MARADONA E STATI UNITI: AMICI MAI

La vita di Diego Armando Maradona, la quintessenza della bellezza del calcio, il campione che ha fatto sognare e innamorare generazioni di tifosi, va oltre la leggenda. Da sole, le sue gesta sul rettangolo verde non riuscirebbero a rendere conto della grandezza di un personaggio che in vita ha preso posizioni politiche molto nette, tanto da apparire come un vero e proprio leader dei popoli di cui faceva proprie le battaglie. E oggi, insieme ai tifosi del calcio, sono i popoli che da lui si sentivano rappresentati a versare le lacrime più dolorose. In particolare, il campione argentino si è opposto strenuamente ed in tutte le sedi pubbliche alla politica estera- da lui definita “imperialista”- degli Stati Uniti, il Paese da cui fu bandito nel 1994, quando alla fine della seconda partita del suo Mondiale venne trovato positivo all’efedrina, una sostanza dopante. Era il punto di non ritorno di un sentimento antistatunitense che El Pibe de Oro coltivava da sempre. Partiamo da qui.

Una stella cadente a USA 94. Malgrado le condizioni fisiche non ottimali, Maradona non vuole mancare all’appuntamento del 1994 negli Stati Uniti. Tuttavia, il Mondiale del leader della Nazionale argentina durerà appena 180 minuti: al termine del match contro la Nigeria, Maradona viene sorteggiato per effettuare un test antidoping ed esce dal campo con una infermiera. Trovato positivo all’efedrina, sarà squalificato dalla competizione e gli sarà addirittura vietato l’ingresso negli Stati Uniti; ma soprattutto non vestirà più la maglia albiceleste. Da quella vicenda, la contrapposizione tra gli Stati Uniti e Maradona si fece più aspra: l’argentino accusava la FIFA e le autorità statunitensi di “complotto contro la sua persona” e, come riferì a Gianni Minà, riteneva assurdo che “nel Paese della democrazia e della libertà di espressione” non gli avessero dato occasione di parlare e difendersi. Ma i sentimenti antistatunitensi del “Che Guevara del calcio” (come lo stesso Maradona si definì nella sua autobiografia) avevano radici lontane.

Da BBC

Cuba e i socialisti sudamericani: l’amicizia con i nemici del nemico statunitense. Nel 1987, anno successivo alla vittoria del Mondiale in Messico, Maradona incontrò per la prima volta il leader maximo di Cuba, Fidel Castro. I due instaurarono un’autentica amicizia personale. I punti di contatto erano le convinzioni politiche socialiste, la lotta alla povertà e l’avversione verso l’imperialismo statunitense. Tatuaggio del volto di Che Guevara sulla spalla e di quello di Fidel Castro sulla prodigiosa gamba sinistra: il socialismo cubano scorreva nelle vene del campione argentino e trasudava anche dalla sua pelle. Cuba rappresentò, altresì, un porto sicuro per Maradona. Tra il 2000 e il 2004, e a seguito del rifiuto di vari ospedali nel mondo, il Governo cubano accolse l’argentino e mise a disposizione i suoi medici per curarlo dalla tossicodipendenza.

La devozione di Maradona verso Castro era incommensurabile, tanto che lo considerò, per utilizzare le sue parole, come “un secondo padre”. Negli anni, l’argentino ebbe modo di sviluppare una profonda amicizia anche con gli altri esponenti del socialismo sudamericano. Prima il Presidente venezuelano Hugo Chavez, di cui Maradona raccontò: “Mi aspettavo di incontrare un grande uomo e invece trovai un gigante”; poi il suo successore Nicolas Maduro e l’ex Presidente boliviano Evo Morales, decaduto recentemente dalla sua carica ed espulso dalla vita politica del suo Paese. Il campione argentino prese immediatamente le sue difese, definendo la defenestrazione di Morales “un colpo di Stato orchestrato ai danni di una brava persona che aveva sempre lavorato per i più umili”. I responsabili, secondo l’argentino e i sostenitori di Morales, erano gli stessi Stati Uniti che da anni contrastavano lo sviluppo del socialismo in Sudamerica.

Ma la battaglia ideologica di Maradona contro gli USA non si esaurisce nei confini del suo continente. Egli criticò pubblicamente l’embargo contro la Libia perché “faceva impoverire il popolo libico”; supportò la causa palestinese e prese parte a manifestazioni di proteste contro l’intervento anglo-americano in Iraq nel 2003, arrivando persino a definire l’allora Presidente Bush come una “immondizia umana”. L’ultima scintilla con un Presidente statunitense risale al 2018, quando a Maradona venne negato il visto per recarsi nel Paese a seguito di un’intervista in cui definiva Donald Trump un chirolita(un burattino).

Da Tera Deportes

Più che un calciatore. Un uomo, leader del popolo, a tratti agitatore politico come Maradona non esitò mai a identificare gli Stati Uniti come il male assoluto. “Odio tutto ciò che viene dagli Stati Uniti. Lo odio con tutta la mia forza”, dichiarò. La vicinanza ai leader socialisti e la simpatia per quelli notoriamente antistatunitensi come Gheddafi, Putin e Lukashenko erano l’effetto, e non la causa, dei valori e della solitudine del numero uno del calcio: abbandonato, rinnegato ed emarginato dai potenti del mondo. Eppure, idealmente Maradona non è mai stato isolato. Difficilmente rimane solo chi crea felicità, ambizioni, speranza, voglia di rivalsa- ed in generale emozioni forti- in migliaia, se non milioni, di persone di diverse generazioni. ETERNO.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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