ENERGIA E CAMBIAMENTO CLIMATICO: LA CARTA DIPLOMATICA DEGLI USA DI BIDEN

La lotta ai cambiamenti climatici è in cima all’agenda domestica e internazionale dell’amministrazione Biden.

Alla luce dell’aumentata sensibilità della comunità internazionale, i temi della transizione verso le energie pulite e della giustizia ambientale impegneranno l’agenda degli Stati e delle organizzazioni multilaterali nei prossimi anni. Fino ad ora, il ruolo degli Stati Uniti è stato abbastanza defilato, perlopiù  dopo l’uscita dagli Accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni, negoziati grazie alla mediazione dall’ex Segretario di Stato di Obama, John Kerry, nominato di recente da Biden come “Inviato per il clima”.

Denominazione dietro cui si nasconde quella diplomazia climatica che l’amministrazione Biden concepisce come un potente strumento di politica estera. Benché sul piano interno l’approvazione di leggi ambientali e la ratifica di eventuali Trattati internazionali dipenderà dalla prossima composizione del Senato (il ballottaggio in Georgia previsto per il 5 gennaio ci dirà se i Repubblicani riusciranno o meno a mantenere la maggioranza), a livello internazionale si intravedono opportunità per cementare lo status e l’assertività statunitense sulle questioni ambientali, e non solo.

Nelle intenzioni dell’amministrazione Democratica, superare gli Accordi di Parigi significa elaborare piani più vincolanti e a lungo termine per contrastare il surriscaldamento globale. A tal proposito, Biden ha promesso di utilizzare la politica commerciale per espandere la presenza di fonti di energia pulita sul mercato. Come spiega Jason Bordoff su Foreign Policy: “Elevando il cambiamento climatico a preoccupazione commerciale e tornando alle norme commerciali indebolite dall’amministrazione Trump, Biden può perseguire accordi bilaterali e multilaterali che impongono dazi sui combustibili fossili e rendono ammissibili i sussidi governativi per le aziende e i prodotti energetici puliti”.  

Tale strategia, inoltre, può incontrare il favore dell’Unione Europea (che sta già pianificando misure del genere) ed incentivare la cooperazione– riducendo allo stesso tempo le tensioni- con la Cina, già leader nelle tecnologie per la produzione di energia pulita. Stati Uniti e Cina sono responsabili per quasi la metà delle emissioni globali, dunque un piano serio e vincolante per il clima non può che passare da un negoziato tra i due Paesi. Oltre a migliorare le relazioni sino-americane, la diplomazia climatica dell’amministrazione Biden si prefigge di rinnovare l’influenza statunitense nelle istituzioni finanziarie multilaterali, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Identificare la lotta ai cambiamenti climatici come fattore di sviluppo può incoraggiare gli Stati meno sviluppati a ricorrere ai prestiti e all’assistenza economica delle organizzazioni finanziarie- dove gli Stati Uniti sono i maggiori azionisti- per promuovere progetti e infrastrutture strategiche green

Porsi alla testa del processo internazionale di transizione energetica, colmando così le distanze con la Cina, è questione diplomaticamente fondamentale per il futuro ruolo degli Stati Uniti nell’arena globale. Barack Obama ne aveva compreso la portata storica; oggi Biden raccoglie l’eredità e promette un risoluto cambio di marcia rispetto all’ultimo quadriennio. Come reagiranno le imprese statunitensi di gas e petrolio?

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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