora, Oronzo Reale, che impone poteri speciali alle forze di polizia per la tutela dell’ordine pubblico. Con la “legge Cossiga” del 1980 si prevedono misure d’urgenza per la tutela dell’ordine democratico (antiterrorismo) e si introduce, con l’articolo 3, il nuovo reato per associazione ai fini di terrorismo con condanne che si aggiungono a quelle per il reato di associazione sovversiva, con l’aggravante del reato di terrorismo, che prevale sempre su qualsiasi circostanza attenuante. 

Con questi altri provvedimenti, l’Italia diventa man mano un paese sempre più forte nelle pratiche dell’antiterrorismo, fino ad assistere alla disfatta delle Brigate Rosse. Da quel momento in poi la minaccia del terrorismo è concepita come molto concreta e l’Italia si impegna non soltanto a espellere tutti i soggetti sospettati di terrorismo, ma anche a impostare una forte attività di prevenzione.  L’Italia però non si distingue dagli altri paesi solo per la propria esperienza storica e giuridica: essa è diversa anche per il modo con cui accoglie e tratta gli stranieri. 

Gli immigrati che vanno a Parigi, Londra, Brussel vengono di solito accolti dai loro connazionali in quartieri poveri che sono interamente dedicati a loro, senza la possibilità di inserirsi nella società appieno con gli autoctoni e senza vivere una integrazione vera e propria. La loro vita si svolge in quartieri distaccati come il Londonistan o Molenbeek. 

Gli italiani si differenziano proprio nelle modalità di accettazione, che non prevedono per esempio l’istituzione di interi quartieri unicamente dedicati agli immigrati. Al contrario, questi vivono e lavorano negli stessi quartieri degli italiani, facilitando così il processo di integrazione e di controllo. 

Il controllo è una fase innata delle dinamiche del “buon vicinato”, per cui si tende e tenere sotto controllo quello che fanno i nostri vicini per sentirci al sicuro. E’ possibile che la tendenza all’integrazione e la capacità di accoglienza, tipicamente italiane, siano stati fattori che hanno contribuito a limitare fino a questo momento gli attentati in Italia.

Certamente solo perchè non si ha avuto la notizia di un attentato non significa che non ci siano stati tentativi, evidentemente poi falliti, di portare a termine un attacco e, sicuramente ci sarà sempre qualche soggetto che tenterà; è fondamentale però continuare e implementare sempre  di più le misure di prevenzione attive nel nostro paese, puntando sulle attività di Intelligence. 

Bisogna porre poi particolare attenzione, quando si fa prevenzione, a tutti i  momenti in cui si pianificano eventi all’aperto o si ha qualche evento significativo. Per esempio, i mercatini di Natale sono già stati in passato un pretesto per il terrorismo di matrice islamista di infondere terrore nella popolazione. A Vienna l’ultimo attacco terroristico è avvenuto la sera prima che iniziasse un nuovo lockdown, e le strade erano piene di persone che approfittavano delle ultime ore di libertà prima di rinchiudersi in casa. 

Ci sono sempre più elementi da tenere presenti e controllare mano a mano che si va avanti con la lotta al terrorismo, perché se il terrorismo ci ha insegnato qualcosa, è proprio che evolve e si adegua alle situazion in continuazione. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ITALIA