IL “CONTRO- PATTO” MIGRATORIO DEL SUD EUROPA: ITALIA E SPAGNA, APPOGGIATE DA MALTA E GRECIA, FRONTE COMUNE CONTRO BRUXELLES

Le perplessità sui reali cambiamenti proposti dalla Presidenza tedesca della Commissione Europea, portati sul tavolo di Bruxelles lo scorso 23 settembre, rischiano di far slittare la realizzabilità del nuovo Patto sull’Immigrazione e di Asilo europeo per via di malcontenti manifestati dall’Asse italo-spagnola tenutasi di recente in una bilaterale a Palma di Maiorca. 

A poco più di due mesi dalla presentazione del Pact on Migration and Asylum in Commissione Europea,  argomento cruciale che ritorna sempre in cima alle priorità nonostante la necessità di dover affrontare altre questioni politiche urgenti in questo anno particolare (Covid 19, Recovery fund, MFF), non mancano i disallinenamenti di governi che non credono che il cambiamento di rotta verso una maggiore solidarietà e responsabilità tra Paesi membri dell’ UE auspicato da Bruxelles sarà veramente effettivo ed efficace.

L’eco delle parole del tweet del premier italiano Conte “juntos somos una fuerza” è una chiara presa di posizione sulla determinazione con cui i Paesi del Mediterraneo, maggiormente esposti alla deriva migratoria, intendono affrontare la nuova linea proposta dall’ Esecutivo europeo, in tema di migrazione e asilo. 

Infatti,  è solo per via della posizione geografica che questi Paesi situati a Sud, nel cuore del bacino Mediterraneo,  si trovano ad affrontare le note “crisi migratorie” per le quali vorrebbero che ci fosse maggiore attenzione e (perche no?!) maggiore considerazione da parte dell’ intera Comunità Europea, per le problematiche che questi, insieme alle loro Istituzioni, affrontano in quanto Paesi di primo arrivo. Era così, infatti, che il Regolamento di Dublino, che il nuovo patto del 23 settembre intende modificare e sostituire, gestiva le sorti dei migranti: una diseguale- di fatto- ripartizione delle responsabilità dei Paesi che per primi ricevevano l’ondata di migranti.

Già nel nuovo blocco Sud -prima del contro patto-  si potevano intravedere debolezze all’interno dello stesso, probabilmente spaccato dal bisogno di quei governi di scaricare il “peso” dell’arrivo di nuovi migranti sulle più prossime spalle dei Paesi vicini. 

Si pensi, ad esempio, al we give you 30 minutes” con una pistola puntata alle tempie, in cui l’AFM (Armed forces of Malta) – il cui governo che anche se non presente alla bilaterale tra Spagna e Italia, insieme alla Grecia, non ha perso tempo a mostrare il proprio sostegno contro Bruxelles- respingeva una barca piena di migranti indirizzandola verso la vicina Sicilia, adducendo come scusa che l’isola maltese fosse integralmente contaminata dal virus Covid 19 e non avrebbe potuto accoglierli tutti. O, ancora, la strage a Moria, determinante per far riaccendere un rinnovato senso di urgenza della mancanza di una politica di asilo comune all’interno della Comunità. O, ancora, i tre lunghi anni di tensioni tra Italia e Spagna, quando al governo della prima il Ministro Salvini continuava a respingere l’arrivo delle navi, mentre la Spagna, invece, decideva di accoglierle. 

Adesso, sembra che, invece, vi sia stato un forte segnale di inversione nelle relazioni tra Italia e Spagna, intenti a mantenere una forte sintonia al fine di far pressione sull’ Europa in vista di rendere il nuovo patto migratorio più confacente alle esigenze di ogni governo. 

Infatti, per quanti sforzi l’Europa possa aver voluto perpetrare nel proporre questo nuovo Patto, i Paesi Meridionali temono, invece, che i Paesi centrali (il blocco Visegrad) non accenneranno a migliorare o alleviare la questione dell’accoglienza che i territori di primo sbarco affrontano quotidianamente. 

L’ intenzione dell’Esecutivo in fase di preparazione del nuovo documento migratorio, del resto, era di raggiungere un vero e proprio compromesso, ascoltando le ragioni di tutti e portando avanti delle “extensive consultations” in un “tour de capitales” europee con la speranza di raggiungere sia il consenso del Parlamento Europeo che di tutta la società civile. 

Infatti, le crisi scoppiate dapprima a Moria e – tra le ultime- alle Canarie invase da migranti provenienti dal Senegal, che sta fortemente preoccupando il governo Spagnolo, il quale è già corso ai ripari con accordi bilaterali per contenere il forte flusso nelle isole in questione,  si sono trasformati in problemi prioritari da affrontare “not because of Europe but because of the lack of Europe”, quindi a causa della “mancanza[d’azione politico- democratica comune] dell’Europa, come riconosciuto già il 23 settembre scorso dalla Vice presidente Schinas,  nei termini in cui essa non avrebbe ben predisposto tutti gli elementi necessari per una politica comune di asilo.

Tenuto conto, quindi, che la discussione sul patto doveva considerare le problematiche di tutti i governi e che l’errore fatto nel 2016, ossia la creazione di una struttura di solidarietà (dal punto di vista umanitario) da un lato, ma senza elementi di responsabilità in termini di confini e/o procedure di screening dall’altro, presenti- invece- sul nuovo Patto, sembra aver completato quel lavoro a metà del 2016.

Le critiche al Patto: la mancanza di una prospettiva globale.

In Commissione, il patto è stato presentato come una casa a tre piani (che altri hanno invece criticato non avere vere fondamenta) in cui la dimensione esterna (“an external dimension”), incentrata su forti partnership con i Paesi d’ origine e di transito dei migranti, irrobustendo( “robust management”) i confini esterni, ben si interseca con la dimensione interna (“firm but fair internal rules”) dell’Unione, garantista di una solidarietà ferma verso quegli Stati Membri sotto pressione. 

Tuttavia, anche questo, non pare sufficiente dal momento che il fenomeno migratorio dovrebbe essere inteso quale fenomeno globale, che richiederebbe, quindi, a sua volta, una risoluzione globale e un sistema di condivisione delle responsabilità, cosciente di dover consolidare la cooperazione internazionale tra Paesi, specialmente quelli di origine, transito e destinazione di rifugiati e migranti. 

In particolare, dal punto di vista prettamente tecnico esso [il nuovo Patto sulla migrazione europeo] mancherebbe di un chiaro riferimento al Global Compact on Refugees (GCR), che sposerebbe tra l‘altro l’idea che il Vice Presidente Schinas aveva già manifestato nel suo discorso di presentazione, relativamente al rafforzamento del “burden- and responsability sharing” tra Stati (al “terzo piano”) con nuove sfide, opportunità e modi per raggiungere gli obiettivi che le Ministeriali del Global Refugee Forum si ripropongono ogni quattro anni, supportate dalle Nazioni Unite. 

Infatti, una visione troppo “inward- oriented” concentrata, quindi , troppo e solo a livello europeo rischia di fallire nel riconoscere le implicazioni politiche della migrazione forzata a livello globale. Inoltre, in questo anno caratterizzato dai nuovi scenari che si sono andati delinenando per via della Pandemia da Covid 19 che, innegabilmente, ha già impattato- e continuerà a farlo- il fenomeno  migratorio e le politiche di asilo, non può ignorare le difficoltà di ogni Paese di ospitare, proteggere e gestire la presenza di migranti e rifugiati. Le già fragili infrastrutture sanitarie dedite alla cura della popolazione locale, lasciano, infatti, sempre più “solo” il rifugiato o il migrante. 

Inoltre, rifarsi alla Convenzione di Ginevra del 1951 quale sistema tradizionale di protezione del rifugiato, sembra ormai sempre più lontano, rispetto, invece,  al bisogno di una reale cooperazione tra gli Stati, che guarda ad una condivisione oltre che di responsabilità anche di politiche che possano trasformare la visione del “burden”, il fardello, dei rifugiati da, appunto, fardello umanitario ad un’opportunità economica e di sviluppo. Il tutto fatto, quindi, nell’ottica di una politica lungimirante e di lunga data di esternalizzazione dei costi e responsabilizzazione nella gestione dei confini esterni (la, appunto, “external dimension”). 

Del resto, tutti gli Stati Membri europei hanno approvato il GCR, a parte l’Ungheria, la quale insieme a Polonia e Slovacchia, sono quelle nazioni più conservatrici e anti- immigrazione per eccellenza,  per le quali vi è, pertanto, la maggiore probabilità per il nuovo patto di fallire, in virtù del fatto che esso consente agli Stati Membri di “opt out” ( tirarsi fuori) dal partecipare alla ricollocazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati all’interno dell’Unione offrendo, in cambio, la possibilità di fornire, invece, supporto finanziario e amministrativo agli altri Stati Membri.

Seri dubbi sono, quindi, stati espressi sulla fattibilità e realizzabilità di questa procedura e- non solo- anche delle altre, motivo per cui quasi immediata è stata la reazione di Spagna e Italia, in quanto fronte sud – più esposto ad essere abbandonato a se stesso- del Mediterraneo. 

“Still missing pieces of the puzzle for a comprehensive approach to migration”.

Vi è, di fatto, coscienza che non tutti i Paesi Membri vivono la migrazione allo stesso modo: l’Italia non la vive alla stessa maniera dell’Austria, così come la Germania non la vive alla stessa maniera della Spagna o della Grecia. Ognuno affronta sfide a modo proprio e in maniera unica. Nessuna è più legittima di un’altra e tutte meritano di essere riconosciute, conosciute e poi indirizzate alla risoluzione. 

Ora, i Paesi meridionali, come detto all’inizio, si sono uniti in un fronte comune al fine di esigere un meccanismo di solidarietà prevedibile e permanente e che garantisca il contributo di tutti gli Stati Membri. Italia e Spagna, nel documento del Contro patto migratorio, hanno denunciato quale “fictio juris” il fatto che la Commissione basi il suo Nuovo Patto sulla premessa che entreranno in UE solo quelle persone che abbiano diritto di asilo o che abbiano i documenti in regola, in quanto questi scenari si prospettano essere più irrealistici che altro. Il contro- patto è firmato, infatti, da quei Paesi che hanno maggiore esperienza di immigrazione irregolare via mare e per via terrestre, tale per cui vi è coscienza ed esperienza che queste nuove politiche europee possano non essere efficaci in concreto.  

Non solo, un approccio solo regionale del Nuovo Patto, senza percorsi, politiche e soluzioni globali che creino opportunità, vie prefenziali ed agevolate all’inserimento nei territori e nelle comunità europee di migranti, rifugiati o richiedenti asilo (largamente e squisitamente studiate, invece, nelle linee del GCR), rischia di bloccarsi al primo –e così sarà- ostacolo delle istituzioni e di tutte le organizzazioni che in prima linea, per vicinanza territoriale, accolgono queste persone. Si rischia di creare ingenti centri di vera e propria detenzione, in cui questi soggetti incattiviti o fortemente provati dalle condizioni di vita in cui sono costretti a vivere, trasformano ogni buona intenzione della Comunità europea di dividere o condividere il fardello migratorio tra Stati Membri in crisi umanitaria e sociale. 

Ah dimenticavo, è gia così. Ma allora che cosa cambierebbe? 

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