L’EREDITÀ TRUMPIANA SULL’INTERVENTISMO MILITARE STATUNITENSE

Con l’avvio del processo di transizione e le prime indiscrezioni sulla composizione dell’amministrazione Biden, la presidenza Trump è agli sgoccioli. Il suo successore entrerà in carica il 20 gennaio 2021, ma prima di quella data Donald Trump godrà a pieno delle sue funzioni presidenziali.  Il 45esimo Presidente americano, in particolare, ha annunciato un ordine esecutivo con cui decreterà una consistente riduzione delle truppe statunitensi da Afghanistan, Iraq e Somalia a partire dal 15 gennaio.

Il 45esimo Presidente ha impresso una svolta decisa alla proiezione militare del suo Paese nei teatri più problematici degli ultimi 20 anni. La ritirata dalle “guerre senza fine”, dove l’interesse nazionale statunitense sta via via scomparendo, è sempre stata un punto cardine della politica estera dell’ultimo quadriennio. Ed anche il nuovo Presidente Biden potrebbe continuare su questa scia. Appunto,  la reazione di Bidenall’anticipazione di una ulteriore riduzione dei contingenti statunitensi in Afghanistan (da 4.500 a 2.500) e in Iraq (da 3.000 a 2.500) è stata emblematica: “Gli americani sono giustamente stanchi delle nostre lunghe guerre, e anche io lo sono; ma dobbiamo terminare la guerra responsabilmente”, ha dichiarato. Le principali preoccupazioni riguardano l’influenza delle milizie filoiraniane in Iraq e il tribolato processo di pace in Afghanistan tra il Governo e i Talebani. Qui, l’accordo tra Stati Uniti e Talebani per una riduzione della violenza nel Paese e l’inizio del dialogo intra-afghano non ha dato, come previsto, i frutti sperati; ma in questi ultimi anni gli USA hanno compiuto passi diplomaticamente rilevanti nella direzione della fine delle ostilità tra Talebani e forze governative.

Da non dimenticare, inoltre, l’eventualità che in questi Paesi – soprattutto in Iraq- l’ISIS o altre organizzazioni terroristiche possano trovare terreno fertile per una riorganizzazione. In questo senso, la presenza delle truppe americane ha servito come forma di deterrenza; ma adesso è in dubbio la corrispondenza con l’interesse nazionale di un Paese che probabilmente riprenderà i suoi impegni multilaterali per assicurare la pace e la stabilità nel mondo; ma lo farà presumibilmente evitando di ampliare la propria presenza militare in teatri complicati come quelli di cui sopra: ecco l’eredità della presidenza Trump. L’orizzonte di Trump, qualora fosse stato rieletto, sarebbe stata la ritirata totale: opzione molto apprezzata dalla popolazione statunitense. Non si esclude possa essere l’obiettivo a lungo termine di una nuova amministrazione più concentrata su temi come commercio internazionale, confronto con la Cina, ambiente e sanità. Per portare a termine tale obiettivo “responsabilmente”- per utilizzare le parole di Biden- occorrerebbe una lunga pianificazione ed una strategia onnicomprensiva. Processi che richiedono, in poche parole, due mandati e l’appoggio incondizionato delle élite militari. E Trump lo sa bene.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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