“LA REALPOLITIK ISRAELIANA NEL NAGORNO-KARABAKH”

Un conflitto complesso, apparentemente circoscritto ad una piccola regione caucasica, vede in realtà il coinvolgimento esterno di numerose e influenti potenze internazionali. In particolare, questa analisi prenderà in esame la posizione assunta dallo Stato di Israele nei confronti dei due stati belligeranti e le ragioni alla base di tale posizione.  

Israele come attore esterno nel Nagorno-Karabakh

Quella del Nagorno-Karabakh è una questione tanto discussa e sviscerata quanto spinosa, non solo per i due stati protagonisti che vi si trovano impantanati da almeno tre decadi, Azerbaijan e Armenia, o per l’entità del conflitto “in sé”, ma anche – e forse soprattutto – per la tensione geopolitica che quest’ultimo ha generato tra le varie potenze della regione e non solo. Vari attori si sono così ritrovati in un complesso intreccio di interessi strategici nazionali, questioni di sicurezza dei confini, equilibri diplomatici, rivendicazioni di storici antagonismi, priorità economiche, legami etnico-religiosi e così via. Sebbene, infatti, il coinvolgimento esterno di potenze da sempre implicate nelle dinamiche caucasiche, come la Turchia e la Russia, si dimostrò minimo durante e dopo gli scontri tra Azerbaijan e Armenia dal 1992 al 1994 – ma che deflagrarono già alla fine degli anni ’80 come ennesima conseguenza della dissoluzione dell’Unione Sovietica – i recenti sviluppi nella regione del Nagorno-Karabakh hanno visto un interessamento sempre più urgente, sia da un punto di vista mediatico a livello internazionale, sia da un punto di vista più pragmatico da parte delle potenze esterne direttamente o indirettamente coinvolte.

 La presente analisi non vuole proporsi di indagare le origini, cause e dinamiche interne al conflitto, ma si prefigge piuttosto di approfondire il ruolo giocato all’interno di questo specifico teatro da un attore esterno, silenziosamente coinvolto: Israele. Nonostante lo Stato di Israele continui a dichiararsi neutrale rispetto alla questione del Nagorno-Karabakh, è semplicemente la realtà dei fatti e gli interessi che guidano le azioni del governo israeliano a determinare la parte da cui Israele ha discretamente deciso di pendere, ovvero l’Azerbaijan. A questo punto, non resta quindi che tentare di analizzare quali siano tali interessi egoistici e strategici che muovono i fili della condotta israeliana in merito alla questione del Nagorno-Karabakh e alla gestione dei rapporti diplomatici con Azerbaijan e Armenia.

Una longeva “amicizia dell’utile”

Sono principalmente tre le ragioni per cui la Repubblica dell’Azerbaijan rappresenta un prezioso alleato strategico per Israele. Innanzitutto, la sua posizione geografica: confinante per 756 km con l’acerrimo nemico Iran, l’Azerbaijan si rivela essere una fondamentale “base strategica” da cui poter osservare ed eventualmente scoraggiare una qualsiasi azione da parte della Repubblica Islamica. Nonostante l’Azerbaijan si caratterizzi per essere un paese a maggioranza musulmana sciita – fattore chiave che potrebbe far pensare a un allineamento politico quasi naturale con l’Iran – questo legame diplomatico e strategico – ma anche economico, come vedremo – permette allo stato di Israele di lanciare un doppio messaggio al mondo arabo: non solo esso gli permette di portare avanti una sorta di politica di deterrenza nei confronti della Repubblica Islamica, ma tale legame conferma che Medinat Yisra’el può stringere e coltivare solide relazioni con Paesi a maggioranza musulmana, ciò che gli permette di costruire, tassello dopo tassello, una propria linea strategica nella regione, nonostante le grandi instabilità interne e la sempre più pressante acrimonia internazionale che la caratterizza ormai da decenni.

In secondo luogo, i due stati sono partner strategici ormai da anni nel settore dell’energia: la domanda di petrolio israeliana, infatti, è soddisfatta per circa il 40% direttamente dalle importazioni azere. Avendo stretto dal 2016 una collaborazione anche nel campo della fornitura di gas, risulta evidente come questa “amicizia” non si basi meramente su questioni diplomatiche o strategie in funzione anti-Iran, ma si sia rafforzata in gran parte grazie a un reciproco interesse economico.

Tale assunto di stampo più pragmatico è ben corroborato dal terzo e ultimo motivo per il quale Israele considera l’Azerbaijan un fondamentale alleato nel Caucaso: la Repubblica azera rappresenta attualmente uno dei suoi principali acquirenti di armi. Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma IIRPS, Baku importa circa il 60% delle proprie armi da Tel-Aviv – tra le quali anche il drone IAI Harop e le munizioni a grappolo M095 DPICM. Ritornando alla particolarità del confitto del Nagorno-Karabakh, si nota come tale massiccio commercio di armi tra i due Paesi faccia emergere ancor più chiaramente la vera entità della capacità di Israele di influenzarne le sorti – e non solo per quanto riguarda i recenti sviluppi.

Sebbene il governo azero sia stato accusato di aver utilizzato suddette armi di precisione contro i civili della regione del Nagorno-Karabakh, lo stesso Presidente Reuven Rivlin ha affermato con determinazione che la cooperazione tra i due stati non è pensata né rivolta contro terzi, lasciando intendere che vendere qualsiasi tipo di arma ai propri partner azeri non presupponga l’essere a conoscenza né tantomeno l’incoraggiare il loro uso contro la popolazione civile. Ad ogni modo, né Tel-Aviv né Baku negano il loro vincolo strategico, e con l’accentuarsi delle ostilità di luglio e poi settembre 2020, il volume della vendita di armi israeliane alla Repubblica dell’Azerbaijan è addirittura aumentato.

Il filo rosso di una memoria storica comune 

E per quanto riguarda l’Armenia? Finora, in effetti, non ci si è domandati quali siano le attuali relazioni politico-diplomatiche tra Israele e l’altra mano di questo sfiancante braccio di ferro. Riallacciandoci alla questione delle armi affrontata sopra, è opportuno intanto sottolineare il fatto che, proprio in seguito alla dirompente ripresa delle ostilità e all’aumento delle quantità di armi fornite da Israele al nemico Azerbaijan, l’ambasciatore armeno in Israele è stato richiamato in patria, in un forte segno di contestazione – importante, la Repubblica armena aveva finalmente deciso di superare il rifiuto da parte di Israele di riconoscere il genocidio armeno, aprendo così per la prima volta una propria ambasciata in Israele proprio lo scorso settembre, pochi giorni prima dell’inizio degli scontri nel Nagorno-Karabakh.

Da un punto di vista strategico, l’Armenia non rappresenta per Israele un alleato chiave tanto importante quanto Baku, ma non per questo è lecito affermare che i due Paesi non abbiano nessun tipo di legame. Le popolazioni di questi due stati si assomigliano sotto diversi aspetti: entrambi, infatti, hanno reclamato la propria sovranità e autodeterminazione su un certo territorio dopo secoli di persecuzioni, e sono adesso due democrazie in crescita – nonostante l’evidente superiorità economica e il peso politico di Israele sullo scacchiere internazionale – ma che nel XX secolo sono state vittime di terribili genocidi. Tuttavia, queste apparenti similitudini nelle narrazioni storiche dei due Paesi non hanno contribuito all’allineamento politico-diplomatico dei due, piuttosto sono state origine di dispute. Israele, infatti, ha sempre dichiarato di riconoscere soltanto come “omicidio di massa” l’uccisone sistematica di ben 1,5 milioni di armeni perpetrata dall’Impero Ottomano nel 1915.

Com’è possibile intuire, tale questione è stata per anni alla base dei rapporti piuttosto tesi tra Tel-Aviv e Yerevan, sin dal riconoscimento reciproco avvenuto nel 1991. La ferma decisione di Israele di non riconoscere il genocidio armeno aveva le proprie radici nell’allora vivo timore di una possibile offesa alla Turchia, con conseguente possibile ritorsione di quest’ultima contro uno stato israeliano non ancora affermato come oggi. La situazione sembrava però essere mutata di recente, dal momento che la Turchia non rappresenta più uno dei primi nomi sulla lista dei nemici di Israele. Da qui il riavvicinamento diplomatico tra i due stati con la visita in Israele del Presidente armeno Sarkissian e la successiva apertura dell’ambasciata.  Ad ogni modo, com’è noto, le cose hanno poi preso rapidamente un’altra piega. È interessante notare come anche un altro attore, in seguito allo scoppio delle ostilità, abbia fatto nuovamente riferimento alla nozione di genocidio, e non in chiave di vicinanza e solidarietà al popolo ebraico, ma proprio in opposizione al governo di Tel-Aviv.

Arayik Harutyunyan, leader armeno di fatto della Repubblica di Artsakh, ovvero del Nagorno-Karabakh, ha attaccato Israele facendo leva proprio sul fatto che quest’ultimo si stia rivelando un complice fondamentale degli azeri nell’uccisione di civili innocenti, attraverso la vendita di sofisticate armi di precisione: “le autorità israeliane, nonostante siano sopravvissute a un genocidio, sono ora corresponsabili di questo genocidio”. Come visto precedentemente, gli interessi israeliani in Azerbaijan non sono determinati soltanto dal commercio di armi, ma sono anzi costituiti da una fitta rete di riflessioni strategiche e di sicurezza nazionale che spesso e volentieri coinvolgono anche stati terzi – come l’Iran, la Turchia o la Russia. Ed è vero anche che, per il momento, ciò che sta avvenendo nel Nagorno-Karabakh non può essere considerato un caso di genocidio. Tuttavia, un’accusa di questo tipo sarebbe stata troppo rischiosa sa controbattere per Israele.

Una strategia basata sugli assunti del realismo  

In conclusione, possiamo provare a domandarci – e, sulla base di quanto analizzato, tentare anche di darci una risposta – quale parte Israele deciderà di sostenere in futuro, semmai nuovi scontri dovessero risorgere nel Nagorno-Karabakh, nonostante il recente “cessate il fuoco” del 9 novembre scorso. Malgrado il forte legame che connette la memoria storica del popolo ebraico con quella degli armeni, e malgrado l’evidenza di una maggioranza ebraica simpatizzante con la causa armena – basti pensare alla bellezza e peculiarità del quartiere armeno di Gerusalemme, da anni dimora di una delle comunità armene più antiche della storia – il governo israeliano non ha mai concesso che tali analogie storiche e sentimentalismi si realizzassero poi in una linea strategica concreta. La realtà, infatti, è quella che vede un Paese “ebraico e democratico” immerso in un contesto geopolitico costellato da avversari appartenenti al mondo arabo, e per questo costantemente mosso dalla necessità di seguire le logiche della realpolitik, coltivando relazioni quanto mai solide e durature, ma soprattutto strategiche, che gli permettano di perseguire i propri egoistici interessi nazionali. Anche in un teatro particolare come quello del Nagorno-Karabakh, quindi, Israele tenderà sempre a parteggiare per l’Azerbaijan, essendo questo un partner strategico per le proprie mire regionali, probabilmente tentando allo stesso tempo di mantenere relazioni il più possibile distese anche con l’Armenia.

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