LE RELAZIONI TRA UE E TURCHIA: PERCHE IL RISULTATO È TUTT’ALTRO CHE SCONTATO

“Il nostro futuro è insieme all’Europa”. Questa è la dichiarazione del presidente turco Erdoğan al congresso del suo partito, l’AKP (in italiano “Partito della Giustizia e dello Sviluppo”) il 21 novembre. Ma quanto è realmente così? 

A causa della decisione di Ankara di continuare con l’estrazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale, non si scorgono distensioni nella tensione regionale che persiste da mesi. Ad agosto, infatti, la Turchia ha inviato una nave in acque contese da Cipro e Grecia, dopo che nel 2018 l’Eni aveva scoperto uno dei più grandi giacimenti di gas naturale mai reclamato nel Mar Mediterraneo e in seguito a un accordo stipulato tra la Grecia e l’Egitto per lo sfruttamento di queste risorse energetiche. Se da un lato la Grecia imputa alla Turchia di violare le leggi internazionali e reciprocamente si accusano di interferire l’uno con la sovranità nazionale dell’altro, il dispiegamento di forze armate nel tratto di mare interessato potrebbe trasformare un’alta frizione diplomatica in un potenziale conflitto tra due paesi membri della NATO. L’Unione Europea, che aveva già esteso le sanzioni economiche alla Turchia a inizio novembre, si riunirà a breve in un summit invernale (10-11 dicembre) per discutere delle misure da adottare. Questa analisi intende fare chiarezza sugli sviluppi storico-politici che contribuiscono a rendere il Mar Mediterraneo uno scenario di conflitto geopolitico attuale, inquieto e in continuo cambiamento.  

Le relazioni tra Turchia e UE e lo stato delle negoziazioni per entrare nell’Unione Europea

Le relazioni tra la CEE (Comunità Economica Europea) e il paese anatolico risalgono al secondo dopoguerra, essendo la Turchia divenuta uno dei primi paesi a entrare nel Consiglio d’Europa oltre ai primi dieci nel 1949, e si sono intensificate quando, nel 1995, è stato firmato un accordo doganale, che ha permesso alla Turchia di essere riconosciuta come candidato alla piena adesione all’UE nel 1999. Risale al 3 ottobre 2005 l’avvio dei negoziati di adesione, ma ad oggi, nonostante le parole di Erdoğan lascino presagire una riapertura delle relazioni tra le due potenze, la situazione rimane in bilico tra l’empasse e l’ostilità.

Pur avendo terminato i negoziati sull’ambito di scienza e ricerca nel 2006, a preoccupare ancora la Commissione Europea è l’ambito del rispetto dei diritti umani e dei criteri politici, come la violazione della libertà di espressione individuale e di stampa e l’indipendenza del sistema giudiziario. Infatti, la capacità di assicurare il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani e delle minoranze da parte delle istituzioni è uno dei requisiti chiave da soddisfare per poter accedere all’Unione Europea, oltre a questioni relative alla conformità nell’ambito delle politiche economiche e monetarie dell’Unione (i cosiddetti “criteri di Copenaghen”). 

Inoltre, otto capitoli negoziali degli originali trentacinque rimangono sospesi in seguito alla mancata applicazione da parte dei turchi dell’Accordo di associazione stipulato nel 1963 con la Comunità Europea, nei confronti della Repubblica di Cipro, conosciuto come protocollo di Ankara. In seguito all’invasione turca dell’isola cipriota nel 1974, solamente la Turchia riconosce la Repubblica Turca di Cipro del Nord, non approvando l’istituzione della Repubblica di Cipro, a maggioranza greca, legittimata invece dall’intera comunità internazionale. Per l’Unione Europea, il rispetto della libera circolazione delle merci verso Cipro da parte del governo turco è fondamentale per portare avanti i negoziati, al momento ancora sospesi. 

La crisi dei rifugiati del 2015, che l’UE ha cercato di risolvere in maniera controversa con il versamento di 6 miliardi di euro alla Turchia per sorvegliare il confine con la Grecia, l’ultimo avamposto europeo prima della frontiera asiatica, all’inizio del 2020 è peggiorata, dopo varie sollecitazioni da parte di Erdoğan per una maggiore rapidità nell’erogazione dei fondi. Per molti osservatori, il gesto di aprire le frontiere turche ai migranti è stato effettuato per ottenere l’appoggio della NATO, appello fino a quel momento inascoltato, nella campagna militare turca di Idlib, nel nord della Siria, dove la Turchia è a fianco dei ribelli contro il regime di Assad, alleato della Russia. 

Il recente attrito tra Turchia e Grecia per l’estrazione di risorse dal Mar Mediterraneo e la frizione tra Francia e Turchia sulla scia del movimento “boycott French products” in Medio Oriente sono gli ultimi atti di una diatriba, che sembra assumere sia i toni di una tensione diplomatica che un conflitto dalle sfaccettature ideologiche e culturali.

Il primo quadro geopolitico viene aggravato dalla situazione irrisolta in cui si trova Cipro e dalla mancata ratificazione della Convenzione sulla Legge del Mare del 1983 da parte dei turchi, portando a differenti interpretazioni di ciò che viene compreso come zona economica esclusiva (ZEE) di una nazione: diversamente dalla Grecia, da Cipro e da altri paesi aderenti all’ONU, secondo il governo turco la ZEE include anche la superficie terreste sottomarina.

Il caso della Francia, invece, si inserisce nel background più ampio degli ultimi attacchi terroristici in Europa. Il presidente Macron, infatti, in conferenza stampa aveva detto che l’Islam è una religione in crisi e che, in seguito agli attacchi sul suolo francese, avrebbe aumentato le misure restrittive contro l’islam radicale. A questa dichiarazione, Erdoğan, facendosi portavoce del mondo musulmano, ha ribattuto accusandolo di fomentare l’islamofobia contro i musulmani francesi (quasi 6 milioni) ed europei e l’ha insultato dicendo espressamente che “Macron ha bisogno di cure mentali”, finendo per provocare un’altra crisi diplomatica. 

Cosa cambierebbe con l’ingresso della Turchia nell’UE?

L’entrata della Repubblica di Turchia nell’Unione Europea porterebbe a uno stravolgimento in termini di equilibri economici e politici all’interno e all’esterno dei confini europei. 

In primo luogo, la Turchia, raggiungendo più di 82 milioni di abitanti con una forte proiezione di crescita e con un PIL più che triplicato dal 2002 al 2017, passando da 238 a 851 miliardi di dollari, si è mostrata una potenza industriale emergente e con un impatto generale potenzialmente allettante per l’Unione Europea. La recessione del 2018, però, con la svalutazione della lira turca del 30% rispetto al dollaro, l’innalzamento dell’inflazione e della disoccupazione con la conseguente contrazione economica del 2,54% nel 2019, ha arrestato sempre di più le possibilità della presenza turca al Parlamento Europeo. 

Fare parte dell’Unione Europea, inoltre, implica anche una questione di “grandezza”, dato che il potere delle grandi nazioni europee si manifesta anche nella loro influenza diplomatica, economica e politica dentro e fuori dall’UE. La Turchia, infatti, diventando il secondo paese per numero di abitanti nell’UE dietro alla Germania (83 milioni di abitanti), spodesterebbe la Francia (quasi 67 milioni di abitanti) e creerebbe squilibri politici all’interno della stessa comunità europea. Inoltre, guardando i risvolti della politica estera di Erdoğan e l’immagine di sé che intende proiettare, la posizione di preminenza turca in Europa potrebbe involvere il divenire un “faro” per i musulmani europei, immettendosi prepotentemente nel dibattito dell’opinione pubblica sulle radici cristiane dell’Europa. 

Anche in ambito di politica estera ci sarebbero sviluppi rilevanti: se da un lato, la posizione strategica della Turchia, nel punto di congiunzione tra Asia ed Europa e tra il mondo musulmano e quello cristiano, è di grande rilevanza per il tema della sicurezza europea, dall’altro lato, inglobare il territorio anatolico all’interno dell’Unione, significherebbe esporre le frontiere esterne dell’UE verso una regione politicamente ed economicamente instabile, che potrebbe subire ulteriori mutamenti anche a causa della stessa presenza europea. 

L’attivismo della politica estera turca, infine, palesa la volontà di Ankara di ergersi a leader dello scacchiere regionale (come gli interventi in Libia e in Nagorno-Karabakh), anche a costo di entrare in competizione con l’Unione Europea, e da tempo la Turchia si è rivolta verso il Qatar e la Cina per trovare nuovi mercati e nuove opportunità di investimenti, di fronte alle relazioni tese con l’UE e alla sospensione dei negoziati. 

Conclusioni

È in questo framework geopolitico che le parole amichevoli pronunciate da Erdoğan vanno rilette, rievocando l’adesione alla comunità europea come un obiettivo strategico del governo turco senza nessuna concretezza nel farlo. Allo stato attuale, infatti, non c’è alcun presupposto per far sì che le negoziazioni vadano avanti realmente, nonostante la retorica europeista usata all’occorrenza da Erdoğan, in un momento critico per lui e per la tenuta del suo partito in patria (la recessione economica, accentuata dalla pandemia, acuisce il dissenso interno). 

Nonostante questo, l’Unione Europea a trazione tedesca sta cercando di muoversi strategicamente nei confronti della Turchia, promuovendo le idee della cooperazione e della via del dialogo costruttivo basate sulla comunanza di interessi, essendo entrambe membri della NATO, onde evitare il precipitare degli eventi. Infatti, se finora Erdoğan ha continuato a ignorare gli appelli europei sulla questione, la situazione di sofferenza dell’economia turca potrebbe fargli cambiare idea in vista del summit di dicembre, dove anche l’UE dovrà prendere una decisione sulle sanzioni. 

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