LA RUSSIA E LE NUOVE INSTABILITÀ NELLO SPAZIO POST-SOVIETICO

La caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente fine della Guerra Fredda hanno avuto impatti notevoli a livello globale, modificando profondamente le relazioni tra stati e gli equilibri geopolitici.

In particolare, l’intera Eurasia ha visto nel 1991 la formazione di nuove repubbliche indipendenti che hanno ridefinito la geografia e le sfere di influenza della regione: “Nei primi anni Novanta si delineava inoltre la minaccia di una situazione di instabilità, in quanto una delle conseguenze maggiormente evidenti prodotte dall’implosione dell’Unione Sovietica fu la creazione di un vacuumgeopolitico, una sorta di vuoto di potere nella regione centroasiatica la cui condizione di stabilità assumeva una cruciale importanza strategica per la sua funzione di “stato cuscinetto” tra Russia, Cina e mondo islamico che aveva svolto sino al 1991”.

Dal Caucaso all’Asia Centrale, la competizione per affermarsi in queste nuove aree è cresciuta attirando numerosi nuovi player, tra cui la Cina, il Giappone, la Turchia, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e, ovviamente, la Federazione Russa. A prescindere dagli scontri di carattere politico, buona parte dell’interesse per queste aree è di natura economica. Azerbaijan e Kazakhstan spiccano tra gli altri specialmente per le proprie risorse naturali, così come per la posizione geografica strategica a cavallo tra Europa e Asia e con accesso al Mar Caspio (basti pensare al progetto infrastrutturale e logistico cinese della Belt and Road Initiative, ovvero la “Nuova via della seta”): “La maggior parte di queste potenze interessate ad avere una voce in capitolo nell’arteria del cuore della Terra mackinderiano è accomunata da un elemento, ovvero lo sfruttamento della diplomazia energetica quale mezzo di corteggiamento.

La Federazione Russa, che subito dopo lo scioglimento dell’URSS aveva perso buona parte della propria potenza e influenza sui neo-stati vicini, ricominciò dopo circa un decennio a recuperare il proprio soft power. I primi anni 2000, infatti, corrisposero ad una positiva crescita economica grazie all’aumento del volatile prezzo del petrolio; questo rinnovato benessere creò anche il clima adatto per l’ascesa politica alla presidenza della Russia di Vladimir Putin. Quest’ultimo, per fare fronte alla debole e disorganizzata struttura della politica estera di Mosca, pianificò una Dottrina Militare precisa e strategica nel 1999, basata sulla multipolarità e sul contenimento dell’influenza straniera (ed in particolare della NATO) nello spazio post-sovietico.

Tale azione si può spiegare con l’aumento dell’interesse per quelle aree da parte di diverse forze esterne: sicuramente ha influito l’avvicinamento cinese, in particolar modo in Kazakhstan, con interessi energetici. Accanto all’interessamento per scopi economici, contribuì certamente anche la diffusione, dalla fine dell’Unione Sovietica, dell’islamismo e del radicalismo islamico in diverse ex-repubbliche sovietiche. Ulteriori timori sorsero conseguentemente alle attività degli Stati Uniti in Asia Centrale, ed in particolare dopo l’intervento in Afghanistan del 2001. “Dopo ventotto anni dall’indipendenza dell’Asia Centrale post-sovietica, possiamo rilevare come gli interessi strategici che connotano la rivalità geopolitica tra Russia, Cina e Stati Uniti in Asia Centrale abbiano ancora oggi una valenza prioritaria”.

Da una parte, l’intervento di attori esterni sta avendo un’influenza sempre più decisiva, determinando azioni complesse, come ad esempio la decisione della Georgia nel 2006 di ritirarsi dalla Comunità degli Stati Indipendenti (CIS) per avvicinarsi alla NATO – determinando così l’inizio della crisi con la Federazione Russa acuitasi nel 2008. Diversamente, altri player internazionali si sono avvicinati agli spazi post-sovietici in modo primariamente commerciale: un esempio interessante è quello della Cina, Germania e anche dell’Italia relativamente allo sviluppo delle energie alternative in Asia Centrale (le prime due per quanto riguarda lo sviluppo di impianti fotovoltaici, l’ultima nel campo dell’eolico tramite investimenti esteri e joint ventures).

Parallelamente, non è possibile affermare che l’influenza russa sui paesi vicini sia totalmente finita. Anzi, molti di questi paesi, per via di debolezze strutturali (come la mancanza di risorse prime o assetti politici fragili) dipendono ancora largamente da Mosca. Molte monete nazionali sono legate agli andamenti del rublo, ad esempio; in Kazakhstan, la carenza infrastrutturale e industriale avanzata comporta la dipendenza del paese dagli impianti di raffinazione presenti nella vicina Russia. L’Armenia, povera di risorse e limitata dalla vicinanza al nemico Azerbaijan, è ancora estremamente legata alla Federazione Russa a livello economico e politico. 

In questo contesto si inseriscono poi le fragilità vecchie e nuove dei singoli paesi dello spazio post-sovietico. Negli ultimi due anni, infatti, l’intera regione ha vissuto un periodo di cambiamenti epocali: la rinnovata guerra e l’attuale tregua in Nagorno-Karabakh, le rivolte politico-sociali in Kirghizistan, la democratizzazione uzbeka, le dimissioni di Nazarbayev in Kazakhstan e le proteste sociali interne alla Russia. Come ha deciso Mosca di affrontare queste sfide politiche? 

Sul fronte interno, significative sono state le proteste che sono iniziate a Khabarovsk a luglio e si sono intensificate nel corso dei mesi, fino ad essere represse molto duramente dal governo a ottobre 2020. Assieme all’incriminazione del giornalista Ivan Safronov, la condanna all’attivista Yuri Dmitriev e le accuse a Alexey Navalny, le proteste si sono accese in seguito al licenziamento e incarcerazione del popolarmente amato governatore Furgal. Tuttavia, la soluzione del Cremlino per far fronte a queste proteste è stata quella di ignorarle (o, al limite, placarle con la violenza): “Le TV nazionali hanno scelto di ignorare la protesta di Khabarovsk, come se non esistesse”.

Più noto e discusso, sicuramente, è invece l’intervento della Russia in relazione al conflitto del Nagorno-Karabakh. La comunità internazionale è infatti ormai certa di una cosa: “è evidente chi abbia perso, ovvero l’Armenia. Il vero vincitore, però, non è uno dei belligeranti, ma Vladimir Putin, riuscito a imporre la fine delle ostilità, un accordo per il cessate il fuoco e la presenza delle sue truppe per farlo rispettare”, riconoscendo anche all’Azerbaijan il diritto di allearsi con la Turchia.  Anziché aiutare l’Armenia nella “difesa della cristianità”, Putin ha deciso invece di perseguire i propri obiettivi geopolitici, recuperando la propria influenza nel Caucaso, che da tempo era statica: “in questo modo la Russia ha tenuto a distanza la Turchia e fuori dal gioco gli occidentali”. 

Per quanto riguarda invece l’Asia Centrale, vi sono tre fattori principali che guidano le politiche della Russia nei confronti di questa regione: la promozione della cooperazione militare e in materia di sicurezza; lo sviluppo delle dinamiche e delle collaborazione riguardanti le politiche e le risorse energetiche; lo sviluppo e l’integrazione delle istituzioni nazionali nell’Unione Economica Eurasiatica. Per questi motivi, la Russia ha mantenuto ad ora un atteggiamento attento ma distaccato relativamente alle instabilità locali, come ad esempio nel caso del Kirghizistan.  

Al momento, l’atteggiamento Russo riguardo alle zone di conflitto e di instabilità negli spazi post-sovietici è stato “driven by the geostrategic interests and character of the traditional Russian state, global political ambitions and behavioral patterns inherited from the Soviet Union, and the political, economic, and private motives of the highly personalized Putin regime”. Gli interventi più attivi si sono pertanto manifestati sono nei casi più prossimi alla Russia stessa, o che hanno richiesto inevitabilmente il coinvolgimento di un attore esterno, permettendo un decisivo aumento del controllo sulla zona in questione, come nel caso del Karabakh. Basterà questo per combattere la “sindrome di accerchiamento post-sovietica”? 

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