LIBIA: DA GUERRA CIVILE A PROXY WAR

Sono passati dieci anni dall’intervento internazionale militare in Libia e sei dallo scoppio della guerra civile tra il Governo di accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite e con base a Tripoli, e l’Esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar, con base a Bengasi. Sei anni di una guerra che non sembra essere intenzionata ad arrestarsi, anzi, pare indirizzarsi verso un confitto su larga scala che coinvolge altri Paesi.

La guerra civile libica: un conflitto affollato

Il conflitto libico può essere analizzato sotto tre livelli. Il primo livello è quello interno, caratterizzato da una frammentazione territoriale e dovuto ad un mancato consolidamento istituzionale in seguito alla caduta della dittatura di Mu’ammar Gheddafi, che ha portato alla divisione tra Haftar e al-Serraj; va però precisato che LNA e GNA non dispongono di vere forze armate unitarie, ma si tratta di un insieme variegato di milizie, che per diversi motivi ed interessi – che siano economici o ideologici- hanno deciso di supportare una fazione o l’altra, determinando così alleanze fluide e mutevoli. Si tratta di realtà radicate sul territorio, nati come movimenti rivoluzionari che con il tempo si sono trasformati in milizie, capaci di ritagliarsi il proprio ruolo di controllo nella rispettiva area d’influenza in settori che spaziano dalla sicurezza fino alla gestione di migranti, armi e droga, muovendosi in mancanza di uno Stato mai ricostruito.


Un secondo livello è quello internazionale, che vede il contrasto tra i differenti interessi di potenze non arabe, come Francia, Italia, Cina, Russia e USA.
Ogni Stato si è, più o meno apertamente, schierato da una parte o dall’altra: gli Stati Uniti hanno fornito un sostegno demandato dalla lotta al terrorismo e dalla volontà di rispettare il percorso intrapreso dalla mediazione delle Nazioni Unite; ma con l’insediamento di Donald Trump, il ruolo americano nel mediterraneo si è notevolmente ridotto. Invece, la Russia, sostenitrice dell’LNA, si inserisce laddove gli Stati Uniti abbandonano il campo, avendo individuato in Haftar quella figura capace di riattivare i proficui rapporti che i russi avevano con il regime di Gheddafi, oltre che per le sue spiccate caratteristiche di uomo autoritario.


Alle profonde fratture di uno Stato senza nazione, si sono unite altre ragioni di conflitto, una delle quali rappresenta il livello regionale. Questo scontro, che si manifesta in una nuova faglia realizzatasi negli ultimi anni, vede contrapporsi, da un lato, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita e, dall’altro, Turchia e Qatar. Tale frattura, che manifesta la sua natura economica, ideologica ma anche religiosa, sta ampiamente influenzando gli altri due livelli, così tanto oscurarli e minacciare l’avvento di una proxy war.
Lo scienziato politico Deutsch, nel 1964, ha definito proxy war come un confitto internazionale tra due potenze straniere combattuto sul suolo di un Paese terzo; il destino della Libia sembra proprio essere questo, soprattutto a causa della presenza sempre più pressante di potenze estere.

Genesi della rottura

Le origini della nuova faglia, che con prepotenza si impone a sostituzione delle rotture più “tradizionali”, sono da ricercare agli albori di quella che in occidente è nota come la Primavera Araba, l’ondata di rivoluzioni che attraversò diverse nazioni a partire dal 2011. La chiave di lettura è da individuare nelle interpretazioni che i nuovi player mediorientali hanno avuto delle rivolte popolari; Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti videro nell’ondata di proteste il riflesso della rivoluzione iraniana del ’79, simbolo di una riforma bottom-up, rappresentata da partiti come Fratellanza Musulmana che propone di fatto una riforma islamica della società dal basso, esattamente contraria alla forma di governo autoritaria vigente nelle due monarchie assolute.


Qatar e Turchia, invece, percepirono nelle sollevazioni popolari un’occasione per rimettere in discussione gli equilibri e la leadership della regione, oltre che per differenziarsi e proporsi come sistema da imitare per i nuovi Stati che si stavano liberando dal giogo autoritario. I due Paesi, di forte ispirazione islamica, negli ultimi anni si sono proposti come difensori di coloro che, nel mondo arabo-sunnita, si battono per costruire entità statuali ancorate alla legge coranica. Ankara è un player entrato solo recentemente nell’area mediorientale; la strategia imposta da Erdogan ha teso sempre più a proiettare la Turchia nei giochi mediorientali, di cui è presto diventata protagonista. Sarebbe però errato considerare Turchia e Qatar come sostenitori delle rivolte arabe, quanto piuttosto di alcune loro specifiche componenti.

Di fatti, data la discordanza tra le due visioni delle potenze mediorientali, le soluzioni all’avanzare della Primavera Araba furono nettamente diverse: EAU e Arabia Saudita si mossero con l’intenzione di proteggere lo status quo autoritario, tramite un approccio meno dipendente dall’occidente, dato anche il sostegno dimostrato da UE e USA ai moti. La prova di ciò è riscontrabile nei pacchetti economici elargiti, sia all’interno dei regni per sedare il malcontento popolare, sia ad alleati strategici come Marocco e Giordania. EAU e Arabia Saudita sono stati altresì promotori di interventi volti a reintegrare lo status quo autoritario, somministrando il proprio sostegno ad al-Sisi in Egitto e alle forze di Haftar.


Sull’altro versante, Qatar e Turchia, ritrovatesi ad avere interessi ed obiettivi comuni, inviarono sostegno economico alle milizie legate alla Fratellanza Musulmana e quindi al-Sarraj.
Numerosi soggetti statali, dunque, motivati da ragioni diverse, alterano drasticamente le forze sul campo, i loro finanziamenti ed il futuro della nazione libica. Un futuro che difficilmente potrà essere scritto dalla volontà dei soli libici, ma che dipenderà maggiormente dalla volontà, dalle risorse e dalle strategie delle nazioni che più attivamente parteggiano per uno o per l’altro contendente.

Evoluzioni del conflitto e prospettive

Le logiche di competizione regionale si sono dunque sovrapposte ad interessi specifici degli attori coinvolti: dal 2015 si combatte una logorante guerra di manovra, volta alla conquista dei pozzi petroliferi, delle più grandi città e degli snodi economico-logistici del Paese.
Gli Emirati Arabi Uniti e l’Araba Saudita vedono di buon occhio la costa libica, la quale permette un controllo delle vie marittime e dei centri portuali tra Oceano Indiano e Mediterraneo; mentre la Turchia ha forte interesse nelle acque cipriote, come dimostra l’accordo firmato con la Libia che riconosce la sovranità di Ankara sulle risorse presenti nelle acque del Mediterraneo orientale. 

Di guerre per procura la storia ne è pregna, soprattutto in epoche recenti. Negli ultimi anni, la Libia si è trasformata in un teatro di competizione per la supremazia regionale, che non prospetta concludersi, almeno fino a quando non ne uscirà un vincitore. Intanto, però, possiamo già contare i feriti.

1 Comment

  1. Analisi dettagliata di un contesto complesso frutto di una storia piena di contraddizioni e, oggi, di relazioni internazionali “deboli”. Complimenti all’autrice.

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