USA-ISRAELE-IRAN: TRA IL NUCLEARE E UN CRESCENDO DI TENSIONI

Si presume che Israele e gli Stati Uniti siano coinvolti nell’assassinio dello scienziato iraniano alla guida del programma nucleare. Ciò rischia di rendere sempre più lontano il potenziale allentamento delle tensioni tra Usa e Iran e ancor più instabile lo scenario mediorientale. 

Lo scorso 27 novembre è stato ucciso Fakhrizadeh-Mahabadi, scienziato iraniano alla guida del programma nucleare della Repubblica, responsabile del Centro di ricerca di fisica iraniano (Phrc) e ufficiale delle Guardie della Rivoluzione iraniana. L’evento riprende, per modalità e natura della personalità colpita, episodi del recente passato iraniano. Tra il 2010 e il 2012, infatti, altri quattro scienziati iraniani sono stati assassinati seguendo iter più o meno simile: Masoud Alimohammadi, Majid Shariari, Dariush Rezaeinejad e Mostafa Ahmadi Roshan. 

I responsabili dell’assassinio sono, al momento, sconosciuti; tuttavia, diversi elementi lasciano presagire un coinvolgimento israeliano. In primo luogo, le accuse mosse da Netanyahu, secondo cui Fakhrizadeh era a capo di un programma per lo sviluppo di armi atomiche – denominato Amad   con scopi bellici, e per questo tenuto nascosto. Lascia, inoltre, riflettere, l’affermazione, risalente al 2018, “Non dimenticate questo nome” del Primo ministro israeliano, in riferimento allo scienziato Fakhrizadeh, durante una trasmissione televisiva. Pare, inoltre, che secondo fonti israeliane, lo scienziato fosse uno degli obiettivi del Mossad, l’agenzia di intelligence del Paese. 

Se alla luce di questi fattori il coinvolgimento israeliano sembra plausibile, resta da comprendere il ruolo degli Stati Uniti. Seppure non direttamente coinvolti nell’organizzazione dell’attacco, si presume quanto meno che gli Usa fossero stati messi al corrente in anticipo dell’operazione. Da non sottovalutare è, in primo luogo, la stretta alleanza tra i due Paesi e l’usuale condivisione di informazioni. In secondo luogo, acquisisce fondamentale importanza un incontro, negato dalle stesse personalità coinvolte, avvenuto la scorsa settimana a Neom, in Arabia Saudita, tra l’erede al trono Bin Salman, il Primo ministro israeliano Netanyahu, il segretario di stato statunitense Mike Pompeo e il capo del Mossad Yossi Cohen

Ad ogni modo, si presume che alla base dell’assassinio ci sia il tentativo di bloccare lo sviluppo del programma sul nucleare iraniano. Nonostante la fiducia del popolo iraniano nelle amministrazioni americane sia ai minimi storici, dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal Jcpoa e la politica di massima pressione, Biden ha annunciato più volte di voler riprendere le trattative sul nucleare. Si presume, dunque, che il recente assassinio sia un tentativo per ostacolare tale obiettivo – come dimostrerebbe la possibilità paventata da Trump di bombardare la centrale nucleare atomica di Natanz.

L’episodio si considera, dunque, un tentativo per ostacolare potenziali miglioramenti nelle relazioni tra Washington e Teheran e rendere ancor più instabili gli equilibri della regione ostacolando, inoltre, l’ascesa iraniana.

Ad ogni modo, seppure l’assassinio sarà vendicato, come dichiarato dall’ayatollah Ali Khamenei e dal presidente iraniano Rouhani, si presume che Teheran programmerà con attenzione la prossima mossa, consapevole della fragilità dell’apparato di sicurezza della Repubblica, da un lato, e conscio che un clima teso e instabile non gioverebbe ai propri interessi geopolitici, dall’altro. Attaccare apertamente soggetti statunitensi e/o israeliani nella regione, infatti, non farebbe altro che favorire Netanyahu e Trump ostacolando un allentamento delle tensioni Iran-Usa, la ripresa delle trattative sul nucleare e la fine della politica di massima pressione statunitense (che potrebbe finalmente garantire un margine di respiro per il settore economico iraniano, orami stremato).

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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