HONG KONG: LE DIMISSIONI DELL’OPPOSIZIONE RICORDANO L’AVENTINO

Pro-democracy lawmakers join hands at the start of a press conference in a Legislative Council office in Hong Kong on November 11, 2020. - Hong Kong's pro-democracy lawmakers said on November 11 they would all resign, after China gave the city the power to disqualify politicians deemed a threat to national security and four of their colleagues were ousted. (Photo by Anthony WALLACE / AFP)

L’uscita di scena dell’opposizione dal parlamento fa tornare alla mente la Secessione dell’Aventino. Vediamo analogie, differenze e possibili scenari.

La situazione ad Hong Kong

L’onda lunga delle proteste di HK (Hong Kong) non accenna a calmarsi. Gli ultimi avvenimenti descrivono una situazione in cui l’ingerenza cinese si fa ancora più pesante. In particolare, dopo l’approvazione a luglio 2020 della nuova legge sulla sicurezza nazionale che prevede un ulteriore giro di vite sui diritti civili e politici. La norma sanziona in modo severo atti di sovversione, terrorismo e ribellione verso il governo filo-cinese. Inoltre è stata imposta da Pechino senza consultare il Legco, ovvero il Consiglio Legislativo di Hong Kong composto da 70 parlamentari. La popolazione, abituata alla cultura legislativa liberale della common law come retaggio del colonialismo britannico, ha subito un grosso smacco con questa nuova legge. A questo si aggiunge la frustrazione per le elezioni politiche, che erano previste per settembre, rinviate al 2021 ufficialmente causa Covid. In realtà, il governo di Carrie Lam era consapevole che fare elezioni in un clima di tensione sociale come quello settembrino avrebbe comportato un grosso rischio per la tenuta dello stesso. Di fatto, le proiezioni vedevano i politici di opposizione lanciati verso una maggioranza schiacciante.

Ad ogni modo, a novembre sono cambiate ancora le carte in tavola. L’Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento cinese) ha adottato una risoluzione che permette al governo di Pechino di espellere i deputati del Legco, nel caso questi stiano sostenendo l’indipendenza di HK e minacciando la sicurezza nazionale, senza alcuna approvazione da parte di organi giudiziari imparziali. Così, lo scorso 11 novembre il governo di HK ha sancito le dimissioni forzate di quattro membri del parlamento, già precedentemente rimossi dalla corsa alle prossime elezioni poiché giudicati dalle autorità non pienamente fedeli al governo di Lam. Stessa sorte è toccata anche all’attivista Joshua Wong, capo dell’organizzazione pro-democrazia Demosistō in custodia cautelare dal 23 novembre, il quale è stato anche lui bandito dalle elezioni che si terranno il prossimo anno. Secondo la linea governativa, i parlamentari sono stati destituiti dal loro incarico per aver invocato sanzioni dalla comunità internazionale nei confronti di HK e Pechino.

La rimozione dei quattro parlamentari dell’opposizione (Alvin Yeung, Kwok Ka-ki, Dennis Kwok e Kenneth Leung) e l’accanimento sul giovane politico Wong, hanno scosso così tanto l’opinione pubblica che i restanti deputati hanno scelto di prendere una posizione netta. Ben quindici legislatori d’opposizione, lo stesso giorno della cacciata dei loro colleghi, hanno deciso di dimettersi in massa per protestare e mostrarsi solidali. Una scelta che dal punto di vista morale non lascia dubbi sul suo altissimo valore, ma che da una prospettiva strettamente politica lascia ampio margine d’azione al governo di HK. Infatti, dei 43 membri rimanenti nel Legco rimangono solo due centristi non dichiaratamente filogovernativi, ma per il resto sono tutti pro-Pechino. La leader Lam non ha mancato di sostenere in toto la nuova disposizione calata dal Partito Comunista Cinese, con la quale sarà ancora più semplice il processo di marginalizzazione delle frange politiche avversarie.

Il caso dell’Aventino

Occorre innanzitutto specificare che l’assetto politico di HK non è lo stesso del Regno d’Italia dei primi anni del fascismo. Tuttavia, l’episodio delle dimissioni di massa dal Legco può mostrare qualche analogia con la Secessione dell’Aventino. Prima, va ricordato brevemente il caso storico. Dopo aver varato nel 1923 una legge elettorale maggioritaria ad hoc che garantiva un cospicuo premio di maggioranza, Mussolini sciolse la Camera e stabilì la data delle elezioni per il 6 aprile 1924. Le liste nazionali composte da fascisti, liberali e cattolici conservatori ottennero così una maggioranza clamorosa con il 65% dei voti. Le opposizioni, in particolare nella figura del socialista Giacomo Matteotti, provarono ad alzare la voce contro il regime ma sembravano già tagliate fuori dal gioco politico. 

Il 10 giugno proprio Matteotti, dieci giorni dopo aver criticato aspramente alla Camera la violenza del fascismo, fu rapito e poi ucciso. La sua scomparsa diede il via ad una forte ondata di indignazioni popolari verso il fascismo e il suo leader. Tuttavia, l’opposizione parlamentare era indebolita dalle recenti elezioni e non riuscì a sfiduciare il governo. Perciò, il 26 giugno i gruppi di opposizione – esclusi i comunisti – riunitosi nella sala della Lupa di Montecitorio (in seguito sala dell’Aventino) decisero di astenersi dai lavori della Camera. Questo, finché non sarebbe stata fatta luce sulla scomparsa dell’onorevole Matteotti e ripristinata la legalità democratica. La decisione era connotata da un forte valore ideale, ma priva di ogni valenza pratica. La questione morale non fece sufficiente leva sull’opinione pubblica.

Inoltre, l’opposizione non aveva un gancio istituzionale al quale aggrapparsi: quando il Re Vittorio Emanuele III fu messo al corrente del coinvolgimento di Mussolini nell’omicidio Matteotti, questo decise di lavarsene le mani per evitare il crollo del governo. Di lì a pochi mesi, complice anche le divisioni interne del fronte antifascista, le proteste scemarono e Mussolini il 3 gennaio 1925 dichiarò chiusa la questione morale con il celebre discorso: “Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. La crisi Matteotti determinò la fine di ogni parvenza democratica nel regime fascista e gli aventiniani non poterono nulla, dato che si erano esclusi da soli dalle istituzioni. Anche gli ultimi custodi della legalità erano ora fuori dai giochi e Mussolini ebbe la strada spianata verso la dittatura. Cosa può imparare HK?

Il confronto

La dimissione in massa dell’opposizione dal Legco e quella dell’Aventino hanno la medesima caratteristica: sono azioni ispirate da alti valori morali e dal principio di solidarietà. Ma a questa grande azione morale non sempre, come si è visto con il caso dell’Aventino, corrisponde una grande mossa politica. Ad ora, l’unico risultato certo delle dimissioni dal Legco è che il governo di Lam farà meno fatica a far passare leggi pro-Pechino venendo a mancare l’opera di ostruzionismo parlamentare.In entrambi i casi possiamo trovare due figure cardine che sono state escluse dall’arena politica.

Se il fascismo uccise brutalmente Matteotti si potrebbe dire che il governo di Lam abbia fatto fuori politicamente Joshua Wong, punto di riferimento delle opposizioni che non potrà prendere parte alle prossime elezioni. Per di più, ancora non è chiaro se anche gli stessi parlamentari dimissionari potranno o meno partecipare alle votazioni del 2021. In questo momento, sembra che il governo di HK abbia il potere di escludere dalla corsa elettorale chiunque gli sia apertamente ostile. Quindi, l’uscita di scena dei deputati unita a quella del leader dell’opinione pubblica potrebbe comportare un danno irreparabile per i filo-indipendentisti. D’altronde, l’impossibilità dei cittadini di HK di eleggere politici che li rappresentino è stata al centro delle loro proteste, perciò nei mesi a venire potrebbero infuocarsi ancora le piazze.

Un’altra analogia è la ricerca di appoggi extra-parlamentari nella lotta contro il governo in carica. Se da una parte gli antifascisti hanno cercato invano il sostegno di Vittorio Emanuele III, il quale già aveva dato prova di ignavia non dichiarando lo stato d’assedio dopo la marcia su Roma, i filo-indipendentisti di HK hanno ricercato aiuto nelle sanzioni da parte di governi stranieri. Proprio per questa ragione, sono stati espulsi i quattro parlamentari dal Legco avendo esplicitamente chiesto sanzioni da parte degli USA verso HK. Le sanzioni USA sono già in atto e dal punto di vista economico sembrano interferire perfino nella vita quotidiana dell’establishment di HK.

In una recente intervista alla Bbc, Carrie Lam ha affermato di non poter aprire un conto in banca ed essere costretta a ricevere lo stipendio in contanti. Comunque sia, nonostante le sanzioni colpiscano direttamente l’élite governativa, ad oggi l’unico effetto certo è che i quattro deputati che le hanno richieste sono stati cacciati dal parlamento. Questi, hanno sottolineato anche nei giorni a seguire come sia un onore essere esclusi dal Legco per “combattere la democrazia e difendere i diritti umani”. È vero che rimanere nel Legco avrebbe significato legittimare il parlamento stesso, ma è altrettanto vero che non farne più parte rende più complicata la lotta per la democrazia. Sicuramente, il caso dell’Aventino insegna che lasciare il campo di battaglia parlamentare a chi non rispetta la grammatica della democrazia può portare a conseguenze devastanti

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ASIA E OCEANIA