#WOYESHI: DOPO DUE ANNI IL #METOO CINESE VA IN TRIBUNALE

La scorsa settimana, a due anni dalla denuncia di molestie sessuali subite da parte di Zhu Jun, presentatore della tv di stato CCTV, il caso della 27enne Zhou Xiaoxuan arriva finalmente in tribunale. Si tratta di un momento storico per il movimento femminista in Cina, che sta già lentamente rivoluzionandone la società. 

Il caso

Sono passati più di due anni da quando, nell’estate del 2018, l’allora 25enne Zhou Xiaoxuan ha pubblicamente denunciato le molestie sessuali subite nel 2014, quando era tirocinante presso la China Central Television (CCTV), maggiore emittente televisiva della Cina continentale, da parte di Zhu Jun, uno dei presentatori più noti al pubblico cinese. Sulla scia del movimento #MeToo, partito dagli Stati Uniti nell’ottobre del 2017, nel corso del 2018 anche la Cina ha visto un decisivo incremento delle denunce di molestie sessuali sul posto di lavoro. La differenza sostanziale di #我也是 (#WoYeShi), traduzione in cinese di #MeToo, è che contrariamente alla sua controparte occidentale, il movimento cinese ha avuto luogo principalmente attraverso denunce anonime e si è concentrato nel mondo accademico, piuttosto che in quello dello spettacolo. 

Per questa ragione, il caso di Zhou Xiaoxuan ha avuto un riscontro mediatico senza precedenti, sia in Cina che all’estero, diventando uno dei simboli del movimento cinese e contribuendo a fomentare un dibattito sul tema della violenza e delle molestie sessuali in Cina. La strada per arrivare al processo, che è iniziato la scorsa settimana a Pechino, è stata lunga e tortuosa. Da quando Zhou Xiaoxuan ha parlato per la prima volta delle molestie sessuali subite nel 2014 sul proprio account di WeChat, il social network più utilizzato in Cina, la sua storia è diventata virale ed è stata accompagnata da un grande supporto, ma anche da una forte ostilità. Inizialmente, l’episodio non è stato riportato dai media, probabilmente per motivi di censura, ma quando Zhu Jun ha denunciato Zhou Xiaoxuan per diffamazione, l’attenzione mediatica per il caso è cresciuta a dismisura. 

Indipendentemente dal risultato del processo, quella di Zhou Xiaoxuan è già una vittoria: il suo caso rappresenta uno spartiacque storico e contribuisce a porre le basi per le future denunce di molestia sessuale, mostrando che è possibile fare sentire la propria voce anche contro personaggi di un certo peso, anche in un sistema non democratico.  

#WoYeShi e il PCC

Per comprendere la rilevanza che il caso di Zhou Xiaoxuan e il processo contro Zhu Jun hanno per la società cinese è necessario capire come la struttura fortemente patriarcale di questa società renda il movimento femminista estremamente diverso dalla sua controparte occidentale. Oltre alla struttura tipicamente patriarcale insita in tutta la società cinese, vi sono altri elementi che ostacolano un movimento come quello del #MeToo nel rappresentare un’efficace spinta al cambiamento. Così come la società, anche l’organizzazione del potere è essenzialmente patriarcale, oltre che fortemente centralizzata e autocratica. Questo comporta che l’intero sistema politico sia fortemente repressivo nei confronti delle donne e del femminismo, soprattutto quando questi comportano dei cambiamenti profondi a livello sociale. Ne consegue che la reazione di istinto nei confronti di un movimento femminista che parte dal basso e presenta elementi antigovernativi come nel caso di #WoYeShi sia quella di reprimerlo. Così, quando nel 2018 l’hashtag #WoYeShi è cominciato a circolare sul web in seguito alle prime accuse pubbliche, la reazione iniziale del PCC è stata quella di censurarlo, costringendo gli utenti del web ad aggirare la censura con la creazione di un nuovo hashtag che ricordasse per omofonia il movimento #MeToo utilizzando il carattere del riso e del coniglio – #MiTu #米兔- diventati poi l’immagine simbolo del movimento. 

Prima che con il #MeToo la discussione sulle molestie sessuali in Cina si spostasse sul web, erano numerosi i gruppi di attiviste per i diritti umani sul territorio cinese che si occupavano di tematiche femministe e che per questo erano oggetto di forti repressioni da parte del PCC. Dunque, #WoYeShi ha solo contribuito a dare una luce diversa e un palcoscenico più ampio a una tematica già largamente discussa nella società cinese, ma relegata a gruppi di attivismo sul territorio e per questo più facilmente circoscrivibile e sopprimibile. Nonostante i tentativi di censura e nonostante l’eco del movimento non abbia avuto un riscontro così grande come negli Stati Uniti e in Europa, #WoYeShi rappresenta un punto di partenza fondamentale per la lotta ai diritti delle donne, aprendo forse la strada a movimenti simili anche in altri ambiti. 

Nel maggio 2020, quasi due anni dopo l’accusa pubblica di Zhou Xiaoxuan e la nascita di #WoYeShi, l’Assemblea Nazionale del Popolo cinese ha approvato il nuovo Codice Civile che entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 2021. All’interno del Codice Civile, all’articolo 1.010, per la prima volta, viene data una chiara definizione di molestia sessuale come ciò che “viene compiuto contro il volere di un’altra persona attraverso parole, testi, immagini o azioni fisiche”. Per quanto piccola, si tratta di una vittoria per Zhou e per il movimento, che fa sperare in un futuro di cambiamenti sistemici più rilevanti. Quanto è certo per ora è che il nuovo Codice Civile, insieme al processo contro Zhu Jun, rappresentano già due punti cardine nella storia del movimento femminista cinese.    

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