IL RITORNO DEL PKK SULL’AGENDA POLITICA DI ERBIL E BAGHDAD

Dopo anni di convivenza pacifica, il governo regionale del Kurdistan (KRG) ha iniziato a introdurre misure contro i membri del Partito dei Lavoratori Curdo (PKK) nascosti tra le loro montagne. Infatti, molti appartenenti al PKK hanno trovato asilo nel KRG, celandosi nel loro territorio montagnoso e godendo dell’indipendenza curda nello stato iracheno.

Recentemente, questo equilibrio, venutosi a creare involontariamente per il KRG, è stato messo a dura prova tanto da cercare d’indurre il PKK a ritirarsi dalle montagne e tornare in Turchia. Questo studio analizza i motivi che hanno portato il KRG a questa scelta e quali saranno le implicazioni domestiche (e forse regionali?) per un ritorno del PKK in Turchia.

  • KRG vs. PKK

A inizio ottobre il governo del KRG ha denunciato alcuni membri del PKK per aver ucciso un loro ufficiale al confine, e nel mese di novembre altri peshmerga nelle vicinanze di un viadotto petrolifero. Questi eventi, insieme all’intensificarsi degli attacchi da parte della Turchia e dell’Iran per smantellare i rifugi del PKK e i loro insediamenti, ha portato il KRG a negoziare una strategia con il governo centrale di Baghdad. I PKK sono presenti in Iraq da molti anni, credendo infatti di trovare asilo infinito nell’unico territorio autonomo curdo in Medio Oriente. Nonostante il KRG abbia inizialmente acconsentito a questa richiesta, la posizione del PKK in Iraq si è velocemente trasformata in problematica, dato che a causa della loro presenza si sono sviluppati innumerevoli problemi.

Il primo dei quali di matrice terroristica. Infatti, molti paesi (quasi tutti membri della NATO), considerano il PKK come un’organizzazione terroristica. Dunque, prestare asilo ai membri del PKK viene considerato come un aiuto al terrorismo, conseguentemente mettendo a repentaglio le alleanze che Erbil e Baghdad possano avere con i paesi NATO.

Un secondo problema, spesso considerato più come una causa, è la presenza stessa di membri del PKK in Iraq. Infatti, la Turchia – primo paese a riconoscere il PKK come terrorismo domestico -, ha dichiarato una vera e propria guerra contro i loro membri, indifferentemente da dove essi si collocano, violando così i diritti di sovranità territoriale di qualsiasi stato in cui si trovano. Da molti anni, la Turchia, alleata con l’Iran, interviene militarmente in Iraqsenza considerare la popolazione civile nel KRG o il diritto internazionale che rende i confini inviolabili.

Dunque, questo problema, oltre a essere una conseguenza alla presenza del PKK, ha portato l’Iraq a non avvelarsi della facoltà di legittima difesa per difendere la propria popolazione. Infine, un terzo problema può essere visto nella posizione guerriera dei membri del PKK in continuo conflitto contro lo stato turco, sentimento che la popolazione curda del KRG non ritiene propria e non crede di dover difendere. A tutti questi fattori sopracitati si può aggiungere un ultimo: la differenza culturale. La popolazione curda irachena condivide la stessa identità etnica di quella curda turca, iraniana e siriana, ma la cultura sociale no, infatti essa varia a secondo del territorio in cui la comunità curda è stanziata, e ciò ha creato negli anni una barriera tra i membri del PKK e i residenti del KRG.

  • E se il PKK tornasse in Turchia?

Rispondere a questa domanda non è semplice, come non è facile poter provare a chiarirla, ma questa analisi prova a identificare proprio le conseguenze di un’eventualità. 

I membri del PKK nascosti tra le montagne del KRG hanno reso note le loro intenzioni in modo molto chiaro rispetto alla presa di posizione di Erbil: non hanno nessuna intensione di lasciare il territorio in maniera pacifica – la morte dell’ufficiale curdo al confine, come anche dei peshmerga nelle vicinanze del viadotto ne sono esempio. Questo ha portato Erbil a dover negoziare una strategia con Baghdad, nonostante i rapporti tra le due capitali sia estremamente teso a causa di una nuova riforma finanziaria. Ad intensificare lo scontro Baghdad-Erbil vs. PKK, è anche l’uscita di un nuovo report che identifica la presenza di 37 strutture militari del PKK nelle montagne del KRG e l’annuncio di un inevitabile guerra se il KRG e Baghdad volessero sgomberarli. Per questo motivo, i due governi centrali hanno deciso di promuovere negoziati pacifici che possano mettere pressione al gruppo e portarlo ad allontanarsi volontariamente. 

A questa dinamica diretta da Erbil-Baghdad, si aggiunge però un ulteriore problema: la Turchia. Un eventuale ritorno dei membri del PKK in Turchia potrebbe causare numerosi scontri domestici che metterebbero a repentaglio anche la vita di molti curdi residenti in Turchia non affiliati al PKK, come accadde all’inizio degli anni ’90. Oltre ad una possibile guerra urbana, che sarebbe plausibile solo con una ritirata del PKK dal KRG, vi è anche l’eventualità che la Turchia blocchi le pressioni di Baghdad ed Erbil agendo direttamente nel territorio domestico iracheno, violando ulteriormente la loro sovranità territoriale e causando molteplici ripercussioni a livello di equilibri regionali. Dunque, non bisogna sottovalutare le sollecitazioni irachene contro il PKK, specialmente data la recente sconfitta dello Stato Islamico nel territorio del KRG, ma occorre esaminare le scelte di Baghdad ed Erbil ed analizzare correttamente gli eventi e le conseguenze. 

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