LA CAMBOGIA RISCHIA DI NON VEDERE PIÙ LA DEMOCRAZIA

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Tra i tanti Paesi asiatici che negli ultimi anni stanno chiedendo maggiore democrazia e più rispetto dei  diritti, la Cambogia si trova ad avere la democrazia incatenata e messa a tacere.

 

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Nonostante la crisi dovuta al Covid19, in numerosi Paesi del sud-est asiatico si sono verificate nel corso dell’ultimo anno nuove manifestazioni pro-democrazia, come quelle avvenute ad Hong Kong, a Bangkok e a Taiwan. Tra i Paesi che stanno sperimentando un periodo cupo per quanto riguarda le libertà democratiche, la Cambogia è tra i principali Stati a vivere oggi questa condizione autoritaria.

Proprio in questi giorni un nuovo episodio si aggiunge alla lunga lista delle persecuzioni e degli attacchi alla democrazia nel Paese: a Phnom Penh oltre cento attivisti dell’ex Partito della Salvezza Nazionale della Cambogia, (meglio conosciuto come PRNC), dovranno affrontare un’udienza per crimini commessi contro il governo, quali tradimento e incitamento alla rivolta. Oltre alla gravità delle imputazioni, su Twitter la leader in esilio del PRNC Mu Sochua ha sottolineato  che il problema principale è che gli imputati non potranno difendersi in persona, poiché gli è stato tolto il passaporto e non è permesso loro di tornare in Cambogia per il processo. Il declino democratico di fatto della Cambogia non ha però origine quest’anno, ma è iniziato già da diverso tempo.

L’autoritarismo di Hun Sen

L’ascesa al potere dell’attuale Primo Ministro della Cambogia Hun Sen ha avuto inizio nel 1984 e per oltre trent’anni è riuscito ad imporre il proprio ideale sul Paese rendendo il governo sempre più autoritario, grazie l’eliminazione e l’intimidazione dei suoi avversari politici. Nel corso degli anni sia Human Rights Watch che Amnesty International hanno criticato l’operato di Hun Sen, il cui governo avrebbe commesso numerose infrazioni nei confronti dei diritti umani dei cambogiani, sia attraverso numerosi arresti di attivisti e le violenze perpetrate dagli agenti di polizia, mai indagati grazie anche alla vicinanza dell’apparato militare con il governo di Hun Sen. Per esempio, riguardo alcune politiche sviluppate negli ultimi anni per combattere la guerra alla droga nel Paese, Amnesty International ha pubblicato un report in cui vengono testimoniate le violenze in carcere e le torture da parte della polizia nei confronti dei carcerati. La risposta del governo giunta tramite il portavoce Khieu Sopheak, risulta essere tutt’altro che emblematica, avendo specificato che “nella guerra alla droga i diritti umani vanno messi da parte”. Al fenomeno della violenza sui prigionieri, si aggiungono le oppressioni nei confronti dei manifestanti e degli attivisti, oltre alla chiusura di radio e all’acquisto di testate giornalistiche da parte di persone vicine al governo Sen, così da improntare la libera comunicazione dei media sempre più in favore del Primo Ministro.

Il declino democratico: le elezioni del 2017 e 2018

Nel 2012 con la fondazione del partito PRNC nel paese si era sviluppata la percezione che maggiore democrazia sarebbe stata diffusa all’interno dell’apparato governativo: il partito infatti ottenne il 44% dei seggi alle elezioni nazionali, imponendosi così come principale avversario del PPC, il Partito Popolare Cambogiano di cui Hun Sen è il Presidente.   Nel 2017 il partito riuscì nuovamente a realizzare ottimi risultati, registrando il 44% delle preferenze durante le elezioni comunali e confermando di fatto il ruolo di principale oppositore del governo di Hun Sen. A causa però del successo del partito pro-democrazia, dopo aver già esiliato il leader del PRNC Sam Rainsy , il Primo Ministro Hun Sen ha deciso di far interdire per 5 anni oltre cento membri del PRNC, chiedendo la dissoluzione del partito stesso.

La Corte Suprema cambogiana il 16 novembre 2017 ha confermato la dissoluzione del partito mentre il Primo Ministro Hun Sen avrebbe concesso ai membri non interdetti del PNRC di formare un nuovo partito per affrontare le elezioni del 2018. Proprio queste elezioni hanno suscitato forti critiche e reazioni anche dal punto di vista internazionale, a causa del sospetto di brogli elettorali che hanno portato al partito di Hun Sen la totalità dei seggi dell’Assemblea Nazionale cambogiana. Stati Uniti, Giappone e Australia hanno definito le elezioni controverse e prive di fondamenti democratici, mentre l’Unione Europea in un comunicato ha specificato che queste elezioni mancando del vero fondamento politico, non rappresentano il desiderio democratico dell’elettorato cambogiano, perciò il risultato mancherebbe di credibilità.

La copertura Covid19 e le nuove minacce

L’emergenza Covid19 si è in parte rivelata un fattore che ha permesso di far passare in secondo piano l’emergenza democratica del Paese. Nonostante infatti si siano verificati solo 307 casi totali di malati di Covid19 in tutta la Cambogia, l’attenzione per il virus è stata alta e già a marzo con il registrarsi dei primi casi il governo aveva provveduto nell’adottare misure restrittive oltre che all’adozione della legge di Stato per contrastare l’emergenza, attivata poi in aprile. Secondo Rhona Smith, il Relatore Speciale ONU in Cambogia, la legge di Stato per l’emergenza rischia di diventare uno strumento coercitivo, andando a colpire i diritti civili dei cambogiani quali la libertà di parola e di manifestare la propria opinione.

L’attenzione ora è però nei confronti del processo che si terrà a breve, anche a causa dei passati attacchi di Hun Sen nei confronti dei suoi oppositori membri del PRNC, i quali il mese scorso sono stati minacciati di arresto qualora decidessero di provare a tornare in Cambogia. Per evitare il rimpatrio degli esiliati, il governo avrebbe inoltre imposto pesanti sanzioni contro le compagnie aeree qualora avessero permesso a Sam Rainsy e agli altri attivisti di rientrare nel Paese. Per scoraggiare ancora di più gli attivisti, Hun Sen avrebbe minacciato anche sanzioni nei confronti della Thailandia, qualora decidesse di ospitare i nemici del governo cambogiano. Sarà importante il verdetto del processo di Phonm Pehn, il quale potrebbe rivelarsi un ulteriore duro colpo nei riguardi di quella che ormai è la compianta democrazia cambogiana.

 

 

 

 

 

 

 

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