STATI UNITI E MEDIO ORIENTE: PASSATO, PRESENTE E FUTURO

Quando si sente parlare di potenza mondiale, che sia in termini economici, politici o militari, è impossibile non fare riferimento agli Stati Uniti. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sono stati i protagonisti del nuovo ordine internazionale. 

Il sistema bipolare dominato congiuntamente da Washington e Mosca è rimasto pressoché invariato per quattro decenni. In questo lasso di tempo, è possibile stabilire che si sia sviluppato un vero e proprio modello di gestione della politica estera statunitense. Ciò ha trovato conferma e seguito tanto nel passaggio da bipolarismo a unipolarismo quanto nella fase attuale, potenzialmente descritta come multipolarismo. Ad ogni modo, secondo il modello sopracitato, gli Stati Uniti hanno sempre esercitato un’influenza determinante a livello globale. In primo luogo, nell’istituzione e nella gestione di una serie di organizzazioni internazionali, tra le quali spiccano le Nazioni Unite. In secondo luogo, nell’ispirare e contribuire all’affermazione della democrazia nel mondo, come nel caso della Germania e del Giappone. In terzo luogo, infine, nella realizzazione di un moderno apparato per la gestione della politica estera e della difesa, attraverso la creazione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, la Central Intelligence Agency (CIA) e il Dipartimento della Difesa.

Il ruolo degli USA nel mondo e il sistema di alleanze in Medio Oriente

Oltre giusto e sbagliato, il coinvolgimento internazionale degli Stati Uniti è stata una costante dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi. Il Medio Oriente in questo contesto rappresenta uno dei punti di interesse principale per diverse ragioni. Prima tra tutte, il petrolio. Il valore strategico e a lungo termine delle risorse petrolifere ha sempre avuto un ruolo cruciale per l’economia del paese e per la gestione dei conflitti a livello globale. Non a caso, il petrolio del Medio Oriente è stato una risorsa di fondamentale importanza già nella ricostruzione del continente europeo del secondo dopo guerra. Eppure, l’importanza del Medio Oriente non si limita alle risorse naturali. Proprio a partire dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti hanno costruito un sistema di alleanze capace di alterare gli equilibri dell’intero sistema delle relazioni internazionali. Ne consegue che, per quanto ogni azione statunitense possa essere oggetto di critiche, è ragionevole affermare che la scelta di essere coinvolti in una regione complessa come il Medio Oriente sia il frutto di valutazioni sia economiche che politiche. Le intenzioni dichiarate da Washington sono infatti sempre le stesse: aiutare nella diffusione della democrazia e contribuire a rendere un’area come il Medio Oriente, quasi ontologicamente instabile, il più stabile possibile.

Tra gli elementi più significativi del sistema di alleanze statunitense è possibile identificare per lo meno tre componenti che meritano una trattazione specifica. Il primo corrisponde alla relazione preferenziale con Israele, compreso il ruolo degli Stati Uniti nelle guerre arabo-israeliane e nel processo di pace. Il secondo fattore degno di nota è, invece, il rapporto tra gli Stati Uniti e Teheran. Infine, il terzo elemento, probabilmente il più complesso, è rappresentato dalla relazione tra Washington e le aree teatro delle cosiddette forever wars.

Gli Stati Uniti e Israele

Per cinque decenni, gli Stati Uniti si sono posti come mediatori nel conflitto israelo-palestinese. Nondimeno, per quanto la vicinanza tra lo Stato Ebraico e Washington fosse un fatto palese e noto a tutte le parti in causa, prima di Donald Trump vigeva uno status quo. Quest’ultimo non era particolarmente efficacie per quanto riguarda la risolvibilità delle ostilità ma era comunque piuttosto prevedibile.  Trump ha buttato via il libretto di istruzioni, non ha seguito le regole del gioco. La decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, trasferendovi l’ambasciata, ha generato tensione nell’intero sistema.

Questa tensione è poi passata in secondo piano con il presunto accordo del secolo. Un’intesa utopicamente capace di portare dove nessun altro presidente era arrivato: verso un accordo definitivo tra Israele e Palestina. A distanza di mesi, però, il piano Trump/Kushner non ha prodotto effetti significativi. Questo richiedeva infatti una resa finale della controparte palestinese, evento altamente improbabile. Non a caso, anche in seguito all’accordo tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e Bahrein la situazione si è confermata in preda all’incertezza. Sebbene questo abbia portato ad una normalizzazione dei rapporti fra i tre paesi, rimane chiaro che le parti in causa non siano effettivamente sulla stessa pagina quando si tratta della parte centrale dell’intesa, ovvero la questione della sovranità di Israele sulla Cisgiordania. Se da una parte lo Stato Ebraico ha definito la rinuncia all’annessione dei territori palestinesi come una misura temporanea, d’altra parte, il principe ereditario di Abu Dhabi vi ha fatto riferimento in termini di una conquista definitiva. Questo clima di ambiguità non è stato chiarito nemmeno dal presidente Trump. Difatti, il leader della Casa Bianca se in un primo momento ha intimato che la questione dell’annessione fosse off-the-table, in un secondo ha spiegato che l’accordo raggiunto riguardava semplicemente la situazione attuale. Tutto considerato, comunque, occorre riconoscere che grazie all’amministrazione Trump le relazioni con lo Stato Ebraico non sono più considerate un tabù da molti paesi arabi.

Per quanto riguarda gli sviluppi futuri della politica estera statunitense con l’amministrazione Biden-Harris è possibile fare diverse riflessioni. “Si può essere sionisti senza essere ebrei” sostiene il nuovo presidente eletto, lasciando poco spazio al sospiro di sollievo tirato dai palestinesi di fronte alla sconfitta di Trump. Ne consegue altresì che il sostegno degli Stati Uniti nei confronti di Israele non cambierà. Tra le cose che potrebbero cambiare vi è però non solo la possibilità di un ripristino dei fondi destinati ai rifugiati palestinesi ma anche la riapertura del consolato americano a Gerusalemme Est e la della missione dell’OLP a Washington. Oltre a ciò, Biden ha dichiarato la sua intenzione di rivedere il rapporto con l’Arabia Saudita non solo in quanto tale ma alla luce di una possibile normalizzazione dei rapporti con Israele. Infine, il presidente eletto si allontanerà dalle politiche pro-annessione di Trump per poi tornare al supporto della tradizionale soluzione a due stati.

Gli Stati Uniti e l’Iran

Tutto ciò, è inestricabilmente legato alle relazioni con l’Iran. Come è noto, dal 1979 queste sono sempre state caratterizzate da una profonda e reciproca ostilità. Con l’amministrazione Trump la tensione è salita alle stelle in seguito ad una campagna di altissima pressione che ancora sembra non trovare fine. È naturale che in una situazione simile il rischio di escalation sia un’opzione piuttosto concreta. Se infatti il presidente Trump ha dichiarato di voler limitare la presenza statunitense nei paesi definiti come teatri di guerra perenne, o forever wars, tra cui l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria, non ha seguito la stessa strategia con l’Iran.

Negli ultimi tre anni, dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, la Casa Bianca ha imposto delle sanzioni che hanno messo a dura prova il mercato finanziario iraniano. Non a caso, si parla di sanzioni senza precedenti, in quanto rivolte a settori chiave dell’economia di Teheran. Nonostante ciò, Trump ha evitato il confronto con Teheran fino a metà del 2019. Il 2020 però ha portato un cambio di rotta. L’assassinio di Qassem Soleimani a Baghdad ha messo in difficoltà analisti ed editorialisti di tutto il mondo. Il generale, storico comandante delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, era tra i militari più feroci nella regione ed aveva di certo le mani sporche di sangue. Ciò nonostante, il colpo che ha portato alla sua morte era svincolato da una strategia reale. Prevedibilmente, le azioni di Trump hanno innalzato ancora una volta il livello di tensione in Medio Oriente. Teheran ha chiaramente risposto a gran voce, lanciando attacchi missilistici sull’Iraq al fine di eliminare la presenza statunitense. La vittoria di Biden e la sconfitta di Trump hanno già alterato lo status quo. Il mercato iraniano ha dato segni di stabilizzazione e il rial, la valuta nazionale, risulta in ripresa. Per ora, il leader democratico ha parlato di intraprendere un percorso per tornare all’impiego della diplomazia, aprendo inoltre la possibilità ad un ritorno all’accordo del 2015.

Forever Wars

Il 17 novembre, il presidente Trump ha annunciato l’intenzione di ritirare quasi tutte le truppe presenti in Afghanistan e in Iraq, lasciandone 2500 sul territorio. Se alcuni pensano ad una possibile e ulteriore destabilizzazione dei paesi in questione, altri sostengono il ritiro delle truppe, ritenendo comunque che questo non sia sufficiente a porre fine ai conflitti in oggetto. È interessante notare che, secondo il presidente Trump, ad esempio, le truppe stanziate in Siria non sarebbero necessarie sul territorio per combattere il terrorismo o per stabilizzare il paese. Piuttosto, la presenza americana sarebbe finalizzata a “proteggere le riserve petrolifere”, controllare le azioni del vicino Iran e ottenere un vantaggio sulla Russia. Ragionamenti analoghi, frutto di ragionamenti distorti, possono essere applicati all’esito dei colloqui di pace intra-afghani ed agli sviluppi futuri della guerra in Yemen. 

Ciò che emerge da questa analisi è che ogni decisione circa la partecipazione o il ritiro dai conflitti in corso in Medio Oriente risulta quasi del tutto casuale, o quantomeno impulsiva, frutto di decisioni non ponderate. Il risultato è confuso, un mix di tensione crescente, diffusa instabilità e qualche vittoria. Ciò che viene richiesto a chi occupa lo studio ovale non è il successo ma una strategia. Trump in questo ha fallito. Nel bene o nel male, l’amministrazione Biden-Harris porterà delle novità in questo ambito.

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