L’INVERNO ISTITUZIONALE NELLA ROTTA BALCANICA

La rotta migratoria sud-orientale prosegue il suo percorso lungo la penisola balcanica. Da terra di emigrazione, negli anni è diventata anche luogo di passaggio e di transito per un vastissimo numero di individui. In particolare, il 2015 è noto come l’anno della grande crisi migratoria, da cui è nata la Dichiarazione fra l’UE e la Turchia finalizzata alla chiusura di questa porta d’ingresso. Cosa rimane, dunque, della Balkan Route?

Le strade della rotta balcanica

Nel 2016, l’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, affermava: «[…] è ora finito il flusso irregolare di migranti lungo la rotta dei Balcani occidentali»; tuttavia, la situazione attuale pare sconfessare questa prospettiva. Infatti, si può dire che a diminuire fortemente sia stato il flusso lungo la rotta, ma chi si era già messo in viaggio verso l’Europa ha cercato una strada per raggiungere l’obiettivo. 

La rotta, quindi, non si è arrestata: è cambiato il percorso e il baricentro si è spostato verso la Bosnia ed Erzegovina, per la sua prossimità con la Croazia, Stato membro UE più vicino. Infatti, nel 2018, l’OIMregistra 60 mila migranti irregolari, di cui il 40% in Bosnia; l’anno seguente, i numeri hanno continuato ad aumentare e questo ha causato forti tensioni al confine con la Croazia. Il caso più noto è quello dei campi profughi temporanei a Bihać e Velika Kladuša, i quali accolgono migliaia rifugiati e migranti in fuga. 

Questa nuova rotta è particolarmente pericolosa perché il territorio è montuoso e si caratterizza per una cattiva condizione delle strade e della rete ferroviaria. Anche il territorio croato, una volta oltrepassato, è difficile da percorrere perché è fitto di foreste ed è tutt’ora cosparso di mine inesplose nel sottosuolo – resti della guerra successiva al disfacimento della Jugoslavia. Si tratta di una crisi migratoria che è diventata da subito una crisi umanitaria: i Paesi balcanici sono economicamente fragili, lo sono di conseguenza anche i sistemi di accoglienza (e di respingimento) che continuano ad essere precari, disorganizzati e pericolosi per la salute psicofisica dei migranti.

Invisibili nella neve

Negli anni, sono state moltissime le denunce da parte di varie ONG e Onlus che lavorano sul campo, specialmente nelle aree di confine, riportando gravi violazioni dei diritti umani e fornendo beni di prima necessità e sussistenza. L’impresa di riuscire ad arrivare a destinazione, dalla Bosnia alla Croazia e poi in Slovenia e in Italia (nell’area Schengen), viene chiamata dai migranti “The Game” ed è stata raccontata dall’omonimo video, realizzato da Paolo Martino nel giugno del 2020 per il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), in collaborazione con Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.

Oltre alle consuete difficoltà, la prima settimana di dicembre di quest’anno ha riportato all’appello le condizioni di vita dei migranti nei campi, specialmente in Bosnia ed Erzegovina. L’arrivo massiccio di gelo e neve, infatti, sta destando ulteriori preoccupazioni sulla salute delle persone che vivono in questo limbo. Spesso, il sovraffollamento dei campi costringe alla ricerca di soluzioni alternative, come la creazione di accampamenti con tende ancor più precarie. La vita di questi individui è fortemente al limite, come viene peraltro ben evidenziato dalle immagini di Alba Domínguez Pena dell’organizzazione No Name Kitchen. Invisibili, sommersi dalla neve e dal timore di incorrere nei respingimenti coatti delle forze dell’ordine. 

Nuove proposte

La fragilità economica dei Paesi nell’area balcanica è ulteriormente accentuata da un anno particolarmente turbolento: la gestione della pandemia da COVID-19, le elezioni amministrative pressoché in ogni Stato e il discutibile coordinamento dei movimenti migratori. L’attenzione su quanto avviene nei Balcani occidentali è quindi ora inevitabile. È necessaria una risposta da parte delle istituzioni statali ed europee, che da anni brancolano nelle contraddizioni gestionali di un fenomeno, quello migratorio, inarrestabile. L’ultima grande proposta da parte della Commissione UE arriva il 23 settembre 2020: dopo le tensioni tra la Turchia e l’Unione europea rispetto agli impegni presi per il trattenimento dei migranti e dei richiedenti asilo in transito, il disegno di un nuovo Patto sulle migrazioni arriva successivamente all’incendio che ha distrutto il campo di Moria a Lesbo, che diventa così un simbolo dell’inadempienza istituzionale.

Ad ogni modo, il Patto deve essere discusso e approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Nel testo, emergono tre piani di azione dipendenti fra di loro: a) maggiore collaborazione con i Paesi di provenienza e di transito; b) maggiori controlli e monitoraggi con il rafforzamento del ruolo della Guardia Costiera europea (Frontex); c) un’obbligatoria e permanente solidarietà fra gli Stati membri dell’UE, di ricollocamento o di supporto logistico e operazionale. La risposta degli eurodeputati a questa proposta appare “tiepida” perché vengono avanzati dubbi sulle garanzie e sull’efficacia del Patto.

Inoltre, si aggiunge anche l’appello delle ONG. Nello specifico, Marissa Ryan, direttrice dell’ufficio UE dell’Oxfam, afferma che questo Patto sia il prodotto delle volontà nazionali per la riduzione dei beneficiari di protezione internazionale nel continente, con il forte rischio di replicare dinamiche lesive per le condizioni umane all’interno dei campi profughi. 

Un altro punto critico è stato rilevato nel lessico utilizzato nel documento, considerato un linguaggio alla “McKinsey”, dal nome dell’azienda di consulenza che negli ultimi anni sembra aver interceduto al servizio di diversi governi europei, interessanti all’accelerazione delle loro procedure di asilo. In particolare, si fa riferimento ad alcuni termini presenti nel testo, come “tailor-made” o “end-to-end”, propri del lessico aziendale, che portano a pensare ad una collaborazione economica fra l’Unione europea e la McKinsey – sospetti rafforzati dal rifiuto da parte della Commissione di fornire dettagli all’Ombudsman (difensore civico) sui progetti già attivi e guidati dall’azienda in Grecia. 

Il monito dell’articolo 3 CEDU, «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti», entra così in contrapposizione con le immagini delle condizioni di vita in cui si trovano i migranti nei Balcani occidentali, le violenze che subiscono e le pratiche attraverso cui vengono effettuati i respingimenti. In conclusione, si riconoscono di certo le difficoltà di gestione di flussi massicci di persone in transito, e di differenziazione tra coloro che possono essere titolari dello status di protezione internazionale e chi non ne ha diritto. Tuttavia, l’azione “autoritaria” sembra aver preso il posto di quella “autorevole” e il discorso economico torna a minare quello della tutela. A quale costo? 

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