LE PRIORITÀ DI USA E CINA PER LA MADRE DI TUTTE LE RIFORME

L’Organizzazione Mondiale del Commercio soffre una crisi senza precedenti. Soltanto una riforma delle regole che governano il commercio globale può dare nuova linfa ad un sistema stravolto dalle tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Quando l’amministrazione Trump avviò unilateralmente la guerra dei dazi contro la Cina, la crisi del WTO, la principale organizzazione commerciale a carattere universale, era sotto gli occhi di tutti. L’ente internazionale che governa il sistema commerciale multilaterale, e di cui fanno parte 164 Stati, ottempera tre principali funzioni: a) forum in cui negoziare le liberalizzazioni economiche e le regole commerciali; b) monitorare e amministrare le regole del commercio multilaterale; c) risolvere le dispute commerciali tra gli Stati membri attraverso l’attività dell’Appellate Body. Ma, come osserva Fredrik Erixon, esperto di commercio internazionale per il think-tank ECIPE: “Dalla conclusione degli Uruguay Round nel 1994, quando il commercio dei servizi e il tema della proprietà intellettuale entravano nelle competenze dell’organizzazione, il WTO non ha prodotto alcun risultato significativo”.

In particolare, la struttura, i meccanismi, le competenze e le regole del WTO non sono state adeguate alle trasformazioni dell’economia globale, che dal 2001 (anno d’ingresso della Cina nell’organizzazione) hanno posto nuove sfide al sistema multilaterale costruito negli anni dai Paesi sviluppati e in via di sviluppo. È cresciuta, dunque, la convinzione che il sistema WTO necessiti di profonde riforme per governare le nuove dinamiche commerciali, sempre più legate ai flussi transnazionali d’investimenti, al commercio online e agli accordi economici regionali

In tale contesto, alla progressiva integrazione dell’economia cinese nel mercato non ha seguito un adeguato livello di liberalizzazione delle attività economiche interne ed un ruolo meno invasivo dello Stato. Gli Stati Uniti hanno protestato più volte la mancanza di trasparenza e l’opacità delle pratiche commerciali cinesi; non sono nell’era Trump, ma anche, benché con meno vigore, durante i mandati di Obama. Dal 2004 al 2018, il Governo statunitense ha promosso 23 azioni legali davanti l’Appellate Body WTO contro la Cina, accusata di comportamenti non coerenti con gli obblighi dell’organizzazione o di pratiche non direttamente disciplinate dalle regole WTO, e quindi non rientranti nelle competenze dell’organizzazione. Con la presidenza Trump, il WTO è stato identificato come responsabile per aver permesso alla Cina di ottenere vantaggi competitivi dalla sua partecipazione all’organizzazione senza essersi conformata agli obblighi e senza aver attuato le riforme economiche interne promesse al momento dell’adesione.

Mentre l’amministrazione Trump cominciava la guerra commerciale contro la Cina- misure tariffarie dichiarate poi dal Panel WTO come non conformi alle regole dell’organizzazione-, provava anche ad erodere il prestigio e il funzionamento del WTO. Il Presidente uscente ha minacciato a più riprese il recesso del suo Paese dall’organizzazione. Inoltre, dal 2016 gli Stati Uniti bloccano la nomina dei giudici dell’Appellate Body, limitandone l’operatività e la legittimità. Uno stallo che dal 2019 ha condotto alla mancanza del quorumnecessario affinché l’Appellate Body possa esercitare le sue funzioni. La critica nei confronti del WTO è condivisa allo stesso tempo da Unione Europea e Giappone[1], i quali, con una maggiore propensione al dialogo e con toni più pacati, auspicano una riforma dell’organizzazione scritta insieme a Stati Uniti e Cina. Quali temi potrebbero mettere d’accordo le due maggiori potenze economiche mondiali, aprendo la strada ad un negoziato per la riforma del commercio internazionale?Innanzitutto, partiamo dai temi su cui la Cina è meno disposta negoziare e che, allo stesso tempo, attirano le ire degli Stati Uniti. Si tratta dei sussidi elargiti dal Governo cinese alle imprese nazionali (grazie a cui le aziende cinesi acquistano competitività nei mercati); le condizioni per l’accesso al mercato imprese di Stato cinesi (SOE); i trasferimenti forzati di tecnologia che la Cina richiede alle imprese straniere per operare nel Paese; i bassi costi di manodopera e l’indifferenza per i diritti dei lavoratori che caratterizzano il sistema produttivo in Cina.

Esistono temi altrettanto importanti, però, su cui Cina e Stati Uniti potrebbero trovare punti di contatto e procedere ad un negoziato: standard internazionali più stringenti sulla protezione della proprietà intellettuale; la regolamentazione dei sussidi alla pesca; la disciplina del commercio online; la riforma del meccanismo di risoluzione delle controversie WTO (modificando gli aspetti procedurali e l’ambito di giurisdizione dell’Appellate Body) e infine le modalità di catalogazione di “Paese in via di sviluppo” nel sistema commerciale multilaterale, che implica l’applicazione di trattamenti speciali e differenziati. Nel quadro WTO, la Cina gode dei trattamenti dei Paesi in via di sviluppo; ma tale stato dell’arte è ampiamente contestato dai policymakers statunitensi. Una soluzione di compromesso tra le preferenze dei due Paesi potrebbe consistere nell’applicazione dei “trattamenti speciali e differenziati” limitatamente a questioni o settori commerciali ben precisi (in breve, “caso per caso”). Un’ambiziosa riforma degli aspetti economici e commerciali fin qui delineati richiederebbe, tuttavia, volontà politica, dialogo, pazienza, ma soprattutto una grande fiducia nel multilateralismo. Che di certo non manca alla Cina, ma che è stata assente negli Stati Uniti nel corso degli ultimi quattro anni. Adesso, con l’elezione di Joe Biden, strenuo sostenitore dell’approccio multilaterale alle questioni internazionali, gli spiragli di una riforma del sistema commerciale si allargano. Il futuro del WTO è appeso alle priorità strategiche di Stati Uniti e Cina, con Unione Europea e Giappone pronti a far valere i loro interessi. L’impressione è che, se non cambierà, la massima organizzazione commerciale multilaterale soccomberà di inerzia e obsolescenza, cedendo il passo all’unilateralismo 


[1] Nel quadro del sistema WTO, Stati Uniti, Unione Europea e Giappone costituiscono un’alleanza informale conosciuta come “Meccanismo tripartito”.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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