UN FUTURO INCERTO PER I FRAGILI EQUILIBRI NORDIRLANDESI

Gli accordi raggiunti per il mantenimento della pace irlandese potrebbero essere in pericolo a causa dei recenti sviluppi politici regionali ed internazionali, non ultimo il complesso processo Brexit. Un’analisi del quadro generale attuale, delle cause e delle possibili conseguenze.

L’isola irlandese possiede una storia complessa nella quale si inseriscono molteplici elementi diversi – identitari, religiosi, generazionali, sociopolitici – e che porta con sé implicazioni di carattere internazionale da non sottovalutare, soprattutto nell’attuale momento storico. Dopo circa tre decenni di scontri, violenze e quella che viene definita come una ‘guerra a bassa intensità’, il Good Friday Agreement del 1998 ha formalmente posto fine alla catena di violenze settarie dei Troubles ma alcune delle condizioni di quella pace sembrano oggi venire meno, in un contesto politico profondamente mutato. Non solo la Brexit ha avuto un impatto sugli equilibri della regione ma anche questioni strettamente identitarie così come i mutamenti internazionali hanno, e continuano ad avere, un impatto notevole su un equilibrio che potrebbe presto o tardi spezzarsi. Ripercorrendo brevemente la storia dei Troubles nordirlandesi ed esaminando gli sviluppi più recenti, cercheremo di comprendere come si muoverà l’Irlanda nel prossimo futuro e quali sono le possibilità di un ritorno alle violenze.

Troubles: 30 anni di violenze

Definire le violenze irlandesi come Troubles è forse riduttivo per uno scontro lungo 30 anni e più di 3500 vittime. Per i cosiddetti Troubles si intendono infatti gli anni tra il 1968 e 1998 durante i quali fazioni paramilitari unioniste e nazionaliste crearono un clima di terrore attraverso una catena di azioni e reazioni costituita da attacchi, violenze e attentati. Le cause ultime sono però ben precedenti e risalgono alla ‘partizione’ dell’isola irlandese del 1921, quando l’Irlanda diventa uno Stato indipendente con il nome di Repubblica d’Irlanda e le 6 province del Nord a maggioranza protestante ed unionista rimangono sotto il controllo britannico come Irlanda del Nord.

Alcune delle forze paramilitari protagoniste della lotta indipendentista irlandese, tra cui l’Irish Republican Army (IRA), non accettarono né la decisione di dividere l’Irlanda né le conseguenti discriminazioni che i cattolici nazionalisti subivano in Irlanda del Nord (si veda il sistema elettorale denominato gerrymandering utilizzato dai governi unionisti tra il 1921 e il 1968) e alla fine degli anni Sessanta scoppiò il definitivo scontro di carattere etnico-nazionalista che sarebbe durato trent’anni. Molteplici i momenti di altissima tensione, come il Bloody Sunday, l’attentato al Congresso del Partito Conservatore a Brighton e gli scioperi della fame durante gli anni Ottanta, in un momento di forte crisi politica ed economica all’interno del Regno Unito. Solo negli anni Novanta gli attori in gioco comprendono la necessità di trovare una soluzione politica alla questione nordirlandese e anche l’IRA ritiene di poter raggiungere i propri obiettivi attraverso i negoziati politici con l’aiuto del Sinn Féin, partito politico rappresentante dei suoi interessi.

Il Good Friday Agreement: la vera fine dei tumulti?

Nel 1998, anche grazie all’intervento del Presidente statunitense Clinton – a sottolineare anche le importanti ripercussioni internazionali delle vicende irlandesi, che sembrano essere perfettamente rispecchiate nel momento attuale – il Regno Unito, la Repubblica d’Irlanda e i principali partiti politici nordirlandesi raggiungono un accordo, firmando il Good Friday (Belfast) Agreement o Accordo del Venerdì Santo, nel quale si stabiliscono lo status dell’Irlanda del Nord e le sue relazioni con la Repubblica d’Irlanda e la Gran Bretagna così come quelle tra Regno Unito e Repubblica d’Irlanda. Tra le diverse disposizioni dell’accordo, fondamentale è quella concernente l’eliminazione della frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord.

Non avere più un confine controllato dall’esercito, il quale era diventato un obiettivo degli attacchi nazionalisti, rappresentava una conquista per i gruppi paramilitari coinvolti ed un miglioramento epocale per la popolazione, carico di valore non solo geopolitico ma anche simbolico, poiché per molte persone coinvolte significava l’avvio verso una pace vera e propria. È necessario sottolineare come l’effettiva cancellazione del confine irlandese sia stata possibile anche grazie all’appartenenza di Irlanda e Regno Unito all’Unione Europea, che rendeva di fatto inutile l’utilizzo di un confine vero e proprio. Nel 2005 è la stessa IRA ad affermare la volontà di non ricorrere più alla lotta armata per raggiungere i propri obiettivi.

Nonostante la pace ritrovata e gli accordi firmati, le conseguenze di quelli scontri resistono nel tempo, e le loro cause sembrano non essere state mai del tutto risolte. Violenze di tipo identitario, settario e religioso come quelle dei Troublespresentano caratteristiche specifiche e complesse che necessitano di molto tempo e di molta attenzione per essere eliminate davvero. Al di là dei progressi ottenuti, resta l’impressione che molto debba ancora essere fatto all’interno della società nordirlandese, nella quale le divisioni sono ancora presenti e le cause unioniste e nazionaliste sono ancora in parte perorate seppur in maniera nettamente inferiore rispetto al passato.  Le organizzazioni paramilitari non sono state mai del tutto smantellate anche a causa delle loro strutture altamente organizzate e fidelizzate. In una situazione del genere, la Brexit ha creato un’accelerazione delle mai sopite insofferenze irlandesi le cui conseguenze potrebbero essere devastanti.

Brexit: la miccia per nuovi e vecchi scontri

Durante il referendum sulla Brexit il 55.8% della popolazione nordirlandese ha votato remain, comprendendo anche una parte consistente della popolazione unionista protestante. È necessario comunque riflettere su quanto sentimenti antieuropei e nazionalisti siano cresciuti anche in Irlanda del Nord, i quali aggiungono ulteriori elementi conflittuali alla regione. Sia prima del referendum che nelle primissime fasi successive è stato dedicato poco spazio alla situazione e al futuro nordirlandesi nei dibattiti politici su Brexit, acuendo i sentimenti antibritannici dei nazionalisti e creando critiche anche da parte unionista. Una sottovalutazione rilevante considerando che la frontiera irlandese è di fatto l’unico confine terrestre britannico (salvo Gibilterra). Solo successivamente – anche in seguito ad una ritrovata violenza delle nuove frange dell’IRA – la questione del confine irlandese è diventato uno dei nodi principali dei negoziati Brexit a causa delle ripercussioni economiche ma anche sociopolitiche del ripristino di un confine, con potenziali violenze da parte dei nazionalisti nordirlandesi.

Dopo lunghi e complessi negoziati con Bruxelles, la questione del confine irlandese è stata definita all’interno del Northern Ireland Protocol inserito nel Withdrawal Agreement, il quale sancisce i termini dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il Protocollo afferma il mantenimento dell’Irlanda del Nord all’interno del mercato unico europeo, evitando così l’istituzione di un hard border. Tale documento tenta quindi di evitare nuovi scontri dopo le minacce da parte delle fazioni più estreme della nuova IRA, le quali avevano già da tempo espresso la volontà di utilizzare nuovamente la violenza se si fosse ricreata una divisione in Irlanda. Secondo il Protocollo saranno quindi necessari dei controlli sui beni provenienti dalla Gran Bretagna diretti in Irlanda del Nord, in modo da assicurare il pagamento delle tasse e il raggiungimento degli standard europei delle merci in entrata da un Paese terzo. La natura di tali controlli non è ancora stata decisa anche a causa del malcontento della popolazione nordirlandese unionista.

La gestione del confine si è dimostrata quindi estremamente complicata, considerando anche il controverso disegno di legge dell’Internal Market Bill proposto dal governo Johnson. Con tale legge, al veglio del Parlamento, si permetterebbe ai Ministri incaricati di applicare a discrezione la disposizione sui controlli, tutelare il mercato interno britannico e mantenere di fatto l’Irlanda del Nord totalmente sotto la legislazione economica britannica. La proposta ha scatenato un insieme di reazioni importanti sulla base del fatto che consisterebbe in una violazione degli obblighi precedentemente assunti e del diritto internazionale. Le reazioni sono state molteplici: i nazionalisti moderati hanno criticato la proposta e i gruppi militari hanno fatto ricorso alla violenza, mentre a livello europeo è stata avviata una procedura d’infrazione da parte della Presidente della Commissione Europea.

Ugualmente importanti le critiche statunitensi sia della speaker della Camera Nancy Pelosi che dell’allora candidato alla presidenza Joe Biden. Il venire meno dell’elemento europeo creerà necessariamente dei cambiamenti anche alla luce del ruolo che l’Unione Europea ha avuto non solo nell’architettura degli accordi del 1998 ma anche nel corso degli ultimi due decenni per il mantenimento della pace con fondi e programminonché della sua fondamentale posizione di garanzia e legittimazione degli accordi. Brexit ha anche riaperto all’eventualità di un’unione irlandese, ancora decisamente lontana ma più plausibile che in passato.

Quale futuro per l’Irlanda del Nord?

La stabilità dell’Irlanda del Nord è oggi più in bilico di quanto lo sia stata negli ultimi vent’anni in conseguenza sia di conflitti antichi mai risolti che di cambiamenti sociopolitici ed economici recenti. La nazione vive oggi un momento storico che seppur meno violento che in passato è ugualmente critico, con un’economia in forte difficoltà e una crisi politica senza precedenti che ha lasciato l’Irlanda del Nord priva di un governo e di un parlamento per circa tre anni.

È possibile quindi ritenere che i fragili equilibri irlandesi non fossero sufficientemente stabili per fronteggiare la Brexit, la crisi economica, la disoccupazione, i nuovi sentimenti nazionalisti e le vecchie differenze mai risolte né a livello politico né sociale. I Troubles scaturirono da decenni di animosità e discriminazioni, ma allo stato attuale delle cose un ritorno alle ostilità potrebbe essere accelerato dagli eventi appena citati. Già nel 2015 l’MI5 e la polizia nordirlandese documentavano la continuativa attività di molti gruppi paramilitari legati ai Troubles. È preoccupante la crescente pericolosità di gruppi quali la New IRA e la Continuity IRA anche alla luce degli omicidi di due poliziotti e di una giornalista, colpita per errore nel 2019.

La ripresa della violenza ha visto anche lo scoppio di bombe nella città simbolo degli scontri, (London)Derry, città di confine dove ancora oggi si possono vedere i famosi peace walls e dove episodi di violenza non sono rari. Un trend preoccupante considerando che le attività dei gruppi paramilitari sono aumentate del 60% negli ultimi due anni e si sono moltiplicati gli arresti di appartenenti alla New IRA con accuse di attività terroristiche. La resilienza e la capacità di reinventarsi di tali gruppi paramilitari, così come la forte presa su una parte della popolazione, sono elementi da non sottovalutare e che come tali avranno un ruolo nel prossimo futuro. Pur mantenendo il livello della minaccia ben al di sotto di quanto lo fosse in passato, siamo oggi di fronte al periodo storico più violento ed incerto dal 1998. Per evitare una nuova escalation di violenza sarà necessario prima di tutto comprendere le radici irrisolte dei conflitti nordirlandesi.

L’elemento identitario, così importante durante i Troubles, si riscopre oggi in tutta la sua centralità, in un momento storico nel quale molte certezze politiche e sociali sono cadute e l’appartenenza identitaria ha riscoperto il suo ruolo e il suo potere nella vita quotidiana di molte persone. Gli equilibri irlandesi continuano ad essere, in modo speculare al passato, un elemento geopolitico di grande interesse seppur spesso relegato a problematica di natura interna, le cui ripercussioni potrebbero essere ben più importanti che in passato anche in relazione alla futura presidenza Biden. Il Presidente eletto ha dichiarato che la rottura del Good Friday Agreement non può essere il prezzo della Brexit, riconsiderando le prospettive future per la special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti. Poche sono le certezze sul futuro dell’Irlanda del Nord, ma è plausibile ritenere che la violenza continuerà sempre di più ad essere uno strumento utilizzato per la lotta politica ed identitaria in questa regione poiché le vie politiche e diplomatiche sembrano sempre meno praticabili per una parte della popolazione.

Una generale disillusione verso i canonici canali di negoziazione e un’insofferenza verso un futuro confuso e pessimistico rende, come in ogni caso di radicalizzazione, una popolazione già abituata alla violenza più propensa a cercarla ulteriormente. Sarà possibile evitare gravi conseguenze solo con le dovute rassicurazioni da parte della politica nordirlandese e britannica e con la ricostruzione di una vera identità nazionale che non lasci più spazio a divisioni violente: il non raggiungimento di tali condizioni potrebbe riaprire uno scontro ancor più duro che in passato.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from DAILY