DIRITTI UMANI: RELATIVISMO E COLONIALISMO OCCIDENTALE

Parlare di colonialismo all’interno dei diritti umani all’apparenza sembra un controsenso, eppure i diritti umani della dichiarazione del ‘48 sono legati al colonialismo e sono frutto di una visione del mondo non-universale, al contrario, occidentale. Capire in che modo “l’universalità” dei diritti umani contiene dei punti critici ed essere coscienti che la carta del ‘48 non è l’unico documento che difende i diritti umani è un modo per uscire dalla visione coloniale di questi ultimi.

Colonialismo dei (e nei) diritti umani

Visualizzare l’aspetto colonialista dei diritti umani significa valutare due aspetti: uno, che essi non sono universali nel contenuto. Due, che la loro applicazione è controversa

Sul contenuto: il “pacchetto” di diritti umani universalizza dei valori che provengono da una tradizione occidentale (la rivoluzione francese, la cultura occidentale) e rende necessaria la loro applicazione a tutte le popolazioni. Non solo, le culture occidentali si rendono ambasciatrici di tali valori, presupponendo di essere le uniche ad averli già dentro di sè e assumendo il compito di doverle trasmettere – o imporre – agli altri popoli “non civili” o “arretrati”. 

L’altro aspetto riguarda la modalità di applicazione di questi diritti: se il contenuto si può rendere universale, cercando dei punti in comune fra tutte le culture esistenti, l’estensione e applicazione dei diritti non è stata (e ancora oggi non è) universale. 

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo risale al 1948, dunque un’epoca ancora coloniale. Si nota perciò l’esistenza di un doppio standard: si applicavano i diritti umani ai cittadini delle società colonizzatrici ma non a quelli delle società colonizzate, allo scopo di perpetuare proprio le logiche coloniali. 

Si stabilivano diritti umani, ma poi non tutti si consideravano umani, di conseguenza la Dichiarazione non si dirigeva o applicava a tutti. Un po’ come nell’antica in Grecia il voto era sì, permesso a tutti i cittadini, ma dalla cittadinanza di escludevano donne e schiavi. 

La versione dei diritti umani che conosciamo oggi è frutto della visione del mondo dominante a quell’epoca, è costruita sulle sue basi culturali e orientata ai suoi obiettivi. In particolare, per quanto riguarda la base di partenza, la dichiarazione si pone come “segno di civiltà”, sicuramente in opposizione agli orrori della guerra appena terminata, ma anche come segno distintivo. “Civiltà” – sottinteso quella occidentale – contrapposta al resto del mondo in cui tale civiltà mancava. 

Basta pensare al periodo storico in cui la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è stata pensata e realizzata: epoca coloniale, i Paesi al di fuori dell’Europa sono in piena condizione di dipendenza e ritenuti lontani da democrazia. Si ritiene che la “civiltà” sia appannaggio della sola Europa, con le sue radici di democrazia (greca), umanità (il cristianesimo) e di diritti politici (la rivoluzione francese).

Se da una parte alcuni valori si possono effettivamente definire universali, per altri, invece, si nota una egemonia della visione “occidentale”. Primo fra tutti, il valore della proprietà e l’individuo messo in primo piano. Questa visione è in contrasto con altri punti di vista, culturalmente diffusi altrove, che mettono la comunità al centro e attribuiscono ad essa un valore superiore al singolo.

Le prime – e per alcuni decenni uniche – dichiarazioni su libertà e diritti sono state le seguenti:

  • Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo (1948)
  • Dichiarazione Americana dei diritti e doveri dell’uomo (1948)
  • Convenzione Europea sulla protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali (1950)

Con la “diffusione” dei valori iscritti nelle carte dei diritti umani si instaura una differente forma di colonialismo, che punta a esportare i “valori” prevalenti nell’occidente e ritenuti superiori. Tolti quelli “inalienabili” (vita, salute, istruzione) – comunque non garantiti a tutti – ci sono altri valori la cui importanza è relativa. Questi si basano su valori prevalentemente “occidentali” (per esempio la proprietà privata), che in partenza non coinvolgono tutte e tutti e che partono da una categoria razzista di “essere umano” (sono da considerarsi umani gli indigeni, gli afroamericani, gli schiavi, le donne?).

In altre parole i diritti stabiliti dalle varie carte sacrificano alcune parti della popolazione lungo la linea della razza, del genere o della classe, in un’intersezione delle oppressioni che ricalca quella coloniale.

Rispetto all’orientamento di valori dei  “diritti umani”, una certa parte della critica guarda alla loro istituzione come alla legittimazione idee che potessero combaciare gli ideali capitalisti dell’epoca. 

Come citato in apertura, infatti, la Dichiarazione dei diritti umani votata all’ONU sottolinea l’importanza dell’individuo e della tutela della proprietà privata. Ma non solo, combacia con una visione ancora più specifica e assolutamente compatibile con un altro documento ascrivibile allo stesso periodo: il testo della Mont Pelerin Society (1947), con cui si fondava il sistema economico postbellico. Fin da subito i diritti umani vengono posti come condizione della modernità, dove questo termine equivale al progresso neoliberista. Presto al rispetto dei diritti umani vengono associate altre condizioni, poste come imprescindibili per entrare nel regno della civiltà. Si assumono come punti di partenza alcune assunzioni. Per esempio, che se la libertà è il traguardo, essa si raggiunge solo grazie al mercato e che la disuguaglianza economica non contraddice la dignità umana e la libertà. Oppure che la redistribuzione implica totalitarismo, e in questo modo modelli economici differenti diventano sinonimi di inciviltà e mancato rispetto dei diritti umani. 

E infine, si consegna allo Stato il potere di vigilare e assicurare la messa in pratica dei diritti umani dei propri cittadini, ma non si verifica a quali categoria di persone – se a tutte-  lo Stato guarda.

Non uno, ma più “sistemi” di diritti umani. Uomini, cittadini o popoli?

Dopo il 1948 sono avvenuti alcuni cambiamenti e sono state create in ogni continente carte, convenzioni, commissioni e tribunali dedicati alla tutela e promozione dei diritti umani. Spesso questi istituti sono sovrapposti tra loro o collaborano per lo stesso obiettivo. 

In Africa è attiva la Corte africana sui diritti degli umani e dei popoli  che monitora l’applicazione dellaAfrican Charter on Human and Peoples’ Rights (AfCHPR), conosciuta anche come carta di Banjul (1981). Essa parte dalla premessa che “libertà, giustizia, eguaglianza, dignità sono obiettivi essenziali per raggiungere le aspirazioni essenziali dei popoli africani”. La carta sottolinea anche l’importanza di sradicare ogni forma di colonialismo dal continente, insieme a “neocolonialismo, apartheid, sionismo e aggressione da parte di basi militari”.

Negli articoli si fa riferimento alla protezione della famiglia e di gruppi vulnerabili (art. 18), si stabilisce il diritto a disporre liberamente delle risorse naturali (art. 21) e qui si sottolinea come i popoli non debbano essere privati in alcun modo delle risorse. nello stesso articolo gli stati si impegnano 

altri punti significativi della carta sono la lista di doveri, da affiancare ai diritti. si tratta di diritti per gli stati aderenti, promuovere i diritti umani e garantire l’indipendenza delle corti.

Per quanto riguarda l’Asia, invece, esiste la dichiarazione dei diritti umani dell’ASEAN. Esiste anche una Carta araba dei diritti dell’uomo (1981), promossa dalla Lega araba 

Da non dimenticare, infine, la carta popoli indigeni (2007) che stabilisce l’autodeterminazione, il diritto a usare il territorio e a mantenere la propria cultura. Tra i presupposti di questa carta, la consapevolezza delle ingiustizie storiche subite dai popoli e l’espropriazione dei loro territori. 

In sostegno alla tesi del relativismo, si fa notare una differenza culturale di approccio tra le diverse carte: alcune usano il termine cittadini, altre il termine uomini, altre si rivolgono ai popoli.

Naturalmente, in ogni continente avvengono violazioni dei diritti umani, ma è importante sottolineare che esse sono opera dello Stato sui suoi cittadini e non accadono perchè manchi una coscienza su cosa siano le libertà fondamentali.

In conclusione, senza voler sminuire il valore della Dichiarazione universale dei diritti umani, occorre tenerne a mente il relativismo. Per essere universale davvero, una dichiarazione dovrebbe riconoscere ed accettare che esistono diversi modi di vivere. E ricordare che neanche il bisogno di affidare i valori sociali e culturali a delle leggi non è universale.

Fonti:

What is the Colonialism of Human Rights? | Human Rights centre blog (wordpress.com)

Middle East and North Africa – International Justice Resource Center (ijrcenter.org)

Asia – International Justice Resource Center (ijrcenter.org)

Renteln, Alison Dundes, International Human Rights: Universalism Versus Relativism 

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