MEDITERRANEO LA GEOPOLITICA DI UN MARE DI INTERESSI

interviewer:  Maria Nicola Buonocore analista IARI per gli affari Euro – Mediterranei; laurea in  Scienze Politiche e Relazioni Internazionali conseguita presso l’Università di Napoli l’Orientale, inoltre dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, è stata corsista presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale

interviewed:  L’Ambsciatore Sergio Piazzi è Senior Executive Officer delle Nazioni Unite e, dal 2008, Segretario Generale dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, un’organizzazione internazionale parlamentare che raccoglie più di 30 Paesi delle regioni Euro-Mediterranea e del Golfo. Ha iniziato la sua carriera alle Nazioni Unite come Delegato e Policy Adviser per operazioni ONU in vari territori di guerra, fra i quali l’Etiopia (1988), l’Iraq (1991) e il Ruanda (1994). Dal 1996 fino al 2007 è stato invece impegnato nella cooperazione fra l’ONU e le istituzioni europee, la Nato, la Lega Araba, l’Osce ed altre importanti organizzazioni internazionali.

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Ambasciatore Piazzi, lei oltre ad essere Funzionario dell’ONU e ad aver accumulato nel tempo una vasta esperienza soprattutto in terre di conflitti, è attualmente Segretario Generale dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (PAM). Può spiegarci qual è la funzione, il ruolo e l’importanza strategica, soprattutto oggi, del PAM nel Mediterraneo?

C’è una grande sinergia e simbiosi fra il mio ruolo di Funzionario Esecutivo dell’ONU e quello che ricopro come Segretario Generale del PAM: uno rafforza l’altro. Avere un Alto Funzionario ONU a capo di un’Organizzazione Parlamentare permette una cooperazione ravvicinata e molto forte fra il sistema ONU e l’Organizzazione in questione, il PAM, che ha come proprio mandato quello di sostenere la pace e la sicurezza nella regione Euro-Mediterranea attraverso il supporto ai principi della Carta dell’ONU. Il doppio ruolo permette anche a me, personalmente, di interagire con i miei colleghi (ad esempio, Sottosegretari Generali alla Direzione del Consiglio di Sicurezza per l’Antiterrorismo, le operazioni di pace sul terreno, il Dipartimento per gli affari umanitari e i Diritti dell’uomo) di lavorare in maniera parallela e molto aperta, al di là di quelli che sarebbero gli ostacoli della cooperazione fra due organizzazioni separate. Il ruolo del PAM è estremamente chiaro: l’utilizzo della diplomazia parlamentare al servizio della pace e sicurezza e dello sviluppo socioeconomico della nostra regione. Essa è una piattaforma aperta, dove ogni Paese viene rappresentato da cinque parlamentari attivi, i quali, attraverso il loro lavoro e la loro presenza, permettono lo scambio di informazioni anche fra paesi che non hanno relazioni diplomatiche fra di loro, e danno la possibilità di dibattere su temi estremamente contriti, così come anche di intraprendere iniziative sul terreno che altrimenti sarebbero impossibili. Faccio giusto qualche esempio: la crisi in Libia, la guerra in Siria, il conflitto israelo-palestinese o ciò che avviene alla frontiera fra Marocco ed Algeria.

Uno degli obiettivi del PAM è proprio l’armonizzazione dei framework legislativi dei vari Stati membri, alcuni dei quali non intrattengono, purtroppo, rapporti diplomatici fra di loro. Può dirci l’ambito o gli ambiti nei quali ha notato una maggiore sinergia fra Paesi, anche distanti diplomaticamente?

Ci sono due ambiti: uno è quello stretto della sicurezza; l’altro è quello che in inglese chiameremmo non-controversial, come l’ambiente o il cambiamento climatico. Nel caso del cambiamento climatico e della protezione dell’ambiente è molto più facile la cooperazione. Si parla di azioni a livello nazionale che non hanno alcun effetto se non sono riportate su larga scala a livello regionale. Chiaramente, a titolo esemplificativo, se un paese abolisce l’utilizzo delle buste di plastica ed un altro invece le getta a mare, saranno tutti a soffrirne. Ugualmente per le emissioni di CO2. Un’azione coordinata e globale su queste questioni ha più carattere economico, che politico. Quando andiamo sull’ambito della sicurezza, lì ci sono delle azioni estremamente delicate, ed anche, io direi, “sotto tavolo”, per cui ad esempio il PAM è la piattaforma privilegiata di collaborazione fra i Paesi, per quanto riguarda la lotta al terrorismo e ai foreign fighters dell’ISIS, alle relazioni fra Israele e alcuni paesi arabi, fra la Siria e alcuni paesi occidentali. Il PAM è una piattaforma riconosciuta di collegamento e di scambio di informazioni estremamente operative atte ad assicurare una cooperazione fra i servizi di sicurezza. È l’unica organizzazione parlamentare al mondo a partecipare alle riunioni dei servizi di sicurezza che si tiene una volta all’anno, ospitata dai servizi russi. Ultimamente, ad esempio, il PAM è stato usato come canale umanitario per poter permettere la famosa telefonata fra i pescatori tunisini e siciliani, detenuti dalla guardia costiera libica, e i loro familiari, dopo mesi di silenzio.

Una delle questioni che più hanno infiammato il Mediterraneo nell’ultimo periodo è certamente la disputa marittima fra Grecia, Cipro e Turchia. Dal suo punto di vista in che modo e su quale base sarà possibile trovare una soluzione a tale problematica?

Il problema è di scala molto più larga. Non si limita soltanto a questi tre paesi. Abbiamo anche la questione dell’Accordo fra il Governo turco e le Autorità libiche di Tripoli, che non è riconosciuto né da Tobruk, né dalla comunità internazionale e nello specifico da Italia e Grecia. Quindi, in questo quadro, essendo sia Grecia che Turchia due partner essenziali della NATO, c’è un ruolo di mediazione da parte di quest’ultima. Il PAM ha contribuito attraverso lo scambio di informazioni e corrispondenza, avvenute fra me stesso e il Segretario Generale della NATO. C’è grande disponibilità da parte della diplomazia parlamentare al sostegno di una soluzione politica condivisa che permetta una convivenza pacifica fra i paesi. È chiaro che la questione è tutt’altro che risolta. Richiederà ancora tantissimo dibattito, considerando anche il nuovo corso della politica estera di egemonia da parte del Governo turco.

Passiamo alla sponda Sud del Mediterraneo. Sembra ci siano degli spiragli nella crisi libica, dati i vari incontri fra le parti nell’ultimo periodo, soprattutto con l’avvenuto cessate il fuoco fra le parti mediato dalle Nazioni Unite. Il PAM come ha affrontato la crisi libica e in che modo secondo lei sarà possibile trovare una via d’uscita, in un territorio anche molto frequentato da attori esterni (Francia, Russia, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, etc… sono attori lì molto presenti)?

Il PAM è stato molto vicino alla crisi libica dall’inizio. Si immagini che nel 2011 durante i combattimenti fu il PAM ad aprire le comunicazioni fra le autorità libiche del governo Gheddafi e l’ONU, per permettere i corridoi umanitari e far uscire gli stranieri dal territorio libico. Abbiamo sempre avuto ottimi rapporti sia con il parlamento libico di Tobruk (i loro parlamentari partecipano regolarmente alle nostre riunioni) che con il governo di Tripoli, tant’è vero che il Ministro degli Esteri libico è venuto a delle conferenze del PAM come ospite d’onore. Abbiamo avuto, oltretutto, una richiesta da parte dell’ONU di aprire il famoso “parliamentary track”, ovvero un canale privilegiato, una piattaforma di dialogo, fra i parlamentari libici di tutte le regioni e sensibilità libiche, i famosi tre gruppi: coloro che sono basati a Tobruk, quelli di Tripoli e il terzo gruppo che l’Alto Rappresentante dell’ONU aveva indicato come “gli indecisi”. In questo momento ci teniamo pronti ad organizzare una riunione, in territorio neutro, presso gli uffici del PAM, fra i rappresentanti delle varie sensibilità politico-parlamentari della Libia ed altri parlamentari del PAM, perché possano discutere fra di loro e sostenere così le azioni dei vari attori sul terreno per una soluzione pacifica del conflitto.

Ad Est del Mediterraneo troviamo poi un’ampia polveriera di conflitti. Vorremmo concentrarci con lei su quello più lungo storicamente: il conflitto israelo-palestinese. Da qualche mese, il Presidente Trump ha favorito la sottoscrizione dei cosiddetti “Accordi di Abramo”, che riguardano più da vicino le relazioni diplomatiche fra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan (qualcun altro potrebbe aggiungersi in seguito). L’Autorità Nazionale Palestinese non ha reagito bene all’iniziativa. Crede che qualcosa potrebbe cambiare a seguito degli Accordi?

Parto col dire che sia Israele che Palestina godono dello status di vicepresidenti al PAM e che gli Emirati Arabi Uniti soni da poco divenuti membri del PAM. Il PAM è inoltre uno dei canali di comunicazione fra Paesi Arabi e la Knesset israeliana. Per quanto riguarda la domanda, arrivo al punto: io penso di sì, ovvero che qualcosa cambierà. Però in un quadro politico totalmente diverso, che risulta dalla recente vittoria di Biden alla Presidenza degli Stati Uniti. Quindi, senz’altro gli Accordi di Abramo hanno degli effetti, perché cambiano lo scacchiere in termini di rapporti diplomatici. Allo stesso tempo, però, queste relazioni diplomatiche ed economiche che si stanno verificando non sono ancora state digerite pienamente dai vari Paesi arabi. Ci sono ancora delle “riluttanze”. È chiaro che bisogna vedere il lato positivo ed utilizzare gli Accordi di Abramo, individualmente con ciascun paese sottoscrittore, per rafforzare e rilanciare il concetto di Soluzione dei Due Stati, dove Israele e Palestina possano vivere fianco a fianco in pace, nel rispetto delle Risoluzioni ONU, in maniera sostenibile per la prosperità di una regione che dopo settant’anni di guerra ha bisogno della pace. Inoltre, una pace fra Israele e Palestina eviterebbe anche il ricorso ad argomenti distruttivi che vengono poi utilizzati dai terroristi nella loro propaganda.

 

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

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a cura di: Danilo Mattera, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di