LA DIASPORA CINESE

Le migrazioni di cittadini cinesi costituiscono uno dei più importanti flussi migratori, sia per consistenza numerica, sia per numero di paesi nei quali la loro presenza è ormai un elemento stabile: secondo stime recenti, infatti, i cinesi d’oltremare sono circa 40 milioni e risiedono in ogni continente.

Le origini storiche

La grande diaspora cinese ebbe inizio nel XIX secolo, in seguito alla Prima Guerra dell’Oppio (1840-1842). Fino a quel momento, ci furono solo due grandi eventi che segnarono delle svolte importanti per la storia dei flussi migratori cinesi. Il primo nel XVI secolo, quando arrivarono in Cina i missionari gesuiti e il secondo avvenne con l’occupazione da parte dei Paesi Bassi, per oltre 300 anni, dei territori corrispondenti all’attuale Indonesia.[1] Questi eventi facilitarono il passaggio delle migrazioni cinesi verso l’Europa. Monaci come Matteo Ricci (1552-1610) e Alessandro Valignano (1539-1606) riuscirono a convertire numerosi cinesi al gesuitismo attraverso il metodo dell’inculturazione, a far conoscere a questi ultimi “l’Occidente” e a renderli grandi appassionati di opere classiche e di cultura greca e latina. Oltre ai gesuiti, anche i coloni influenzarono in modo determinante le migrazioni: portarono molti cinesi, soprattutto del Guangdong e del Fujian, a trasferirsi nei territori occupati e, in particolar modo, nelle isole indonesiane di Giava e Sumatra. Una buona percentuale di cinesi che decise di migrare nel XVI secolo era costituita da letterati che contribuirono ampiamente allo sviluppo e all’innovazione dei Paesi ospitanti. 

Le tre fasi

Da quel momento in poi, possiamo suddividere la storia delle migrazioni cinesi in tre fasi: prima della fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, l’epoca di Mao e, infine, l’ultima fase che è iniziata nel 1978 con le riforme e l’apertura di Deng Xiaoping e perdura ancor’oggi.
La prima fase è stata caratterizzata soprattutto dal trasferimento di forza lavoro nelle colonie europee del Sudest asiatico, nell’America del Nord e in Australia. Con la stipula del Trattato di Nanchino nel 1842, l’Impero Cinese è stato costretto ad aprire al commercio cinque importanti porti (Canton, Fuzhou, Ningbo, Shanghai e Xiamen) e questi sono ben presto diventati dei bacini ad alto potenziale migratorio.

Negli anni successivi è stata legalizzata l’emigrazione e le prime aree di esodo della diaspora hanno iniziato a prendere forma e a strutturarsi. Il numero di migranti direttosi verso l’Europa fino ai primi anni del ‘900 fu molto esiguo ma, durante la Prima Guerra Mondiale, la situazione cambiò e la Francia reclutò circa 150.000 uomini e divenne una delle più importanti mete della diaspora.[2] Diverse migliaia di emigrati, nonostante l’obbligo di rientro in Cina, decisero di rimanere e diedero così vita alle prime catene migratorie in Europa, che si intensificarono negli anni successivi.

La seconda fase ha avuto inizio con la fondazione della RPC nel 1949: la Cina ha aderito al blocco comunista e ha interrotto le relazioni con la controparte occidentale entrando in una fase di isolamento in cui la volontà di emigrare era vista come una forma di alto tradimento verso il paese.[3]  La situazione è rimasta inalterata fino al 1978, anno in cui Deng Xiaoping ha aperto la Cina ai mercati internazionali e ha trasformato l’Impero di Mezzo da Paese sottosviluppato in seconda potenza economica globale.

Inoltre, ha rivitalizzato i flussi migratori e ha dato inizio ad una nuova fase completamente diversa rispetto alle precedenti. Prima del 1978, i migranti erano soprattutto di sesso maschile e la migrazione era vissuta solo come una fase temporanea. I migranti cinesi, infatti, inviavano alla madrepatria gran parte dei loro guadagni attraverso le rimesse, gli investimenti nel mercato immobiliare e le donazioni destinate ai servizi pubblici. Dagli anni ‘80, invece, chi è partito lo ha fatto con l’intenzione di insediarsi in modo definitivo all’estero e questo comportava il coinvolgimento dell’intera famiglia e investimenti sempre più importanti nel Paese ospitante.

L’importanza delle guanxi 

La scelta della destinazione finale è stata fortemente influenzata dai cosiddetti “networks migratori”, ossia reti di legami informali e interpersonali che mettono in relazione i potenziali migranti con gli immigrati dei vari paesi di destinazione. Le 关系 (gūanxi: relazioni) sono un caposaldo della società cinese: nella cultura confuciana, l’individuo non è mai considerato di per sé ma viene sempre visto come parte di una comunità con la quale costruisce una ragnatela densa di contatti fin dall’infanzia.[4] Entrare a far parte della gūanxi  di un cinese è come entrare a far parte di una famiglia allargata dentro la quale sono priorità assolute l’abnegazione alla “causa comune” e la condivisione dei beni immateriali e materiali.

I cinesi sentono di essere tutti “discendenti del dragone” e di condividere con la patria il medesimo destino; questo permette loro di superare i limiti dell’individualismo a favore di un sistema di mutuo aiuto e di una allocazione ottimale delle risorse a loro disposizione. Come si può notare dalla letteratura relativa alle migrazioni cinesi, questo sistema viene implementato e rafforzato dalla strategia migratoria applicata sulla base della straordinaria omogeneità dell’area di provenienza: ad esempio, il 60% dei migranti cinesi presenti in Thailandia arriva dalla provincia del Guangdong; il 75% di quelli che vivono nelle Filippine proviene dal Fujian e oltre l’80% di quelli che hanno residenza in Italia proviene dallo Zhejiang. Un’altra caratteristica saliente dei migranti cinesi è la loroorganizzazione economica comunitaria basata sulla famiglia-impresa.

Tra le famiglie cinesi domina il modello del lavoro autonomo e alla base della conduzione dell’impresa vi è il senso di attaccamento all’attività familiare e il forte bisogno di sviluppo economico. L’avvio di un’attività imprenditoriale è agevolato dal supporto economico offerto dal proprio network familiare ed etnico ma il suo successo e la sua penetrazione nel tessuto economico locale determina una maggiore chiusura da parte degli autoctoni e una minore integrazione sociale e culturale con il Paese ospitante.[5]

La Cina incontra l’Italia

Il primo incontro con l’Italia, i cinesi lo ebbero nel XVIII secolo quando un gruppo di missionari arrivò a Napoli; ma, il nostro Paese è diventato meta di specifici flussi migratori solo negli ultimi quaranta anni. La formazione delle prime comunità cinesi in Italia va inserita all’interno di un quadro più generale che ha interessato diversi paesi europei. I primi insediamenti sono nati come movimenti di seconda immigrazione che hanno coinvolto emigrati cinesi già residenti in Europa e, nello specifico, in Francia, in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi. La prima comunità cinese si è insediata in Italia negli anni venti ed era composta solo da un piccolo gruppo di circa 30 giovani imprenditori che vivevano a Milano, in quella area cittadina che oggi viene definita “Chinatown”. 

La presenza di cinesi in Italia è stata caratterizzata fino agli anni settanta da arrivi sporadici e occasionali che riguardavano soprattutto grandi città come Milano e Roma. Tra gli inizi degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, il numero di cinesi residenti nel Bel Paese è decuplicato passando da poco più di 2000 a oltre 20000 presenze. In quel decennio, la presenza di cinesi in Italia ha iniziato a prendere possesso di altre zone cittadine lungo tutto il territorio nazionale: un ampio numero di cinesi si è trasferito anche a Firenze, Bologna e Prato. Sebbene ancor oggi la comunità cinese presente a Milano sia la più numerosa, quella formatasi nel pratese rappresenta la comunità con il più alto numero di cinesi rispetto al totale degli autoctoni.

Secondo i dati Istat, la comunità cinese raffigura la quarta comunità straniera presente in Italia e i migranti di origine cinese che oggigiorno vivono regolarmente in Italia sono 290.681. La quasi totalità di essi proviene dallo Zhejiang, una delle province più ricche della Cina. L’immigrazione cinese in Italia si distingue per la capacità di occupare particolari nicchie del tessuto economico locale e di adattarsi in base alle richieste del mercato. I cinesi, che inizialmente hanno investito soprattutto nel settore della ristorazione e nella produzione della seta, con gli anni hanno diversificato ed espanso le loro attività sviluppando oltre 50.700 imprese individuali. 

Agli esordi, il proliferare di queste aziende non ha giovato al processo di integrazione delle comunità cinesi che sono state giudicate invasive e pericolose dalla comunità autoctona. Successivamente, rendendosi conto dei risvolti positivi che l’attivismo imprenditoriale cinese ha avuto sul PIL italiano e notando la capacità dei migranti cinesi di convivere pacificamente con la società locale, la comunità italiana ha instaurato  un ottimo rapporto con la comunità cinese. Inoltre, possiamo affermare che questo rapporto non solo perdura nel tempo ma èulteriormente favorito dalla nascita di una seconda generazione perfettamente inserita nel sistema economico e sociale italiano.


[1] Mazzei, F. & Volpi, V. (2014). Asia al centro. Milano: Università Bocconi Editore  

[2] Zhuang Guotu. (2011). 世界华侨华人数量和分布的历史变化. Shijie Lishi, Beijing 

[3] Li Minghuan. (2002). 欧洲华侨华人史. Zhongguo Huaqiao Chubanshe, Beijing

[4] Zhuang Guotu. (1999).关于华人文化的内涵与族群认同的关系. Nanyang Wenti Yanjiu, 3  

[5] Chen Lixu. (2007). 特殊信任、关系网络与浙商私营企业组织模式 . Journal of Business Economics, 12  

1 Comment

  1. Conosco Federica personalmente dai tempi dell’ università . Si era dimostrata promettente e ambiziosa verso se stessa da subito. Ad oggi non posso farle altro che i miei complimenti.

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