LA PROTESTA DEGLI AGRICOLTORI INDIANI PARALIZZA L’INDIA E IL DESTINO POLITICO DI MODI

In India, decine di migliaia di agricoltori si stanno riversando nella capitale per protestare contro tre controverse leggi in materia di politiche agricole che ritengono siano state emanate a solo favore del mercato e che temono causerà un loro ulteriore impoverimento.

In India, la protesta dagli agricoltori che perdura ormai da tre mesi si sta rivelando forse la più grande delle sfide, non solo dal punto di vista numerico ma anche politico, che il governo Modi si è trovato ad affrontare nel suo secondo mandato iniziato nel 2019.  La contestazione dei contadini indiani, al grido di “Dilli Chalo!” (che significa “Verso Delhi!”) ha assunto la forma di una marcia che ha coinvolto decine di migliaia di agricoltori diretti appunto a New Delhi, il cuore politico del Paese, per protestare contro tre particolari leggi emanate dal governo Modi lo scorso 20 settembre che rivoluzionerebbero l’intero comparto agricolo indiano. 
Il BJP, partito al potere, continua a detenere la maggioranza parlamentare e un fermo controllo sul governo.

Tuttavia, se non sanato in fretta, il crescente malcontento degli agricoltori, che sta già assumendo le fattezze di una vera e propria ribellione, potrebbe rappresentare una rottura sociale di difficile ricomposizione, con esiti nefasti sia sul futuro dell’amministrazione in carica che dell’intero Paese. 
In India infatti, più del 60% della popolazione è connesso direttamente e indirettamente al settore agricolo, e gli agricoltori hanno da sempre rappresentato un fondamentale bacino di voti per ogni partito. Una riforma del settore agricolo è stata sempre parte dell’agenda di Modi sin dal suo primo mandato iniziato nel 2014. Allora però, temendo pericolosi contraccolpi politici a seguito di massicce proteste scaturite in tutto il Paese, fu costretto a ritirare (momentaneamente) la sua proposta per allentare le norme sull’acquisizione di terreni.

Anche in quell’occasione però l’angoscia degli agricoltori nei quattro angoli dell’India rurale non fu placata, anzi fu del tutto esacerbata e diede origine a diffuse raffiche di violenza, come quella che ebbe luogo nel 2017 a Mandsaur, cittadina dello Stato del Madhya Pradesh, nell’India centrale, dove diversi contadini che protestavano chiedendo l’annullamento dei debiti divenuti insostenibili e l’aumento del prezzo dei raccolti furono uccisi dal fuoco della polizia. 


Agli eventi di Mandsaur seguì a inizio 2018 un’agitazione di migliaia di agricoltori nel Maharashtra, i quali intrapresero una marcia verso Mumbai. La risposta del governo federale per rabbonire i contadini scesi in strada fu di soddisfare le richieste di questi ultimi. La soluzione proposta dal governo del Maharashtra non venne però attuata, andando così a incrementare il risentimento degli agricoltori non solo in Maharashtra, ma nell’intero Paese.

Nonostante, come visto, in India gli agricoltori rappresentino una forza elettorale considerevole, della quale nessun partito può permettersi di alienarsi il supporto, la schiacciante vittoria elettorale del BJP alle elezioni parlamentari del 2019, ha permesso al partito di Modi di attuare tutta una serie di politiche e di riforme prima del tutto irrealizzabili, tra cui anche la tanto agognata riforma del settore agricolo. 

Questa si compone, nello specifico, di tre leggi: 1) The Farmers (Empowerment & Protection) Agreement of Price Assurance and Farm Services Bill (Potenziamento delle condizioni degli agricoltori e accordo di protezione della garanzia dei prezzi e dei servizi agricoli), i cui obiettivi sono quelli di consentire agli agricoltori di interfacciarsi con grossisti, rivenditori, esportatori, ecc., in condizioni di parità e senza l’intervento di intermediari, e di fissare i prezzi degli stessi prodotti agricoli anche prima dei raccolti; 2) The Essential Commodities Act (Amendment) Bil(l’emendamento alla legge per i beni essenziali), che mira ad aumentare gli investimenti diretti all’ammodernamento degli impianti necessari al settore agricolo inclusa la modernizzazione della catena di approvvigionamento alimentare, creando al contempo un ambiente di mercato competitivo ed evitando lo spreco di prodotti agricoli derivante della mancanza di impianti di stoccaggio adeguati; 3) Farmers’ Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) Bill (promozione e agevolazione del commercio e dei traffici dei prodotti degli agricoltori), per aumentare le condizioni atte ad attrarre investimenti del settore privato per la costruzione di catene di approvvigionamento e infrastrutture agricole, e per orientare la fornitura di prodotti agricoli indiani sia ai mercati nazionali che internazionali.


Mentre dall’alto, dal governo, tali riforme sono propagandate come necessarie al fine di attrarre maggiori investimenti, dal basso, e cioè da parte degli agricoltori, la percezione delle stesse è ben diversa. E anzi questi ultimi affermano di non essere mai stati consultati sui cambiamenti.
Il governo cerca di passare in sordina quest’ultimo punto ribadendo come le nuove leggi porteranno a un aumento del benessere degli agricoltori grazie alla semplificazione dell’intero settore agricolo indiano e all’apertura di sempre più massicci maggiori investimenti privati, molti tra attivisti, rappresentanti degli agricoltori, e coltivatori diretti ritengono che queste leggi avrebbero come risultato ultimo e diretto per gli agricoltori solo un loro ulteriore impoverimento. Gli oppositori alle leggi in oggetto lamentano che queste leggi siano state emanate a solo vantaggio di alcune grandi aziende legate da interessi particolari e personali al mondo politico.

Tra questi Mukesh Ambani e Gautam Adani, amici e sostenitori di vecchia data di Narendra Modi. Mukesh Ambani, uomo più ricco dell’India e dell’Asia, con un patrimonio personale di 88,8 miliardi di dollari, è a capo di Reliance Industries, uno dei più grandi e influenti conglomerati indiani con specifici e profondi interessi in molteplici settori, incluso quello agricolo, e Gautam Adani, anch’esso multimiliardario, a capo di Adani Group, altro conglomerato di prim’ordine, accusato in più occasioni di aver ricevuto benefici da Modi per accrescere la propria rete aziendale nel Paese. 
Queste rappresentano accuse importanti e fondate che, a differenza di quanto si auspica il governo, non sono cadute nel dimenticatoio presso le masse indiane, e sono state riprese anche dallo stesso sindacato degli agricoltori che ha organizzato le proteste contro le tre leggi in oggetto, che ha accusato Modi e il suo governo di imporre queste leggi “di convenienza” solo a beneficio degli “amici industriali”. 
Il pericolo reale di questa rivoluzione del settore agricolo è l’innesto di un processo di crescente disoccupazione e aumento del debito per i piccoli agricoltori, i quali potrebbero essere costretti a vendere la loro proprietà ai grandi gruppi, che si occuperanno direttamente della produzione e della commercializzazione dei beni. 

Come riportato in una precedente analisi, già a settembre queste leggi furono causa di numerose proteste in tutto il Paese. La differenza però con le proteste attuali, è che a settembre gli agricoltori indiani scesero in strada nei rispettivi Stati di appartenenza, e i singoli governi federali cercarono di risolvere la questione in maniera autonoma. Il fallimento, o meglio l’insuccesso delle trattative che negli scorsi tre mesi hanno coinvolto il governo centrale e quelli dei singoli Stati da una parte, e gli agricoltori e le associazioni che li rappresentano dall’altra hanno catalizzato la rabbia di questi ultimi spingendoli a marciare direttamente sulla capitale.

La maggior parte di essi proviene dai sei Stati dell’India settentrionale, cioè Punjab, Haryana, Uttar Pradesh, Chhattisgarh, Uttarakhand e Himachal Pradesh, sono però principalmente quelli del Punjab, Stato che da solo rappresenta il vero granaio dell’India, ad essere in prima linea. Essi sono stati i primi a ribellarsi contro le tre proposte di legge del governo Modi approvate lo scorso 20 settembre, occupando i binari e paralizzando così le operazioni ferroviarie nello Stato per quasi due mesi. 


Anche reazioni di matrice più prettamente politica, non si sono fatte attendere in Punjab, dove già durante le ultime elezioni statali del 2017, il BJP ha conseguito solo tre seggi sui 117, e dove, già pochi giorni dopo l’approvazione delle leggi in oggetto, un partito politico locale, lo Shiromani Akali Dal, uno dei più vecchi alleati del BJP, ha lasciato l’alleanza di governo. Il presidente dello Shiromani Akali Dal, Sukhbir Badal, ha motivato questa scelta dichiarando che il partito non poteva continuare a supportare il BJP nelle sue politiche contro gli agricoltori e contro lo stesso Stato del Punjab.

Gli scontri tra i manifestanti e le forze di polizia, come prevedibile, non si sono fatti attendere. Già nella giornata del 26 novembre si sono registrati i primi momenti di tensione tra alcune delle migliaia di agricoltori e le forze di polizia nei pressi dei confini metropolitani della capitale indiana. 
Alcuni membri del partito in carica e i sostenitori dello stesso non hanno mancato di bollare, come prevedibile, i contadini che protestavano quali “elementi anti-nazionali”, un colpo sempre più comune a chiunque critichi il governo di Modi. 


Come annunciato già all’inizio di questa analisi, la schiacciante vittoria elettorale conseguita dal BJP alle elezioni parlamentari del 2019, ha permesso al partito di Modi di attuare un insieme di punti della sua agenda in precedenza irrealizzabili o addirittura impensabili, inclusa la riforma agricola. Se tale situazione ha giovato all’immagine del partito e del suo leader maximo agli occhi dei sostenitori in India e all’estero, ha rappresentato un vero e proprio nodo gordiano posto alla gola dell’anima democratica, secolare e pluralista del Paese, nel quale ogni qualsiasi opposizione alle politiche del governo è tacciata di “antinazionalismo” nel nome di un nazionalismo di facciata che di nazionale ha ben poco, avendo infatti tratti più assimilabili allo sciovinismo. 


Il secondo mandato di Modi, inaugurato nel 2019, dovrebbe avere termine nel 2024. La strada da percorrere risulta quindi essere ancora molto lunga. Tuttavia, se non arginata in tempo, la crescente opposizione al suo governo proveniente da molteplici fronti interni potrebbe pregiudicare il futuro politico di Modi e dell’intero BJP. Il partito al potere si è infatti politicamente spinto a una distanza tale che il solo uso della carta del nazionalismo, vero o presunto, potrebbe non bastare più a contenere un dissenso sempre più dilagante, il cui contenimento è necessario per assicurarsi un qualsivoglia futuro politico alla guida del Paese.

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