ZAMBIA: IL DEFAULT ECONOMICO È UNA CONSEGUENZA DEL COVID19?

Lo Zambia sarebbe il primo Paese a dichiarare la bancarotta a causa della diffusione della pandemia di Covid19. La situazione porta gli studiosi a parlare di “debt tsunami” che potrebbe presentarsi a catena negli altri Stati africani. Ma il default economico è davvero una conseguenza del Covid19?

Da alcuni giorni si parla del default tecnico registratosi in Zambia lo scorso venerdì, a seguito del mancato pagamento della rata di 42,5 milioni di dollari a ottobre e di un ulteriore mancato pagamento il 14 novembre. L’effettivo default è avvenuto a seguito della richiesta del Governo zambiano di una proroga di sei mesi per il pagamento degli interessi relativi ai prestiti, richiesta che sposterebbe semplicemente ad aprile il problema del pagamento. Le possibilità che lo Zambia, con le caratteristiche socioeconomiche che possiede, possa adottare misure tali da permettergli di essere in grado di avere le risorse per ripagare gli interessi nel giro di sei mesi sono molto basse.

Inoltre, si deve tenere conto sia del contesto internazionale in cui si inserisce il Paese sia degli elementi strutturali che hanno caratterizzato il processo di sviluppo a seguito della decolonizzazione. Sulla base di queste considerazioni, sorge una domanda semplicistica da cui è però possibile partire per tracciare un quadro che fornisca più informazioni e aiuti a comprendere i meccanismi che hanno portato lo Zambia al default. Di chi è la colpa della bancarotta dello Zambia, nel mezzo di una pandemia mondiale?

 Breve background storico, politico ed economico.

Lo Zambia, o più correttamente Repubblica Democratica di Zambia, è uno Stato dell’Africa sub-sahariana indipendente dal 1964. Dalla decolonizzazione in poi ha racchiuso in sé tutte le caratteristiche che vengono descritte quasi come intrinseche dei Paesi africani e che hanno portato i donatori internazionali ad adottare piani di intervento uguali per tutti, senza tener conto delle differenze, col risultato di aver generato o alimentato problemi invece molto simili tra loro.

A seguito dell’indipendenza lo Zambia si è discostato dai governi razzisti vicini ed è rimasto politicamente isolato a livello regionale.  L’isolamento a livello politico ha determinato un isolamento a livello commerciale, parzialmente attutito dalla costruzione di una linea ferroviaria tra Tanzania e Zambia, che ha garantito al Paese l’accesso al porto di Dar es Salaam.

A livello politico il monopartitismo di Kaunda è terminato nel 1991. L’attuale presidente è Edgar Lungu, in carica dal 2015 e il Paese è formalmente una repubblica presidenziale. Il processo di democratizzazione nel Paese è considerato un successo, sebbene un approfondimento più dettagliato potrebbe dimostrare il contrario. Per quanto riguarda l’economia, a seguito della decolonizzazione, il Paese era sprovvisto dei mezzi necessari a rilanciarla e modernizzarla. L’indipendenza ha così determinato una diffusa povertà, un ricorso all’agricoltura di sussistenza e all’esportazione del rame, materia prima di cui il Paese è molto ricco.

 Ennesimo fallimento dopo il Washington Consensus?

Del fallimento del Washington Consensus e del Post Washington Consensus è stato preso atto all’interno della comunità internazionale e dal 2000 in poi sono state messe in atto strategie economiche e di sviluppo che garantissero maggior libertà decisionale ai Paesi riceventi i prestiti. Lo Zambia è stato caratterizzato da tutte le conseguenze dei Piani di Aggiustamento Strutturale messi in atto dagli anni ’80 agli anni ’90 che hanno portato l’Occidente a definirli fallimentari. A seguito del crollo dei prezzi delle materie prima negli anni ’70, lo Zambia, esportatore di rame, ha subito un grosso arresto dell’economia. Negli anni ’80 il Washington Consensus ha incentivato la liberalizzazione economica generando tagli alla spesa pubblica e ad un sistema di welfare ancora rudimentale. A seguito del fallimento di questa strategia, negli anni ’90 il Post Washington Consensus ha insistito invece su concetti come good governance, decentralizzazione e multipartitismo. Il regime monopartitico in Zambia è crollato nel 1991 e il Paese, che ha seguito tutte le direttive, si è trovato economicamente fragile e burocraticamente decentralizzato ma con un governo centrale che detiene il potere. Il Paese è diventato sempre più dipendente dai prestiti internazionali.

In linea con le previsioni del Post Washington Consensus, lo Zambia si è economicamente aperto verso l’esterno, ma la globalizzazione, che avrebbe dovuto trainarne lo sviluppo, l’ha relegato a terzo mondo, essendo troppo poco competitivo. Lungu parla di strategie per rilanciare l’economia, a suo dire messa in ginocchio esclusivamente dal Coronavirus, come l’industrializzazione e rilanciare il settore manifatturiero. Ma l’industrializzazione, soprattutto nei settori metallurgico o estrattivo, è destinata a fallire. La Cina, presente ormai su tutto il territorio africano e specializzata in ogni settore, è eccessivamente competitiva e lo Zambia rischia di investire innumerevoli risorse in un’attività destinata ad essere oscurata dalla concorrenza. Ma se l’attuale strategia per lo sviluppo messa in atto dai donatori è diversa da quelle precedenti, e se sono comparsi nuovi donatori a livello internazionale, perché lo Zambia non è riuscito a risollevarsi?

 Il Covid19 come mero espediente?

È difficile stabilire se negli anni ’80 e ’90 il fallimento delle strategie di sviluppo sia da imputare all’Occidente, incapace di comprendere che, visto il diverso contesto storico e sociale dei Paesi africani, l’imposizione di liberalizzazione e democratizzazione non avrebbe generato lo stesso successo prodotto in Europa e negli Stati Uniti; o se sia invece causa degli Stati africani che hanno approfittato della sostanziosa erogazione di fondi per mantenere élites corrotte al governo ed enormi e inutili apparati burocratici senza realmente investire nello sviluppo del Paese.

Dal 2000 in poi esiste maggiore libertà decisionale, ma i donatori occidentali richiedono il rispetto di valori democratici e diritti umani. Questo porta molti governi a utilizzare risorse per mantenere una democrazia di facciata e zittire l’opposizione per evitare che vengano bloccati i prestiti. La libertà decisionale ha portato lo Zambia a gestire in modo poco lungimirante le risorse, con innumerevoli tagli a sanità e istruzione. L’avvento della pandemia ha esacerbato una situazione già esistente, ed accusare i creditori di non concedere una proroga mentre il Paese affronta una così grave crisi significa cercare di scostare l’attenzione internazionale dalla reale causa dell’incapacità di ripagare i debiti.

Lo Zambia era l’undicesimo Paese più povero nel 2019 e si prevede che sarà il decimo nel 2023. I problemi legati all’economia, all’urbanizzazione correlata però a una crescente disoccupazione, all’incapacità del sistema sanitario di fronteggiare l’epidemia erano già radicati prima della comparsa del Covid19. Non solo a livello internazionale, ma anche a livello nazionale, il Governo cerca di addossare a terzi la colpa della situazione socioeconomica del Paese. Il Governo intende mettere in atto una politica economica che comporti ulteriori tagli alla sanità per ripagare i debiti mettendo naturalmente in cattiva luce i donatori e allontanando il Governo dalle proprie responsabilità.

Sfruttando il difficile rapporto tra donatori e Paesi africani, la Cina si è inserita nel continente per sfruttarlo come territorio di prova per ampliare la propria sfera di influenza ed ergersi a Grande Potenza. Nello specifico, ha concesso la proroga di sei mesi per il pagamento dei debiti. La Cina sembra un partner più allettante perché non richiede il rispetto di alcun genere di diritto umano o valore e si pone come partner commerciale e non semplice creditore. Sul lungo periodo questo può però generare un’inversione nel processo di democratizzazione del continente, causando un ancor maggiore inasprimento delle condizioni di vita della popolazione a causa di un incremento della repressione dei diritti umani.

La relazione tra donatori occidentali e Paesi africani, Zambia in questo caso, si è basata per decenni sul tentativo occidentale di plasmare gli Stati in Via di Sviluppo al fine di renderli economicamente competitivi e creare società in cui venissero rispettati i diritti umani e i valori democratici. I Paesi africani, lontani dall’esperienza illuminista che ha permesso all’occidente di fare propri certi valori, hanno spesso adottato forme di governo democratiche di facciata o hanno fallito nell’investire le risorse finanziarie in un reale potenziamento della sanità, dell’istruzione e dell’economia. Il Covid19 rappresenta una sfida mondiale come lo è stata la globalizzazione, e pone i Paesi africani in ulteriore difficoltà e ancora più bisognosi di prestiti esterni. La Cina sfrutta un punto di rottura per mettere in gioco il proprio soft power e rimettere in discussione gli equilibri internazionali. Frenare l’erogazione di prestiti allo Zambia, che prima del Covid19 aveva già contratto più debiti di quanti potesse gestirne e che non ha saputo utilizzare le risorse in modo lungimirante, non è sbagliato dal punto di vista del rispetto delle clausole. Tuttavia, data la presenza di molteplici attori internazionali, potrebbe non essere la decisione migliore a livello geopolitico.

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