VIETNAM E VATICANO: UN MODELLO DI SUCCESSO?

Recentemente la Santa Sede è riuscita abilmente a stabilire buoni rapporti con lo stato comunista del Vietnam. Ci si domanda se questo successo potrebbe rappresentare un ottimo precedente in relazione ai rapporti con la Cina

Il 21 ottobre di quest’anno, proprio allo scadere dei termini previsti, è stato rinnovato lo storico accordo tra la Santa Sede e il Partito Comunista Cinese (PCC) volto a migliorare i rapporti bilaterali fra i due Stati soprattutto per quanto riguarda la questione più spinosa, ovvero la nomina dei vescovi in Cina. Il primo accordo era stato stipulato, in via provvisoria e temporanea, il 22 ottobre del 2018. Il contenuto dell’accordo non è mai stato reso pubblico, pertanto è stato possibile ipotizzarne i contenuti e le ripercussioni solo tramite alcune dichiarazioni ufficiali di Papa Francesco.

Si presume che la Cina abbia ribadito la sua disponibilità a riconoscere il ruolo spirituale del pontefice all’interno della Chiesa cattolica romana, permettendogli conseguentemente di giocare un ruolo più attivo per quanto concerne la nomina dei vescovi operanti in Cina, precedentemente nominati in via esclusiva dagli organi del PCC. Ciò che non rimane chiaro, tuttavia, è il meccanismo tramite il quale avviene suddetta nomina. Diversi analisti hanno parlato in questo contesto di “modello vietnamita”.  Nel 1996 il monsignor Pietro Parolin, oggi cardinale e segretario di stato di Sua Santità (nonché figura di spicco dell’accordo sino-vaticano), aveva firmato in qualità di sottosegretario per le relazioni con gli Stati un accordo senza precedenti col Partito Comunista del Vietnam (PCV), rinnovato senza grosse modifiche nel 2010. Nel 2018 tale accordo venne citato a titolo di esempio dallo stesso Global Times, il noto quotidiano in lingua inglese del PCC, proprio in occasione dell’accordo fra il Partito comunista e la Santa Sede; tuttavia, l’interpretazione di quest’ultimo ad opera di alcuni accademici cinesi è stata pesante oggetto di critiche. Portavoce di tale interpretazione considerata errata e offensiva da parte dei critici cattolici fu nel 2016 il professor Wang Yiwei, direttore dell’istituto per gli affari internazionali e direttore del Centro studi sull’Unione Europea dell’Università di Renmin

Secondo Wang Yiwei, il Global Times avrebbe interpretato l’accordo vietnamita sostenendo che in Vietnam la nomina dei vescovi spetterebbe in ultima battuta al Papa, il quale però sarebbe costretto a scegliere tali figure da una lista fornitagli dallo stesso PCV. La realtà sembra essere diametralmente opposta, infatti sarebbe il Papa a fornire una lista di possibili candidati su cui il PCV si limiterebbe a effettuare solo qualche controllo per poi accettarne formalmente le nomine.  Tale tesi verrebbe corroborata dal fatto che la maggioranza dei vescovi operanti in Vietnam sia composta da prelati con un passato di studi all’estero, specialmente in Italia, Francia e persino Stati Uniti, quindi non esattamente il profilo prediletto da un partito comunista quale quello vietnamita. Inoltre, pare che, in alcuni casi, l’accettazione delle nomine si sia prolungata per diversi anni proprio a causa di un’iniziale reticenza da parte delle autorità locali ad accettare suddetti nominativi. Nonostante ciò, ad oggi risulta che nessuna proposta da parte del Vaticano sia stata effettivamente bocciata.

Il Global Times, nell’articolo sopramenzionato, sostiene inoltre che i vescovi vietnamiti ricoprano un ruolo puramente simbolico: un’altra falsità secondo quanto sostenuto dalle autorità cattoliche. A questo punto è lecito domandarsi come sia riuscita la Santa Sede ad ottenere un rapporto relativamente buono e proficuo con uno stato comunista dal passato ricco di eventi persecutori contro le comunità cristiane. Una possibile risposta parrebbe risiedere nella capacità dimostrata dai missionari stranieri di intessere buoni rapporti con le comunità locali, tramite il rispetto delle tradizioni e dei valori delle stesse. Secondo il sacerdote belga Frédéric Hòa, il quale può vantare un’esperienza decennale al servizio delle diocesi del paese asiatico, tale capacità sarebbe riconducibile alla possibilità di trovare un sistema di valori condiviso che, nel caso del Vietnam, si concretizzerebbe nel rispetto comune dei valori di stampo confuciano. Secondo Hòa, infatti, il confucianesimo si baserebbe sul rispetto delle relazioni interpersonali, della cortesia e della buona educazione: tutte virtù altamente condivisibili da parte della comunità cattolica. Già a metà del XVII secolo, il gesuita francese Alessandro de Rhodes (ritenuto il padre fondatore della Chiesa vietnamita) aveva ben compreso la necessità di adattarsi ai costumi locali al fine di evangelizzare l’area senza mettere a rischio l’incolumità dei propri fedeli. Al fine di raggiungere tale scopo, il padre gesuita si impegnò assiduamente nell’apprendimento della lingua e delle tradizioni locali diffondendo il proprio credo tramite poesie, spettacoli teatrali e il rispetto del culto degli antenati.

Padre Rhodes riuscì in tal modo a fondare persino la Congregazione dei catechisti vietnamiti, rendendo di fatto la Chiesa vietnamita autosufficiente. Tale modus operandi, rispettato anche nei secoli successivi, permise alla comunità cristiana vietnamita di sopravvivere anche nei periodi più bui di persecuzione evitando di fatto una separazione tra Chiesa ufficiale e Chiesa clandestina come avvenuto nel caso cinese. L’apertura al dialogo con le autorità nazionali permise quindi al Vaticano di intessere rapporti ufficiali col governo vietnamita già a seguito del conflitto verificatosi nel paese tra il 1955 e il 1975. Nel 1989, infatti, il cardinale Roger Etchegaray poté recarsi in Vietnam in visita ufficiale: a tale visita fece seguito l’invio di diverse delegazioni pontificie nelle diocesi vietnamite fino a quando, nel 2005, lo stesso presidente della camera italiana, Ferdinando Casini, incontrò il presidente vietnamita Tran Duc Long precisando in tale occasione che tra il PCV e il Vaticano non esistesse alcun tipo di contrasto.

I buoni rapporti fra i due Stati sono stati infine confermati dal “VII incontro del Gruppo di lavoro congiunto tra il Vietnam e la Santa Sede” tenutosi nell’agosto del 2019. Nel corso di tale incontro, le delegazioni coinvolte hanno sottolineato nuovamente la disponibilità da ambo le parti di perseguire una politica bilaterale in grado di garantire, da una parte, la libertà di culto nella regione e, dall’altra, la buona condotta dei cattolici vietnamiti nei confronti dello stato centrale. Tale politica ha permesso alla Chiesa vietnamita di espandersi enormemente nel corso degli ultimi anni. Il Vaticano ha recentemente parlato di un vero e proprio boom di vocazioni nel paese: secondo i dati relativi al 2019, la Chiesa vietnamita conta oltre 7 milioni di fedeli pari circa al 7% della popolazione nazionale, portando la religione cattolica al secondo posto quale religione più diffusa sul territorio vietnamita dopo il buddismo. Inoltre, parrebbe che tra i fedeli vietnamiti la pratica religiosa sia altissima con valori che sfiorano l’80-90%. La Chiesa vietnamita ha avuto recentemente anche la possibilità di annoverare tra le proprie fila alcune personalità di spicco, principalmente intellettuali e celebrità nazionali. A titolo di esempio, risultò eclatante la conversione a ben 93 anni di età di Tran Thien Khiem, generale di grande fama durante la guerra del Vietnam e primo ministro del paese tra il 1969 e il 1975 (nel sud).

Ovviamente la Chiesa vietnamita è una Chiesa, come tante altre, fatta di luci e ombre. I casi di persecuzione, benché sporadici e isolati, risultano ancora relativamente frequenti. Tali persecuzioni si manifestano soprattutto in termini di demolizioni di proprietà ecclesiastiche implementate dal governo per far spazio a “progetti comunitari” dai fini prettamente commerciali, come la costruzione di residenze di lusso e autostrade. Ovviamente, va sottolineato che l’espropriazione di beni immobili e terreni in questi casi non è avvenuta sempre e solo a scapito delle comunità cattoliche, ma anche buddiste e laiche. Tali casi tuttavia hanno di certo, in molteplici occasioni, messo a rischio la buona relazione diplomatica esistente tra il PCV e la Santa Sede.

In chiusura non dovrebbero nemmeno essere sottovalutate le implicazioni politiche relative all’evangelizzazione dell’Asia. Papa Bergoglio, infatti, parrebbe negli ultimi anni perseguire una vera e propria linea politica avente quali target i paesi storicamente comunisti dell’Asia orientale, col fine probabile di estendere la propria influenza a tutta la regione e, soprattutto, di raggiungere tramite tali paesi la Cina e ottenerne un qualche tipo di supporto diplomatico. Non è un caso che proprio l’accordo sino-vaticano sia stato oggetto di contestazioni provenienti sia dagli Stati Uniti sia da Hong Kong e Taiwan. Specialmente Taiwan mostra preoccupazioni in merito al suo status: il Vaticano rimane infatti l’unico stato della comunità internazionale che riconosce Taiwan quale Repubblica di Cina, mentre per il gigante asiatico l’isola rimane una provincia ribelle. Per quanto riguarda Hong Kong e gli Stati Uniti, per diverse ragioni, le due realtà politiche hanno pubblicamente criticato il silenzio “assordante” di Papa Francesco in merito alle repressioni delle manifestazioni di piazza a Hong Kong e lo sterminio degli Uiguri musulmani nella provincia cinese dello Xinjiang.

Quali che siano i reali progetti di Papa Francesco per l’Asia Orientale, che egli definisce puramente pastorali, rimane il fatto che gli ultimi sviluppi dei rapporti fra il Vaticano e i paesi comunisti della regione stiano alterando la geopolitica dell’area: quali saranno le ripercussioni di tali sconvolgimenti rimangono ad oggi ancora un interessante mistero.

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