PRATICA TRIBALE “JUJU” E PROSTITUZIONE

Nelle ultime decadi, la piaga sociale della tratta di esseri umani a scopo di prostituzione ha visto un drammatico incremento. Un numero crescente di donne e ragazze vittime di coercizione, di violenze, psicologiche e fisiche, e intimidazioni, viene costretto a vendere il proprio corpo per le strade ai fini del profitto di associazioni criminose senza scrupoli. L’articolo intende offrire una panoramica del fenomeno, analizzando più da vicino uno dei mezzi di coercizione psicologica più usati dalle reti criminose nigeriane, la cosiddetta pratica tribale “Juju”. 

A partire dal 2016, prende spazio quello che il rapporto ActionAid definisce “un processo di femminilizzazione dei flussi migratori”. Questo indica che una percentuale sempre più corposa e massiccia di donne e ragazze minorenni, per le più varie ragioni, decidono di inoltrarsi in quello che, ormai, è conosciuto da tutti come un viaggio massacrante, insidioso, degradante, nella speranza di un futuro migliore, verso le coste Europee. 

È doveroso disvelare che, all’ombra di silenzi indotti e cicatrici coperte, risiede una delle più aberranti e disumane realtà della nostra contemporaneità, parte di un sistema perverso, complesso e mafioso: la tratta di esseri umani con finalità di prostituzione. 

I dati riguardanti il flusso migratorio di soggetti femminili, di nazionalità nigeriana, arrivati sulle coste Europee sono di difficile reperimento, soprattutto per quanto concerne gli anni più recenti. Secondo i dati recepiti all’interno del Rapporto dell’ “Organizzazione Internazionale per le Migrazioni” (OIM), nel 2016 sarebbero giunte sulle Coste Italiane circa 11.000 fra donne e ragazze. L’OIM declarò la seria preoccupazione nei confronti di quest’ultime, affermando che l’80% di queste ragazze sono potenziali vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale”. 

Le modalità di coercizione e di convincimento delle vittime sono molteplici, e fanno perno, oltre che sulla volubilità psicologica delle ragazze, la maggior parte delle quali proviene da aree rurali connotate da estrema povertà e da dinamiche socio-comunitarie spesso patriarcali, sul profondo e intrinseco sentimento di tipo spirituale che lega quest’ultime alla famiglia, alla comunità, nonché alla venerazione degli antenati. Una delle pratiche più diffuse, infatti, utilizzate per sancire il rapporto di debito e “contratto di lavoro” con la rete criminosa, è chiamata “JuJu”, rito tribale di origini molto antiche ed estremamente radicato nelle pratiche del substrato sociale di riferimento, eseguito al fine di un giuramento. 

Le diverse organizzazioni criminali di trafficanti, tra cui la Mafia Nigeriana, coinvolte nella tratta di esseri umani e che assoggettano le ragazze al vincolo criminoso, si avvalgono di questa pratica, al fine di instillare  in loro tutta una serie di conseguenze psicologiche che portano la vittima ad essere totalmente posseduta e investita dalla paura. Paura di denunciare o opporsi al “giuramento”, in seguito alle pressioni esercitate su di lei, non solo dal mero “Juju priest”, ovvero il medico-erborista della comunità che, sotto compenso dell’associazione mafiosa, presiede al rito Juju, ma dalla famiglia stessa, la quale, convinta delle ripercussioni spirituali che possono derivare dall’opposizione al giuramento, spinge la giovane ad accettare il vincolo, al fine di evitare la maledizione sulla famiglia intera. 

Il perverso e drammatico “arruolamento” delle giovani consiste in uno schema ben pianificato e preciso, che scatena una serie di conseguenze a cascata. Partendo, quindi, dalla ferma consapevolezza della volubilità e suscettibilità delle vittime, che vivono in condizioni precarie, senza opportunità lavorative e formative, in un contesto socio-culturale caratterizzato dalla presenza di forti tradizioni tribali spiritiche e una gerarchia patriarcale, l’assoggettamento più intimo e profondo fa capo alla figura della cosiddetta “maman”, spesso una donna anch’ella vittima di tratta a scopo di prostituzione e che ha un ruolo centrale nella condanna al “lavoro di strada” di migliaia di ragazze. La “maman” rappresenta il nesso pratico fra la rete criminosa e le vittime. È una figura di riferimento, in quanto è colei che, avvicinandosi alle ragazze e alle loro famiglie, prospetta loro immaginari futuri migliori e promesse di lavoro o di studio, che, però non verranno mantenuti.

 Non si può contraddire la “matrona”, pena maledizioni sull’intera famiglia. Il fulcro centrale della questione è occupato , infatti, dalle prepotenti credenze religiose e spiritiche che permeano il contesto in cui questa opera. Nel momento in cui, infatti, una ragazza risponde negativamente o si rifiuta di vendere il proprio corpo, la “maman” assoggetta ancor di più la vittima attraverso minacce di maledizioni, come, ad esempio l’inevitabile possessione da parte di uno spirito malvagio della ragazza stessa. 

Altra figura di raccordo fra la ragazza vittima e la rete criminale è quella rappresentata dai sacerdoti, i “Juju Priests”delle comunità. Questi vengono, infatti, corrotti dai trafficanti affinché rafforzino le ideologie e le credenze spiritiche nelle giovani.  Si tratta di un complesso prisma di coercizione culturale, all’interno del quale ognuno ha un proprio ruolo ben identificato e strutturato, in modo tale da portare a termine in modo efficace il proprio compito, al fine di ottenere il risultato atteso. 

Vediamo come, in realtà, colui che ha pianificato e organizzato lo schema attuativo di assoggettamento, sia spesso molto lontano fisicamente dalle vittime stesse. Lo scopo principale, quindi, a cui tende la manipolazione psicologica delle oppresse, che coinvolge sia i “Juju Priest” sia le “maman”, è quello di instillare in loro una sensazione di essere controllate da qualcuno, sensazione che le obbliga a rispettare qualsiasi istruzione venga data. Questo tipo di coercizione psicologica le spinge, inoltre, una volta giunte in Europa, a rifiutare l’aiuto umanitario o delle autorità pubbliche del contesto, scappando, il più delle volte, dal polo umanitario e spingendosi nuovamente verso la rete criminale che le ha costrette a prostituirsi in passato. 

Ma in cosa consiste la pratica tribale Juju in termini pratici? Il Centro Ricerche Per la Protezione Internazionale offre una panoramica sul rito, esponendo nel dettaglio quali siano le fasi del rito. All’interno dell’articolo si legge: “ Durante la cerimonia alle persone viene chiesto generalmente di denudarsi. Ciò con lo scopo di far sentire la persona ancora più vulnerabile. Il sacerdote prende un contenitore in cui vi è della fuliggine a grana fine. In seguito esegue degli incantesimi sulla fuliggine ed invoca uno spirito affinché entri nei grani della fuliggine. Il sacerdote in seguito utilizza un rasoio con cui pratica numerose ferite sulla pelle della vittima. I tagli devono essere abbastanza profondi da causare il sanguinamento. Sulle ferite ora aperte viene gettata la cenere contenente lo spirito, così da far sì che lo spirito entri nel corpo della vittima.” Il sacerdote inserisce, poi, all’interno di un vaso, ciuffi di capelli e peli pubici della vittima, e il testo continua: “Poi raccoglie la biancheria intima della persona e pone anche questa all’interno del vaso. Quest’ultimo viene sigillato e posto all’interno di un santuario. Questa poi è costretta a ripetere, parola per parola, tutto ciò che le viene dettato dal sacerdote. Questa è la parte della cerimonia in cui avviene il giuramento”.

È proprio durante la pratica del giuramento che la vittima promette di versare tutti i propri profitti alla “maman”, e, conseguenzialmente al trafficante facente parte della rete criminale. Ella deve promettere anche di non scappare mai dalla rete e di non denunciare, o semplicemente parlare dei fatti che la riguardano, con nessuno. A costei viene intimidato che “se dovesse venire meno al suo giuramento, il semidio […] manderà degli spiriti a punirla con il rischio anche che venga uccisa.” 

Vediamo, quindi, quanto in profondità vada questo tipo di assoggettamento psicologico. Le vittime, già condizionate da credenze tribali e rituali proprie della comunità, radicate e interiorizzate fisicamente e psicologicamente, subiscono una violenza ancora più influente e pervasiva. Il rito, infatti, sancisce, sin da quando l’umanità ne ha ricordo, una connessione dinamica e totalizzante fra ciò che viene concepito come divino e ciò che viene definito corporale. Questo a intendere che, nel momento in cui la ragazza viene fatta denudare e viene obbligata a far assorbire ciò che le viene passato come divino, si genera in lei un meccanismo psicologico di totale convinzione della permanenza del “Dio” all’interno del suo corpo e della necessaria offerta di quest’ultimo al “Dio”, che può utilizzarlo a suo piacimento per i propri scopi.

Quanto detto fino ad ora rende lampante la difficoltà conseguente nell’arrestare questo tipo di reti criminali, in quanto è estremamente difficoltoso sradicare profonde convinzioni ideologiche, religiose, credenze spiritiche, inculcate anche attraverso il regime della paura. Le vittime si trovano, infatti, ad essere soggiogate da strutture psicologiche perverse, che vedono coinvolti diversi attori sociali, tra cui anche la comunità e la famiglia stessa. Un intreccio pericoloso e subdolo che sancisce la fine dell’esistenza dignitosa di coloro che vi entrano.

Una possibile soluzione a questa piaga sociale potrebbe essere quella di amplificare la diffusione di programmi di sensibilizzazione per le ragazze e le donne, ma anche delle famiglie stesse, soprattutto in contesti rurali, al fine di promuovere la loro educazione e conseguente capacità critica del contesto. 

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