VENTICINQUE ANNI DOPO L’ASSASSINIO DI RABIN, CHE ARIA TIRA

La sera del 7 novembre scorso, migliaia di candele hanno illuminato la stessa piazza di Tel Aviv in cui venticinque anni prima veniva assassinato il primo ministro Rabin. Nel 2020, un sondaggio dell’Israel Democracy Institute mostra che quel clima d’odio non si è mai sopito.

Venticinque anni fa, con il brutale omicidio di Yitzhak Rabin tramontava un’epoca carica di attese. Sembrava che il dialogo avviato con il processo di Oslo tra rappresentanti israeliani e palestinesi potesse portare ad una svolta significativa nel pluridecennale conflitto per la terra, e che il graduale trasferimento di poteri alla nuova Autorità nazionale palestinese fosse un passo importante verso la creazione di uno Stato palestinese. Era troppo presto, però, per gioire. La sera del 4 novembre 1995, durante una manifestazione per la pace in piazza Malchei Yisrael, a Tel Aviv, con l’assassinio di Rabin veniva inferto un colpo mortale, forse definitivo, ai negoziati tra gli israeliani e l’OLP, mentre dissidi profondi laceravano la società israeliana dall’interno. Yigal Amir, l’omicida, era espressione di un estremismo ebraico di destra, che traeva legittimazione dal discorso di alcuni rabbini estremisti per i quali la linea politica di Rabin costituiva un tradimento della volontà divina. Concedere ai palestinesi anche solo una parte della sacra terra d’Israele, “liberata” da Dio per il suo popolo eletto, costituiva reato di apostasia e per questo andava punito ad ogni costo.

“Generazione delle candele”, “generazione Rabin”. Così sono passati alla storia quei giovani israeliani che da allora ricordano quella tragica sera illuminando con migliaia di candele piazza Yitzhak Rabin – così è stato ribattezzato, infatti, il luogo dell’omicidio del primo ministro. Neither forgive, nor forget. Con questo motto, alcune correnti della società israeliana e movimenti di sinistra hanno continuato a chiedere la pace con i palestinesi e la fine del conflitto. Anche se, nota il politologo Ilan Greilsammer, questo afflato si è affievolito negli ultimi tempi, poiché qualcosa è cambiato nell’agenda dei movimenti pacifisti. La loro priorità è divenuta, oggi, protestare contro la corruzione del governo e contro gli attacchi alla democrazia. E ciò è stato ampiamente dimostrato dalle proteste di piazza che da giugno 2020 bersagliano il governo Netanyahu, accusato da lungo tempo di corruzione e, più recentemente, di non aver saputo gestire efficacemente l’emergenza sanitaria da Covid-19.

Sul punto di un altro assassinio politico?

Dei giorni di Oslo, ciò che non sembra scomparire è un certo clima d’odio e di istigazione alla violenza. Al tempo, l’assassinio del primo ministro fu reso possibile da una campagna di delegittimazione e demonizzazione nei suoi confronti portata avanti da alcuni ambienti di estrema destra e del sionismo religioso ultranazionalista. Durante alcune proteste contro gli accordi di Oslo, certe immagini ritraevano Rabin con la kefiah, il copricapo palestinese, e perfino con l’uniforme delle SS. Veniva apostrofato dalla folla come “assassino”, traditore”, e alcuni circoli dell’ebraismo estremista lo consideravano moser e rodef. Secondo la halachah, il corpus normativo ebraico, moser è chi cede illegalmente la proprietà ebraica ai non ebrei, rodef è chi compie o facilita un omicidio [Marzano, 2017]. Significativamente, quest’ultimo può essere ucciso senza essere processato se il fine è salvare la vita ad altri ebrei. Stando a questa narrazione, Rabin fu assassinato per salvare il popolo ebraico e le sue terre irredente.

In occasione dei 25 anni dall’omicidio di Rabin, l’Israel Democracy Institute, noto centro di ricerca indipendente, nel settembre 2020 ha condotto un sondaggio relativo al clima di istigazione alla violenza nel paese. Secondo i dati, il 45% del pubblico crede che un altro assassinio politico sia oggi possibile. Tale preoccupazione è particolarmente viva tra chi si identifica con posizioni di sinistra (il 65%), per scendere al 40% tra il pubblico di destra. Inoltre, più del 70% della popolazione-campione è convinta che nel paese vi sia un discorso provocatorio, d’istigazione, che prende di mira specifici individui e gruppi della società israeliana. Benché non esaustivo, questo sondaggio è uno spaccato interessante circa timori e preoccupazioni che animano il pubblico israeliano, e sottolinea come il clima politico del paese sia (ancora) infiammato e pericoloso, in particolare a danno di alcuni ‘settori’ target. Lo stesso presidente Reuven Rivlin, in occasione del suo discorso alla cerimonia di commemorazione della morte di Rabin, ha notato che l’odio dilaga, e sta dividendo il paese in due, “come il Mar Rosso”. “È inaccettabile sollevare cartelli che chiedono la morte di alcuni cittadini”, “che la vita dei giornalisti sia in pericolo”, e che “alcuni cittadini attacchino altri cittadini”. In breve, “È inaccettabile rendere legittimo il prossimo assassinio politico”, ha ammonito il presidente israeliano.

Quali i bersagli, quali i responsabili?

A fare le spese di questo crescente clima di intimidazione e d’odio è soprattutto il pubblico di sinistra, o smolani, come certa retorica partitica e mediatica di destra è solita riferirsi – in senso spesso dispregiativo – ai movimenti pacifisti israeliani, considerati troppo idealisti e poco attenti alle esigenze securitarie del paese. Ebbene, secondo il sondaggio, l’86% di chi si identifica con ideali di sinistra si sente bersaglio di questo clima d’istigazione. Anche il 70% degli arabi, ossia i palestinesi cittadini d’Israele, accusa di essere vittima di un discorso discriminatorio nei propri confronti. Tra i partecipanti di destra, invece, la percentuale è del 67%, mentre sale all’81% tra gli haredim, gli ebrei ultraortodossi.

In gran parte, di tale atmosfera di incitement sono ritenuti responsabili la leadership di destra e i mass media. Una più attenta analisi dei dati rivela che per la destra i mezzi di comunicazione hanno un peso significativo (del 46%) nel diffondere lo stigma nei loro confronti, mentre la leadership avversaria è responsabile solo per il 21%. Secondo il pubblico di sinistra, invece, responsabile di questo clima d’odio sarebbero soprattutto i politici di destra (per il 74%) – una destra eterogenea, che spazia dalle posizioni laico-nazionaliste del Likud a quelle dei partiti religiosi conservatori quali Shas o Yahadut HaTorah (Giudaismo Unito nella Torah). 

Certamente, dai tempi di Rabin e della “pace dei coraggiosi”, il paesaggio (geo)politico ha subito un drastico cambiamento. Poco dopo il suo omicidio, la progressiva ascesa di una destra nazionalista, e sempre più assertiva, si è unita all’aumento esponenziale del numero di coloni nei Territori palestinesi (da 134 300 nel 1995 a 441 600 nel 2019, secondo l’Israel Central Bureau of Statistics). Nel solo 2020, più di 12 000 nuove unità abitative sono state costruite nella West Bank. Il realismo pragmatico di Rabin, forse, avrebbe avuto di che vacillare, mentre la soluzione dei due Stati si fa sempre più evanescente.

(Consultato: Marzano, Arturo, Storia dei sionismi. Lo Stato degli ebrei da Herzl a oggi, Roma: Carocci, 2017)

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