LA GIORDANIA RIBADISCE IL SUO RUOLO DI CUSTODE DI AL-AQSA DI FRONTE AD UNA POSSIBILE NORMALIZZAZIONE TRA ARABIA SAUDITA E ISRAELE

Di fronte alla prospettiva della normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, re Abdallah II di Giordania riafferma il ruolo storico della monarchia hashemita nella custodia dei luoghi sacri di Gerusalemme. 

Il recente incontro segreto tra Bibi Netanyahu e Muhammad Bin Salman a Neom, sulle sponde del Mar Rosso, ha destato preoccupazione nella Giordania di re Abdallah II. L’ipotesi della futura normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e la monarchia saudita, paese custode delle “due sacre moschee”, La Mecca e Medina, potrebbe mettere in discussione il ruolo del sovrano di Giordania, la cui stirpe da più di un secolo è protettrice della Moschea al-Aqsa e di altri luoghi sacri musulmani (ma anche cristiani) della Città Vecchia di Gerusalemme. Di fronte all’avvicinamento tra Tel Aviv e Riyadh, il timore concreto della monarchia hashemita è che la custodia della Spianata delle Moschee sia uno dei termini oggetto di discussione nelle trattative, e che possa dunque essere ceduta da Israele ai sauditi. Proprio in concomitanza con la visita segreta del premier israeliano in Arabia Saudita, infatti, il canale ufficiale del Ministero degli Esteri giordano ha condannato ogni tentativo di alterare lo status quo storico e legale della Moschea al-Aqsa, sottolineando come la Giordania “continuerà i suoi sforzi per proteggerla e preservare i diritti di tutti i musulmani su di essa, conformemente alla custodia hashemita”. Secondo il Jordan Times, ciò sarebbe avvenuto in risposta alle ripetute violazioni israeliane dello Haram al-Sharif, l’ultima delle quali sarebbe stata l’irruzione di un gruppo di ebrei estremisti nel recinto sacro. Tuttavia, l’assertività con cui la Giordania sta ultimamente rimarcando il proprio ruolo di custode dei luoghi sacri di Gerusalemme fa pensare che sia ben poco incline ad accettare cambiamenti o compromessi circa il suo ruolo di garante dello status quo nella Città Vecchia.

Gli hashemiti, custodi dei luoghi sacri di Gerusalemme

La Spianata delle Moschee (in arabo al-Haram al-Sharif, “il sacro recinto”), o Monte del Tempio (Har HaBayit in ebraico), è tra i luoghi più sacri e contesi di Gerusalemme, forse dell’intero globo. Il perimetro del recinto comprende la Moschea al-Aqsa di coranica menzione, il terzo luogo di culto più venerato nell’islam dopo le moschee di Mecca e Medina; al centro della Spianata sorge la Cupola della Roccia, che fu fatta costruire dal califfo omayyade ‘Abd al-Malik nel 692 nel luogo da cui, secondo la tradizione islamica, il Profeta Muhammad sarebbe asceso al cielo. D’altro canto, in questo stesso sito il popolo ebraico edificò il Primo e poi il Secondo Tempio – quest’ultimo distrutto dai Romani nel 70 d.C. Di tale imponente edificio oggi non rimane che una sola parete, il Muro occidentale o “del Pianto”. Anche per i cristiani il Tempio riveste un’importanza cruciale, in quanto rientra tra i luoghi della vita e della predicazione di Gesù. Non risulta difficile credere, dunque, come tale spazio sacro sia stato al centro di eterne contese e accesissimi scontri riguardanti la sua amministrazione, che da circa un secolo appartiene alla casata hashemita.

Nel 1924, infatti, il Supremo Consiglio Islamico nella Palestina mandataria accettò che ad assumere la custodia di Al-Aqsa fosse lo sharif della Mecca Husayn bin Ali, la cui stirpe hashemita rivendica la propria discendenza da un parente del Profeta. In particolare, lo sharif Husayn contribuì al restauro della Cupola della Roccia e si impegnò personalmente nell’amministrazione dei luoghi sacri gerosolimitani. Abdallah, figlio secondogenito di Husayn, fu posto dai britannici al trono dell’Emirato di Transgiordania, che ben presto divenne il Regno hashemita di Giordania (indipendente dal 1946). La tutela dei luoghi sacri di Gerusalemme restò dunque nelle mani dei sovrani hashemiti della neonata monarchia giordana e rappresentò per il regno un’importante fonte di legittimità nel mondo islamico, in concorrenza, per certi versi, con la custodia saudita delle due sacre moschee di Mecca e Medina. 

In seguito alla conquista israeliana della Città Vecchia, sottratta alla Giordania nella guerra del 1967, l’amministrazione dei siti religiosi gerosolimitani continuò ad assicurare al Regno hashemita una presenza (quantomeno simbolica) nella città santa, oltre che un ruolo privilegiato nella future trattative circa lo status definitivo di Gerusalemme. Tale prerogativa è stata riconosciuta al regno anche nel trattato di pace stipulato con Israele nel 1994. All’articolo 9 del documento si legge che “Israele rispetta l’attuale ruolo speciale del Regno hashemita di Giordania nei santuari sacri musulmani a Gerusalemme”, e che “quando avverranno i negoziati sullo status permanente, Israele darà elevata priorità al ruolo storico della Giordania in questi luoghi sacri”.

Giordania e Arabia Saudita: in competizione per i luoghi sacri?

A partire dal X secolo circa, gli hashemiti governarono parti della regione costiera arabica del Hijaz, e conservarono tale ruolo durante il dominio ottomano, fino al ventesimo secolo. Rivendicavano di discendere dal Profeta Muhammad, appartenente alla casa degli Hashim, un ramo della tribù dei Quraysh. Moderno discendente del lignaggio hashemita si considerò, più recentemente, Husayn bin Ali, sharif della Mecca e re del Hijaz dal 1916 al 1924. La regione che accoglie le più sacre città dell’islam fu però presto conquistata dalla famiglia saudita, che ambiva a unificare la penisola araba sotto la sua egida. Nel 1925 Ibn Saud si proclamò re del Hijaz, decretando così la fine del controllo hashemita sulle due città sacre. Da allora, la casata hashemita fu rappresentata dai figli di Husayn, Faysal e Abdallah, rispettivamente messi al trono dell’Iraq e della Transgiordania dai britannici. Delle due discendenze, ad oggi, sopravvive solo quella dell’attuale Regno hashemita di Giordania, rappresentata da re Abdallah II.

Nel primo quarto del Novecento, le stirpi saudita e hashemita sono state dunque al centro di una competizione per l’influenza e per la legittimità, che si è giocata in particolare sul controllo dei siti religiosi più sacri del mondo musulmano. Da allora, la casa regnante degli Al Saud detiene il controllo e la protezione delle due sacre moschee di Mecca e Medina, mentre gli hashemiti sono i custodi dei luoghi sacri di Gerusalemme. 

Il recente ‘scongelamento’ delle relazioni diplomatiche tra Israele e Arabia Saudita potrebbe dunque rimescolare le carte in gioco, e rimettere sul piano delle trattative lo status di Gerusalemme. Nell’ipotesi di un prossimo reciproco riconoscimento tra i due paesi, la monarchia saudita potrebbe reclamare maggior coinvolgimento nell’amministrazione dei luoghi sacri gerosolimitani. Oppure, Israele stesso potrebbe offrirle tale privilegio quale incentivo a ufficializzare la normalizzazione dei loro rapporti. Con l’accortezza, tuttavia, di non sacrificare il suo rapporto con il valido alleato giordano nella gestione della sicurezza, delle risorse idriche e dei flussi migratori nella regione.

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