LA SOLUZIONE DELLA VERTENZA GERD NELLA TEORIA DEI CONFLITTI AMBIENTALI:

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”]

Il conflitto ambientale sulla ripartizione delle risorse idriche del Nilo Azzurro prosegue senza soluzione da ormai dieci lunghi anni. L’auspicio di una soluzione diplomatica sotto l’egida di un arbitro terzo non ha prodotto i risultati sperati mostrando la necessità di ricondurre la negoziazione nel novero del più discreto dialogo fra i Paesi rivieraschi.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default”] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”]

La messa in opera della GERD (Grand Ethiopia Renaissance Dam) ha canalizzato nel tempo l’attenzione di numerosi analisti geopolitici che vi hanno riconosciuto (a ragion veduta) un elemento profondamente ambivalente, tanto utile quanto destabilizzante nel contesto regionale in cui è inserito. A dieci anni dal famoso annuncio del governo etiope della realizzazione dell’imponente infrastruttura, le principali criticità non solo non sembrano aver trovato soluzione, ma rischiano di radicalizzarsi ulteriormente, tratteggiando gli estremi di una possibile composizione militare della vertenza.

Sorvolando sulle implicazioni geopolitiche della diga, già discusse in precedenti analisi, è interessante in questa fase mettere in evidenza gli aspetti teorici e tecnici di un conflitto ambientale, al quale tale vertenza può essere ricondotta. La letteratura più accreditata definisce questo evento come “un particolare fenomeno in cui due o più attori contrapposti pongono in essere una serie di comportamenti finalizzati a limitare l’azione della controparte al fine di garantirsi una condizione vantaggiosa”[1]. Tale atteggiamento viene adottato dalle parti in conflitto nel momento in cui percepiscono come reciprocamente escludente il perseguimento dei propri obiettivi.

Due sono gli elementi da cui questo tipo di contrapposizione può scaturire: la riduzione qualitativa e quantitativa di una risorsa naturale da una parte e l’opposizione a questa eventualità dall’altra. Tale inquadramento, per quanto non esaustivo, ci permette di collocare la contesa fra i tre Paesi rivieraschi africani (Etiopia, Sudan, Egitto) in un preciso schema teorico, fondamentale per poterne tratteggiare i possibili scenari futuri.

Questi conflitti hanno anzitutto la caratteristica di potersi manifestare a più livelli, da quello locale a quello sovranazionale, con dinamiche ed esiti diversi a seconda degli attori in esso coinvolti. Sebbene appaia difficile (se non impossibile) accordarsi sulla genesi di questo tipo di contrapposizioni, è possibile rintracciare fra loro alcune tendenze comuni che nel tempo hanno permesso di delineare un vero e proprio schema metodologico per la loro analisi. Una di queste è la loro “evoluzione temporale”.

Tali dispute si manifestano solitamente in tre fasi successive, quella della latenza, quella della visibilità e quella della trasformazione[2]. Gestire le criticità in ognuna delle fasi è determinante per la loro evoluzione e potrebbe implicare la loro evoluzione o regressione.

 La prima fase (latenza) è quella in cui gli interessi delle parti confliggenti strutturano un sistema di aspettative contrastanti ma non ancora evidenti. Saper riconoscere tali aspettative in questa fase potrebbe essere determinante poiché permetterebbe di approcciarsi alla disputa in ottica preventiva. In questa fase sarebbe opportuno interrogarsi sulle istanze portate avanti dalle parti e alla luce di questo evidenziare gli elementi alla base di un potenziale conflitto.

La seconda fase (visibilità), è quella in cui il fenomeno produce i suoi effetti tangibili. In questa fase le reciproche rivendicazioni si concretizzano in azioni contrapposte da parte degli attori, che necessitano di essere analizzate e comprese. Sarà opportuno soffermarsi qui sugli elementi che hanno fatto prevalere la logica conflittuale alla cooperazione.

Sarà oltremodo utile definire le modalità di intervento per la composizione della vertenza. La scelta di un’azione rispetto ad un’altra deve essere parametrata alle circostanze che di volta in volta definiscono lo scenario di riferimento. In alcuni casi la soluzione più conveniente potrebbe essere quella del posizionamento neutrale, lasciando che il conflitto progredisca e magari scompaia autonomamente (come è stato dimostrato avvenire nella maggior parte dei casi). In altre situazioni potrebbe essere invece opportuno ricondurre la disputa alla fase precedente (latenza) o promuoverne l’evoluzione tramite l’approccio negoziale, cercando di risolvere il problema in modo pragmatico.

Qualora si seguisse quest’ultima strada, il conflitto entrerà nella sua ultima fase, quella della trasformazione. Qui sarà opportuno intendersi su quale via perseguire per la soluzione della vertenza. Sarà ipotizzabile una retroazione della contesa al suo stadio precedente o un’evoluzione della stessa in uno scenario del tutto nuovo, in cui potrebbe finalmente trovare soluzione.

Sovrapponendo ora a questo semplice schema di riferimento la situazione africana, possiamo tentare di tracciarne le linee di una soluzione plausibile. Seguendo quanto sopra messo in evidenza possiamo inserire il conflitto fra i Paesi africani nella seconda fase, quella della visibilità. Sebbene infatti le criticità fossero note già da un decennio, solo in questi ultimi tempi, in virtù dell’avanzato stato di completamento dell’infrastruttura, hanno assunto carattere di urgenza.

Una volta completata infatti, la diga GERD potrebbe rappresentare per i Paesi a valle un problema sotto diversi aspetti, quali l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura, il turismo ecc. Per capire l’importanza strategica dell’opera basta pensare che uno Stato come l’Egitto deriva più della metà del suo approvvigionamento idrico da questo fiume, facendo registrare una domanda in costante aumento soprattutto in virtù dell’imperante crescita demografica.

Come ha messo in evidenza lo specialista in negoziazione e risoluzione delle controversie Raphael Lapin in una sua recente analisi, in questa fase la contrapposizione fra i vari attori ruota attorno ad alcuni problemi ben delineati. Nell’ordine:

  • Tempi di riempimento della diga
  • Gestione dell’infrastruttura
  • Gestione delle controversie
  • Vincolatività degli accordi

 

Il primo elemento di contrasto fra i Paesi rivieraschi riguarda la velocità di riempimento del bacino idrico. Questa variabile è infatti inversamente proporzionale alla portata idrica del deflusso a valle, motivo per cui Egitto e Sudan chiedono una soluzione condivisa che possa tener conto della stagionalità e delle reali esigenze di tutti gli attori. Questione su cui l’Etiopia ha mostrato delle reticenze.

Nel secondo punto, con “gestione dell’infrastruttura” non facciamo riferimento all’amministrazione della diga, bensì alle linee di indirizzo che dovrebbero regolare il suo funzionamento, ad esempio: la garanzia di una portata idrica adeguata per i Paesi a valle; il coordinamento delle politiche di approvvigionamento e l’impedimento nell’utilizzo della risorsa come elemento di ricatto.

La gestione delle controversie è un altro elemento particolarmente spinoso. Non essendoci infatti una normativa vincolante a livello internazionale e anzi essendoci in materia un sistema così eterogeneo di regole da essere incomprensibile, gli Stati hanno la necessità di pervenire a un meccanismo di risoluzione delle dispute condiviso da tutti gli attori, basato sulla fiducia e sul riconoscimento reciproco.

Nel punto conclusivo, relativamente alla vincolabilità degli accordi, notiamo come essa sia inversamente proporzionale alla posizione di vantaggio o svantaggio dei vari attori nel bacino. I Paesi a valle infatti vorrebbero pervenire ad un accordo formale e vincolante fra le parti, mentre l’Etiopia (Paese a monte), nel tentativo di preservare la sua autonomia, chiede l’esclusiva elaborazione di un insieme di linee guida dallo scarso potere vincolante.

La necessità di pervenire a una soluzione della crisi si scontra in questo caso con una serie di vincoli di diversa natura, tutti sintetizzabili nelle asimmetrie di potere presenti all’interno del bacino. Chi in questo caso gode di un migliore posizionamento geografico tende a far valere la sua preminenza nell’accesso alla risorsa, chi invece si trova penalizzato in tal senso, tende a privilegiare il diritto storico di accesso all’acqua, sancito in epoca remota (periodo coloniale) da alcuni trattati.

Siffatta situazione ha spinto molti analisti a interrogarsi sulle possibili soluzioni al problema. La situazione di stallo manifestatasi come conseguenza della gestione interna infatti, ha fatto propendere alcuni attori esterni quali l’Unione Africana e gli Stati Uniti per l’intervento diretto nella contesa come “arbitri imparziali”, aprendo un nuovo tavolo negoziale. Sebbene la diplomazia fosse da sempre considerata la soluzione più conveniente e oltremodo auspicabile, ha dimostrato in questo caso i suoi aspetti più critici.

L’approccio diplomatico infatti rischia di essere subordinato all’influenza di attori terzi “non disinteressati”, capaci di orientare le trattative sommando alle esigenze delle parti in conflitto, interessi strategici esterni. Questa congiuntura si è palesata nell’intervento americano nella contesa.

La vertenza della diga etiope infatti si è inserita per una serie di circostanze in un particolare processo della politica estera di Trump, quello della “normalizzazione” dei Paesi arabi e nordafricani con Israele. Tale processo si sarebbe dovuto concretizzare nella creazione di nuove relazioni diplomatiche di ques’ultimo con alcuni Stati del continente africano e della penisola arabica. Ricordiamo a tal proposito i così detti “Accordi di Abramo” con cui sono stati siglati nuovi legami bilaterali fra Israele e Emirati Arabi Uniti e Baharain.

Relativamente al tema della nostra analisi, non possiamo non citare la politica di riavvicinamento tra il Sudan e Israele. Il primo, a seguito del suo appoggio a gruppi terroristici come al Qaeda, era stato inserito nella lista dei Paesi “sponsor del terrorismo”, subendo l’isolamento internazionale e pesanti sanzioni economiche. Nel sopraccitato progetto di “normalizzazione” dei rapporti con Israele, gli Stati Uniti hanno legato la cancellazione del Sudan dalla suddetta lista alla ripresa dei rapporti con l’alleato mediorientale e con l’Egitto, influenzando notevolmente il negoziato sulla diga che lo vede parte in causa, per due motivi:

da una parte viene rafforzato il blocco dei Paesi a valle da parte di un attore esterno che trae vantaggio dalla disputa. Dall’altra, svuota di potere le pretese dello storico alleato etiope, che soffriva già il taglio degli aiuti americani legato alla decisione unilaterale di riempire il bacino senza un accordo formale.

L’impasse conseguente necessita a mio avviso di due ordini di soluzioni, una di breve termine e una di lungo periodo, che contemplano una necessità comune, quella di ricondurre il negoziato alla discussione interna fra gli attori rivieraschi, legittimata dai pesanti limiti mostrati dall’internazionalizzazione della vertenza. Per far ripartire la diplomazia è necessario che fra le parti si instauri un clima di fiducia e rispetto reciproco tale da favorire nuove forme di cooperazione.

Nel breve periodo, sarebbe pertanto necessario accordarsi sulle questioni più urgenti, ad esempio i tempi di riempimento della diga e la garanzia di un deflusso minimo vitale nella stagione più arida. In secondo luogo però, sarebbe auspicabile per le parti pervenire a un approccio integrato alla gestione idrica basato su un sistema di compensazioni.

Come messo in evidenza dall’autore sopraccitato Raphael Lapin, il così detto linkage” (collegamento) potrebbe essere un elemento centrale nella soluzione della disputa. Incorporando nella negoziazione altre questioni legate ad aree di reciproco interesse (accordi commerciali, trattati di difesa, accordi di scambio commerciale, condivisione di tecnologie e competenze, turismo, condivisione e gestione di altre risorse naturali), sarebbe infatti possibile compensare le asimmetrie di potere favorendo la creazione di un nuovo sistema di cooperazione a livello di bacino.

Questa ipotesi, tornando allo schema sopra descritto, permetterebbe di condurre il conflitto alla terza fase, quella della trasformazione. Su queste basi infatti, sarebbe possibile nel lungo periodo creare un nuovo sistema di gestione coordinato fra i tre attori rivieraschi principali e posto sotto l’autorità di una struttura dagli stessi partecipata, ispirata a modelli di chiaro successo come l’International Commission for the Protection of the Rhine (ICPR) che riunendo Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda e Svizzera ha permesso in Europa una gestione coordinata del fiume Reno.

Sarebbe possibile in questo modo far seguire alle logiche conflittuali un progetto di costruzione delle relazioni fra i vari attori, trasformando la disputa in un ambiente di apprendimento in cui imparare a costruire in maniera coordinata e collettiva le decisioni che riguardano il proprio territorio. Tutto questo sarà però possibile solo a due condizioni: la creazione di nuove basi su cui costruire una fiducia reciproca fra attori rivieraschi e la volontà di ricondurre la discussione ad una dimensione interna.

Note

[1] M.Bagliani, E.Dansero, Politiche per l’Ambiente dalla natura al territorio, Torino, UTET Università, 2011

[2] Ibidem

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from AFRICA