USA2020 – VINCITORI E VINTI

Joe Biden ha vinto. Certo, ma occorrono delle precisazioni. Quali democratici sono veramente vincitori? Il trumpismo è effettivamente sconfitto? All’indomani del voto, le questioni aperte per la democrazia americana sono ancora molte.

È certo nota la natura fortemente centrista e liberale della gran parte degli elettori e degli esponenti dei Democratici. Tuttavia, a partire dall’exploit della campagna di Bernie Sanders nel 2016, è emersa una spaccatura identitaria netta all’interno del partito. A partire da A future to believe in, passando per Our Revolution, fino al più recente Brand New Congress, un numero sempre maggiore di americani ha trovato una nuova casa politica nei vari movimenti progressisti.

Questi i principali punti programmatici dell’agenda progressista: Medicare for all (un sistema sanitario nazionale), Green New Deal, l’innalzamento della tassazione per i “super ricchi”, l’istituzione di un salario minimo di 15 dollari l’ora, la regolamentazione dei mercati finanziari secondo il modello della MMT e attraverso la reviviscenza del Glass-Steagall Act del 1933, l’implementazione di un’istruzione universitaria gratuita, la riforma del sistema di finanziamento ai partiti (escludendo grandi finanziatori e introducendo una sorta di finanziamento pubblico), e un convinto pacifismo in politica estera. 

Biden non è un progressista. Il presidente eletto fa parte dell’establishment del partito democratico, neoliberale, centrista, moderato. Fa parte di quello stesso establishment che fece fuori Sanders alle primarie del 2016 (chissà a quelle del 2020). Le posizioni dell’ex-vicepresidente rispetto alle istanze progressiste sono prevalentemente compromissorie, distanti da quelle dei “radicali”, e obbligate dalle nuove spinte dell’opinione pubblica e dai più recenti movimenti d’interesse, ambientalisti o egualitari che siano. In questo contesto, un’eventuale maggioranza repubblicana al Senato, che è in bilico, potrebbe paradossalmente aiutare Biden ad evitare nomine scomode come quella di Sanders o della Warren.

Da un lato un’ala progressista del partito in forte crescita che domanda una rottura col passato, dall’altra un’ala più tradizionale che vede in Biden il presidente perfetto per il ritorno alla normalità, al lavoro bipartisan che ha sempre contraddistinto la cultura e la prassi politica americana. Riuscirà Biden ad essere una figura sincretica rispetto alle due anime del partito? Sembra molto difficile. E la VP Harris, che già “ha fatto la storia”, quanto potrà essergli d’aiuto? In effetti quella di Kamala è una bella storia, ma nemmeno la sua è una storia progressista

Se da una parte i democratici hanno di fronte 4 anni quantomeno complessi, dall’altra i Repubblicani, pur sconfitti, hanno qualche certezza in più. Donald Trump ha perso e molto probabilmente non ribalterà il risultato per vie legali. Tuttavia, ha giustamente detto il politologo Edward Luttwack: “il trumpismo ha vinto”Trump ha ricevuto più voti nel 2020 che nel 2016. Quattro anni fa Trump era l’underdog, raccolse il cosiddetto “voto di protesta”, un voto di sfida, quasi alla cieca (Trump non aveva ancora mai ricoperto alcun incarico politico). Stavolta è un voto diverso: cosciente, consapevole del personaggio, dello stile e dei temi. La pandemia Covid-19 ha certamente influito sul risultato delle elezioni, penalizzando una gestione non certo irreprensibile di Trump.

Chissà come sarebbe andata altrimenti. I repubblicani ripartono però con la consapevolezza che i nodi economici, sociali e politici toccati da Trump erano quelli giusti, l’elettorato di riferimento dei repubblicani non ha abbandonato il partito e si è anzi arricchito, con un incremento di voti da parte della comunità afroamericana e tra gli ispanici. Conferma questo trend anche il voto di Camera e Senato, dove i democratici non hanno ottenuto una netta vittoria come ci si aspettava. Trump ha contribuito, in maniera forse scomposta, ad aggiornare l’agenda politica repubblicana. Questa non necessitava certo di uno stravolgimento ma, dopo anni di avvizzimento punito dalla “giovinezza” di Obama, servivano delle prese di posizione nette attorno ai nuovi cleavages sociali, economici e politici. I repubblicani avranno modo e tempo per recuperare i modi e la prassi tradizionale del partito, prendendo le distanze dalle maniere eccentriche di Trump ma mantenendone le posizioni politiche, dando inizio a un processo di maturazione e normalizzazione del trumpismo. 

Detto questo su democratici e repubblicani, la grande sconfitta alle elezioni del 2020 è la stessa democrazia americana. È un’affermazione ossimorica ma piena di significato. Quello elettorale è senza dubbio il momento cruciale, emblematico per una democrazia. Le elezioni permettono l’avvicendamento dei governanti, determinato dalla scelta dei governati. È questa anche la definizione minima di democrazia che ci regala Schumpeter[1] e, proprio per questo motivo, è da considerarsi una sconfitta la sola (concreta) possibilità che le elezioni finiscano una volta per tutte solamente di fronte alla Corte Suprema, e non con le tradizionali congratulazioni del candidato sconfitto alle urne. Il presidente degli Stati Uniti d’America, la nazione che per eccellenza rappresenta la democrazia nel mondo, dichiara più volte che il paese da lui stesso governato non riesce a garantire un’elezione regolare. In molti gli credono. Ed il problema vero, la vera crisi, si trova proprio nella società civile americana. Per un political regime che si basa su elezioni libere, pluralistiche, segrete e riconosciute a tutti i cittadini in ugual misura, la perdita di fiducia rispetto ai risultati delle urne è preoccupante.

L’ala progressista e socialdemocratica del partito democratico spinge per un ripensamento delle tradizionali ricette economiche liberiste, i repubblicani sono preoccupati dai mutamenti demografici cui l’America sta andando incontro, il moderato centro dei “vecchi democratici” fatica a prendere posizioni nette se non quella, appunto, della costante moderazione. La società civile è però assai meno moderata, tutt’altro, procede polarizzandosi secondo un trend comune a quasi tutto l’occidente. Si divide sulla questione climatica, su quella economica, su quella sanitaria e in ultimo su quella identitaria. 

Tanto il trumpismo quanto il relativo successo dei progressisti sono sintomatici di un’erosione dell’omogenea cultura politica degli americani; il sistema bipartitico fatica a garantire un’equilibrata rappresentanza dei diversi interessi e il rischio di uno “stallo governativo” è concreto. In questo difficile contesto non ci si può permettere incertezza sull’esito delle elezioni. La Corte Suprema (o quelle statali) potrà sciogliere i dubbi legali sull’esito, ma le incertezze latiteranno tra i cittadini, minando la legittimità della presidenza Biden e allontanandoli dalle istituzioni democratiche, dai media e dalla vita politica. In questo caso nessuno vince.


[1] Schumpeter, J. (1942), Capitalism, socialism and democracy, Harper & Brothers, United States

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