I BALCANI E IL TERRORISMO JIHADISTA: UNA MINACCIA INTRINSECA O UN PROBLEMA RISOLVIBILE?

Gli attentati che hanno recentemente colpito la Francia e l’Austria hanno riportato all’attenzione generale la paura del terrorismo jihadista internazionale; una paura che negli ultimi anni era – invece – via via scemata: il sedicente Stato islamico, infatti, tra il 2018 e il 2019 ha dovuto affrontare una lunga serie di perdite nelle sue fila – non per ultima la morte del suo leader, il califfo Abu Bakr al-Baghdadi, alla fine dello scorso anno –, che parevano averne compromesso in parte la capacità d’azione, portando il gruppo a realizzare sempre meno attacchi al di fuori di Siria e Iraq. Tuttavia, il compimento di nuovi attentati in territorio europeo ha chiaramente mostrato che – in primis – Daesh è vivo e mantiene (quasi) del tutto intatto il suo fascino attrattivo; inoltre, che tale richiamo è ancora oggi forte nei Balcani.

Jihadismo e Balcani: la culla del terrorismo islamico in Europa?

La penisola balcanica – in particolar modo, l’area occidentale – continua a dover fronteggiare la diffusione e l’infiltrazione dell’Islam wahhabita più radicale, ivi comprese le sue derive terroristiche. Sebbene alcuni gruppi di matrice islamica si fossero già diffusi durante le guerre nazionali degli anni Novanta (soprattutto, nella guerra in Bosnia), l’espansione del proselitismo online di Daesh ha acuito le criticità, al punto che oggi l’area è il territorio con il più alto numero di foreign fighters di ritorno di tutta Europa.

Secondo i dati presenti nei report della Commissione Europea inerenti alla diffusione e al contrasto del terrorismo nei Balcani, dal 2012 ad oggi, migliaia di persone sono partite per andare in Siria a combattere sotto il vessillo nero del sedicente Stato islamico. Di questi, due terzi sono uomini, seguiti poi da percentuali più ridotte – ma pur sempre consistenti – di donne e bambini. La quantità di minori è, tuttavia, aumentata nel corso degli anni, anche in seguito alle numerose nascite di figli in seno alle famiglie dei miliziani dell’ISIS.

Nonostante la maggior parte dei combattenti sia deceduta negli scontri o abbia già provato a far ritorno in patria, si ritiene che siano ancora bloccati in Siria centinaia di cittadini di nazionalità balcanica, tra cui: 260bosniaci, 102 kosovari e 81 albanesi. Un numero ancora troppo elevato, che pone all’attenzione dei Paesi d’origine nuove sfide: prima fra tutte, se e quando accordare il loro rientro e in quali condizioni agire perché avvenga in totale sicurezza; secondo, come procedere contro di loro; infine, come agire per evitare che questa situazione si riproponga in futuro.

Le politiche di contrasto al terrorismo

Per contrastare il fenomeno, nel corso degli anni, i Balcani occidentali hanno cercato di porre rimedio al forte e diffuso radicalismo nei loro territori, promulgando una serie di leggi volte a contrastare il proselitismo, così come l’associazione con gruppi terroristici. Tuttavia, se buoni progressi continuano ad essere registrati in Albania, che nel gennaio di quest’anno ha promulgato un pacchetto speciale di misure temporanee (KÇK) – quali il sequestro e la confisca di beni, o la limitazione degli spostamenti e delle attività economiche dei sospettati – per contrastare il terrorismo, e in Montenegro, che si è per lo più allineato agli standard europei e ha adottato a febbraio una strategia per la soppressione dell’estremismo violento; lo stesso non può essere detto della Bosnia Erzegovina, che ancora oggi non coopera né con Europol né con Eurojust e che risulta allineata agli standard europei di lotta al terrorismo solo in minima parte.

D’altra parte, Serbia e Kosovo hanno implementato alcune misure nella lotta al terrorismo, ma entrambe presentano delle criticità: Belgrado non ha, infatti, stabilito alcuno dei punti previsti del Piano di azione comune contro il terrorismo nel Balcani Occidentali, mentre Pristina ha adottato misure non del tutto sufficienti, seppur alcune di queste siano rivolte ai progetti di de-radicalizzazione e reinserimento. La Macedonia del Nord, invece, ha registrato miglioramenti consistenti nella lotta al terrorismo già a partire dal 2014, arrivando a creare all’interno del suo Ministero degli Interni un settore ad hoc per le investigazioni criminali legate al terrorismo, all’estremismo violento e alla radicalizzazione. Tali misure, tuttavia, risultano ancora insufficienti nel fronteggiare adeguatamente l’incessante campagna di proselitismo online portato avanti dall’ISIS.

La minaccia del radicalismo online: l’esponenziale aumento durante la pandemia

Fin dai suoi albori, Daesh ha fatto dell’impiego di Internet e della propaganda online uno dei propri punti di forza: dalle campagne video trasmesse su YouTube ai videogiochi di guerra modificati disponibili nel dark web, dal giornale online Dabiqall’istituzione di centri appositi per la realizzazione e la distribuzione di supporti alla propaganda, – quali l’al-Furqan Institute for Media Production, l’al-Hayat Media Center e l’Anjad Media Fundation -, il sedicente Stato Islamico ha mostrato quasi fin da subito una conoscenza e una capacità di utilizzo di Internet superiore a numerose compagnie addette al social media marketing. Non solo, a differenza di molti altri gruppi terroristici di matrice simile, l’ISIS non ha basato la sua propaganda solo sulla violenza e la brutalità, ma ha ampliato il proprio spettro di interesse, trattando anche temi quali “la misericordia, il vittimismo, il senso di appartenenza, il militarismo”; una carta che è risultata vincente e che ha portato alla nascita di numerosi gruppi di affiliati e di sostenitori, che ne hanno diffuso il messaggio, anche attraverso poster e lavori di grafica – più o meno – amatoriali. E sono stati poi questi gruppi a mantenere vivo l’interesse per l’ISIS, in seguito alla sua sconfitta territoriale tra il 2018 e il 2019: secondo studi recenti, infatti, oggi esiste ormai una miriade di pagine, gruppi social e chat tesi a diffondere – più o meno fedelmente – il messaggio di Daesh.

Con il lock-down forzato degli ultimi mesi a causa del diffondersi della pandemia, milioni di persone hanno rivolto la propria attenzione ai social media, aumentando vertiginosamente il proprio impiego di Internet. E di questo, gli islamisti radicali hanno giovato: alla ricerca di informazioni e rassicurazioni in merito alla gestione del COVID-19, in molti si sono imbattuti in pagine filo-Daesh che hanno abilmente sfruttato la paura per diffondere messaggi d’odio e contro i governi nazionali, attraverso – ad esempio – le notizie sulla mancanza di un sistema sanitario e di cura nei campi di prigionia siriani, dove si trovano anche le famiglie degli ex-combattenti ISIS (tra cui anche molti bambini), o i dati sui morti e l’incapacità degli Stati di combattere efficacemente il virus. Una situazione – quella narrata – che ha aumentato sia il senso di solitudine sia – parallelamente – l’odio verso le istituzioni democratiche, spingendo molti a cercare in queste comunità online un nuovo senso di appartenenza

L’impreparazione alla sfida

È indubbio che i Balcani – soprattutto occidentali – debbano fronteggiare più di altre zone il problema dell’Islam wahhabita più radicale: dalle migliaia di persone che sono partite per combattere in Siria alle centinaia di foreign fighters ormai di ritorno, gli Stati sono chiamati a fronteggiare il problema. La soluzione albanese appare poco efficace: impedire il rientro dei propri cittadini e dei loro figli sta generando alcune proteste, che rischiano di alimentare il sentimento di sfiducia e disprezzo nei confronti di Tirana e – parallelamente – il desiderio di trovare nuove forme di comunità; una soluzione che Daesh sarebbe ben lieto di offrire nei suoi siti e chat online. D’altra parte, appare privo di efficacia anche il permettere il rientro dei cittadini balcanici nel loro Paese d’origine in vista di una persecuzione giudiziaria, dal momento che le penerisultano fin troppo ridotte – se paragonate, ad esempio, a quelle pronunciate nei tribunali di tutta l’Unione Europea – e, soprattutto, prive della progettualità volta alla de-radicalizzazione e al reinserimento nelle comunità d’origine. Prigionia e detenzione permetterebbero – sì – di arginare temporaneamente le criticità inerenti ai miliziani di ritorno, ma non aiuterebbero in alcun modo a contrastare la diffusione del proselitismo online; una piaga divenuta sempre più minacciosa durante la pandemia da Covid-19.

Affinché gli Stati balcanici possano smettere di essere la cosiddetta culla del terrorismo islamico in Europa, è necessario che ciascun Paese implementi al meglio le linee europee in materia, così da assicurare sia una maggiore criminalizzazione della radicalizzazione, sia la possibilità di attuare misure preventive, quali la confisca dei beni o la limitazione degli spostamenti dei presunti terroristi. Un’equa e proficua collaborazione con l’Europol e Eurojust è un passaggio imprescindibile. D’altra parte, non è possibile pensare di arginare la diffusione del proselitismo se non si agisce anche a livello sociale, con significativi programmi di riabilitazione, supervisione e reinserimento per coloro che sono stati radicalizzati. Infine, è necessario che i sistemi giuridici balcanici assicurino i diritti fondamentali delle persone, ivi compresi i diritto alla libertà religiosa e alla libertà di pensiero: studi, infatti, hanno dimostrato che i gruppi minoritari, che crescono in contesti di (reale o percepita) discriminazione e emarginazione politica, sociale ed economica, sono più facilmente suscettibili alla radicalizzazione. Un problema – quello etnico-religioso – che i Balcani si portano dietro fin dai tempi della Jugoslavia e che rischiano di acuirsi a causa delle recenti svolte autoritarie di alcuni Paesi, come Belgrado.

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